Cronaca Nera

CLAN DEI CASALESI. Il pentito Palmiero tira in ballo un famoso avvocato del foro di S.MARIA: "Capaldo mi chiese di dire agli Schiavone di rivolgersi a lui per le mediazioni in carcere con Michele Zagaria"

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia contenute nella recente ordinanza che ha colpito Beatrice Zagaria e le sue tre cognate


CASAPESENNA - Non è che tutto ciò che dicono i pentiti debba essere preso per oro colato. E' chiaro, però, che quello che ha dichiarato ai magistrati della Dda Giosuè Palmiero conferma quanto sia stato difficile e quanto lo sia ancora il mestiere di avvocato del clan.

Da un lato, gratificati economicamente, soprattutto nell’epoca delle vacche grasse, quando i patrimoni dei boss erano un pozzo senza fondo e, soprattutto, agevolmente attingibile, dall’altro in perenne equilibrio su una lama di coltello, millimetrico discrimine tra ciò che a un avvocato è consentito nell’esercizio della sua funzione di difensore e quello che trasforma un avvocato in un favoreggiatore della camorra, in un criminale messaggero degli ordini e dei desideri di chi, stando al 41 bis, solo col suo avvocato può avere dei colloqui diversi da quelli sorvegliatissimi consumati con i propri parenti davanti a un vetro insonorizzato e sotto all’occhiuta vigilanza delle telecamere.

Non si tratta di un pentito della prima schiera, della prima generazione di coloro che, stando direttamente al fianco dei boss, ne hanno potuto raccontare le opere, ma anche i caratteri e le debolezze.

Giosuè Palmiero è stato uno che ha cominciato a contare quando il clan era stato già decimato dagli arresti, dai sequestri e dalle confische. Ma ha avuto il tempo per parlare e per ricevere ordini da Filippo Capaldo, il delfino, l’erede designato dallo stesso Michele Zagaria.

Capaldo, a fine 2013, voleva rimanere coperto, dunque si raccomandava con Palmiero di non indicarlo come nuovo capo, nel caso in cui fossero sorti dei conflitti con gli altri gruppi, a partire dagli Schiavone, in quella zona di Trentola in cui Palmiero, residente ad Aversa, era diventato il punto di riferimento.

E come capita nei contratti di diritto privato, dove si indica il foro competente per regolare eventuali controversie tra i contraenti, Filippo Capaldo avrebbe, a detta di Palmiero, indicato quello che definiva “l’avvocato” quale messaggero e mediatore di trattativa tra quelli che stavano fuori e che appartenevano a fazioni diverse e il boss Michele Zagaria, il quale, a sua volta, avrebbe dato all’avvocato altre indicazioni da portare fuori.

Se fosse così, è chiaro che ci troveremmo di fronte a un caso anche peggiore e più grave di quello che ha coinvolto, per esempio, l’avvocato Santonastaso.

Nell’ordinanza relativa agli arresti della sorella di Michele Zagaria e madre di Filippo Capaldo non viene scritto il nome dell’avvocato, ma non si può escludere, anzi è probabile, che ai due magistrati inquirenti Alessandro D’Alessio e Maurizio Giordano, entrambi sammaritani, questo nome sia stato fatto.

Troppo poco, comunque, per dedurre e per arrivare noi alla declinazione delle generalità che, tra le altre cose, non sono di difficile ricostruzione, visto che basta ricordare colui o coloro che svolgevano la funzione di difensore in quegli anni.

Ma si tratta di materia delicatissima, rispetto alla quale bisogna muoversi con la massima cautela.