Editoriale

L'EDITORIALE. Amico Antonio, non te la prendere a male. Con affetto ti dico che sei un fesso. Ma come? Da sindaco assumi la difesa dell'albanese accusato dell'omicidio di un tuo concittadino e onesto contadino?

Nelle foto da sinistra Antonio Mirra e la moglie di Pasquale Guarino, insieme agli altri parenti fuori alla caserma

Il nostro è veramente un contributo costruttivo perché riteniamo questo sindaco una persona perbene ma fa cose strane, molto strane, come quella di stamattina sulla quale intendiamo svolgere un nostro breve percorso di considerazioni


di Gianluigi Guarino

SANTA MARIA CAPUA VETERE – Gli umori densi, colmi di rabbia, spesso, umanissimamente, unico antidoto del dolore, propagatisi stamattina, davanti alla caserma dei carabinieri di Santa Maria Capua Vetere, appartengono a un normale meccanismo di reazione, ad una chimica che ci porta spesso a rubricare fatti come questi, utilizzandoli nella sezione degli appoggi giornalistici alla notizia principale.

C’è del cinismo in tutto questo. Il cinismo della vita vissuta a raccontare e a commentare fatti di violenza, spesso simili l’uno all’altro, anelli di una catena che, alla fine, anestetizza le emozioni, la reazione interiore, di tipo personale, che pur dovrebbe esserci finanche nella vita di un giornalista, il quale racconta i fatti della cronaca. Ma se ci soffermiamo un secondo, un minuto solo a pensare alla vita di coloro che stamattina hanno aspettato davanti alla caserma l’uscita di colui che aveva tradito il loro padre, il loro zio, il loro cognato, il loro marito, forse riusciamo a dare meglio il segno di questa notizia, completandola al di là della pur necessaria espressione dei suoi contenuti oggettivi ed esclusivamente cronistici.

Se per un secondo proviamo a metterci nella testa, meglio ancora se proviamo a metterci nel cuore, forse ancora meglio se riusciamo a metterci nella vita di queste persone, che due anni fa, in un pomeriggio anche felice in cui i frutti primari, ancestrali della terra erano riusciti, per una volta, a produrre sostentamento, soddisfazione, una mano assassina, in un centesimo di secondo, non solo recise una vita ma cambiò la vita di tanti altri, che al lavoro di Pasquale Guarino legavano le proprie necessità e che all’amore di Pasquale Guarino e per Pasquale Guarino, legavano la maggior parte del proprio universo emotivo e affettivo. Ecco lo sforzo che dobbiamo compiere per dare il giusto significato alle reazioni forti, dure, alla richiesta di vederlo e guardarlo in faccia il traditore. Una volta che l’abbiamo compreso, però, e dopo esserci tolti il cappello, dobbiamo dire “Bravi” ai carabinieri di Santa Maria Capua Vetere, che non hanno ceduto alla pur insidiosa, invitante e anche in questo caso umanissima tentazione di far passare tra i parenti di Pasquale Guarino colui che lo tradì.

Dobbiamo dire “Bravi” perché il privato, le emozioni, gli affetti e tutto quello che inerisce alle loro sfere cognitiva ed espressiva rappresentano la somma di tutto ciò che è importante, fondamentale, nella vita di ogni individuo preso come tale, ma dall’altra parte la equa considerazione delle cose, dei fatti, degli avvenimenti, quando queste toccano, a diverso titolo, la vita di alcune persone vittime di un sopruso, di un delitto, di un assassinio, ma anche di chi, di questo delitto e di questo assassinio, è sospettato, rappresenta un punto di equilibrio, un gradiente di fusione indispensabili, anche se il più delle volte non sufficienti per tenere in piedi una società quand’anche imperfetta. Lo Stato di diritto è, infatti, il massimo possibile, espresso dal cammino, dall’evoluzione dei saperi più avveduti e più intelligenti. Questo equilibrio diventa garanzia affinché la sfera privata e, in sottordine, quella delle emozioni, possano avere, a loro volta, un diritto, seppur di importanza leggermente inferiore: quello di esprimersi liberamente, così come i parenti di Pasquale Guarino si sono unanissimamente espressi davanti a quella caserma.

Insomma, tutti hanno fatto il proprio: i congiunti della vittima, i quali raggiunti repentinamente dalla notizia tanto attesa dell’arresto di uno dei carnefici del loro Pasquale, hanno dato sfogo alla propria comprensibilissima rabbia, che non aveva alcun dovere di elaborazione in quel contesto specifico; i carabinieri, che hanno accompagnato da un’uscita secondaria l’indagato, perché quello, al di là di una loro possibile valutazione emotiva dei fatti, gli imponeva il dovere di fedeltà a quello Stato di diritto di cui abbiamo appena provato a declinare la caratterizzazione e il movente.

Unica nota stonata, Antonio Mirra. Questo è un buon articolo, che non andrebbe sporcato da affermazioni inutili, rituali, oziose, ma purtroppo siamo in provincia di Caserta e non a New York o a Stoccolma o a Parigi oppure a Londra, dove le dottrine liberali non rappresentano un fatto per intellettuali o politologi ma solo il patrimonio condiviso e ampiamente appoggiato, ma soprattutto conosciuto da moltitudini di cittadini comuni. Dunque, come si suol dire, ci tocca mettere in rete la solita ovvia banalità, affermando che Antonio Mirra ha il diritto, a sua volta aspirato da quel sistema di regole condivise nel consesso civile e sociale e che si esprime nella legge a cui tutti dovremmo inchinarci, ad assumere il patrocinio della difesa di chi gli pare. Pagato l’obolo alla necessità oziosa e, ve lo diciamo sinceramente, per noi noiosissima, di ribadire concetti che ognuno dovrebbe avere nel proprio corredo di conoscenza e di concezione, non si può non completare il discorso segnalando un punto, a mio avviso, fondamentale: Antonio Mirra, oltre ad essere un valente avvocato penalista, è anche il sindaco di Santa Maria Capua Vetere, anzi, proprio per quell’elemento divenuto canone, di cui abbiamo scritto prima, sulla prevalenza dell’interesse pubblico, del “tutto”, rispetto a quello dell’individuo o di una parte degli individui, Antonio Mirra è soprattutto e prima di tutto il sindaco di Santa Maria Capua Vetere, insomma è sindaco di Santa Maria Capua Vetere prima ancora di essere un valente avvocato penalista. Mirra ha il difficile, delicato compito, per l’esplicazione del quale occorre grande attenzione, grande consapevolezza che ti arrivano solamente da un’appena passabile conoscenza dei principi dottrinali dell’etica istituzionale e dell’etica individuale, di trovare a sua volta un punto di equilibrio possibile. Lo Stato gli dà una mano concreta, pratica, nel momento in cui gli garantisce più di tremila euro al mese di indennità, quale corrispettivo della sua funzione pubblica, presupponendo proprio, in relazione a quella necessità di equilibrio, che Mirra debba rinunciare a qualcosa del suo lavoro. A qualche entrata economica ma anche a qualche soddisfazione professionale. Ora, riteniamo che al di fuori di Santa Maria Capua Vetere, dove pur si potrebbero registrare questioni di opportunità, che dovrebbero suggerire a Mirra di valutare con attenzione se accettare o meno certi incarichi professionali, lui possa tranquillamente occuparsi del 100% dei procedimenti per i quali è chiamato a svolgere la sua funzione di avvocato.

Ma dentro alle cose di Santa Maria Capua Vetere, non è che ci vuole Montesquieu per spiegare quale sia il livello di incidenza della sua vita attuale, della funzione pubblica, rispetto a quella professionale. Se un tuo concittadino è stato ammazzato nel proprio podere, mentre svolgeva il suo duro lavoro di imprenditore agricolo, da due rapinatori che gli hanno sparato a bruciapelo due colpi di pistola e la cui mano sarebbe stata armata da un dipendente, il quale, secondo l’accusa, avrebbe fatto da basista, l’avvocato Antonio Mirra può anche maturare l’idea che i fatti non stiano come la Procura della Repubblica e i carabinieri hanno affermato nella loro ricostruzione. Antonio Mirra, ma anche il sottoscritto e tutti coloro che si sono interessati, si interessano o si interesseranno alla vicenda di questo omicidio (Maro’ sempre e ancora con il cucchiaino in mano le devo spiegare queste cose in un posto in cui non siamo nemmeno all’Abc della civiltà liberale), hanno tutto il diritto di ritenere l’albanese arrestato stamattina innocentissimo oppure di nutrire dei dubbi sull’accusa formulata. Ma siccome di questa sono convinti non, con rispetto parlando per la loro attività, i bancarellari del torrone di una festa patronale, ma la Procura, che se è della Repubblica italiana significherà pure qualcosa, se l’Arma dei carabinieri, la quale, in 203 anni di storia riteniamo abbia dimostrato qualcosa, anzi, più di qualcosa, allora si può quantomeno auspicare una posizione neutrale del sindaco che è, lo scriviamo ancora, anche il sindaco della famiglia dell’imprenditore agricolo assassinato?

Avremmo affermato la stessa cosa anche se Mirra, invece di accettare l’incarico di difensore dell’indagato di omicidio in concorso, avesse accettato quello di avvocato di parte civile dei familiari di Pasquale Guarino, chiaramente parte lesa in questo procedimento.

Non si tratta dell’esposizione di una retorica ingessata, che utilizza i termini dell’opportunità istituzionale come forme estetiche a uso e consumo delle anime belle, che il più delle volte sono, in realtà, ipocrite e farisaiche. Si tratta solo di buon senso, quello che ha dimostrato di non avere, stamattina, Antonio Mirra nel momento in cui, sorprendentemente (i patiti delle emoticon utilizzerebbero la faccina ad occhi strabuzzati) di assumere la difesa dell’albanese accusato di concorso in omicidio del suo concittadino.

Ci giunge notizia che qualche moccolo, da parte dei parenti, sia volato anche all’indirizzo del primo cittadino. Non hanno fatto bene, ma benissimo. A volte sto Mirra, che è sicuramente una persona perbene, non se la prenda a male, perché glielo dico con affetto, mi sembra proprio un fesso.