Cronaca Bianca

L'EDITORIALE - Don Patriciello non è come dice Velardi uno sciacallo, ma la deve piantare di associare ogni morte per tumore di un bimbo alla Terra dei Fuochi

Lo ha fatto sostanzialmente, anche con un caso di cui è stato vittima un bambino di 8 anni di Capodrise   La testimonianza di un uomo di fede e di un amministratore della


Lo ha fatto sostanzialmente, anche con un caso di cui è stato vittima un bambino di 8 anni di Capodrise   La testimonianza di un uomo di fede e di un amministratore della fede che risiede nei sacramenti deve o meglio, dovrebbe essere saldamente fondata sul valore della responsabilità. E questo perché un pastore delle anime, parimenti a un pastore dei cittadini incrocia il problema non secondario e non leggero della possibilità che ha di condizionare soprattutto quelle frange meno avvedute, marginali rispetto a un contenuto di consapevolezza data da conoscenze e da un bagaglio culturale quanto meno accettabile. Oggi non vogliamo fare gli sfrontati e neanche i provocatori, così come, in qualche venatura di un nostro precedente articolo abbiamo fatto quando volemmo commentare una definizione tranchant confezionata da Claudio Velardi, ex assessore regionale e tra i maggiori esperti della comunicazione in Italia il quale andò anche al di là di una qualificazione dell'esperienza pastorale e dell'attività testimoniale di don Maurizio Patriciello. Andò al di là perchè non qualificò quest'attività, ma il suo interprete, liquidato con un piuttosto sbrigativo "sciacallo". Don Patriciello, tutto sommato, è un buon prete ed è anche uno a cui si deve riconoscenza per aver affrontato e contribuito a porre all'attenzione dei media nazionali e internazionali la questione, assolutamente reale, dei roghi tossici. Lo ha fatto con determinazione, con un assiduo utilizzo della parola e della denuncia. Ma siccome gli uomini sono fatti di carne e il vizio, purtroppo, soprattutto nella considerazione di un testimone della fede cristiana, è una vicenda piuttosto lunga e irrisolta, che si trascina dai tempi di Adamo e di Eva, anche don Patriciello ha subito una metamorfosi che lo ha portato a indugiare, e non poco, nelle malie secolari. La notorietà può essere un serio accidente per chi non riesce a comprenderne le insidie e la caducità. In verità, è ancor più grave che chi in seminario o nei suoi studi teologici avrebbe dovuto acquisire il bagaglio per spiegare ai fedeli il senso di quel gesto e di quel segno dell'imposizione della cenere nel giorno seguente a quello strapagano dei fumi carnascialeschi, si dimentichi l'alfa e l'omega della parabola umana dalla cenere alla cenere. L'unica cenere, invece, che sembra conoscere, in questo momento, don Patriciello, è quella che gli offusca il cervello quando confeziona fregnacce, utilizzando anche, purtroppo, l'altare delle omelie in cui esplicita il proprio ministero sacerdotale. L'ultima della serie, la più insidiosa e la più disarmante, pericolosa, appunto, soprattutto come possibile elemento condizionante di quelle frange sociali di cui abbiamo parlato prima detta a proposito della morte per cancro di un bimbo di 8 anni di Capodrise. La Terra dei Fuochi, l'inquinamento atmosferico legato ai roghi tossici e alla pratica criminale dello smaltimento illegale di rifiuti di ogni genere, sono argomenti troppo seri e delicati per continuare a non essere affrontati, come sta succedendo, purtroppo, in questi ultimi tempi, sempre più dominati dalla vulgata dei conformisti dell'anti tutto, dell'anti camorra, dell' anti veleni, dell'anti mafie, ma pure della sterminata anti cultura,  con sobria attitudine al rispetto delle scienze naturali, della chimica, della fisica, della biologia, della medicina. Se don Patriciello continua a considerare ogni morte per tumore in questo territorio come conseguenza del problema che lui ha trasformato in bandiera, tradisce la scienza ma tradisce anche Dio. Compie un atto di disinformazione, che non vogliamo definire sciacallaggio, come ha detto Claudio Velardi ma che, comunque, marca il ministero di don Patriciello di una concettualizzazione di tipo medievale. Agitare le paure, con una riproposizione un po' ieratica di tipo millenarista, significa rendere un pessimo servigio anche a una Chiesa che ha necessità, come ci sta facendo capire bene Papa Francesco di collocarsi in questa epoca attraverso lo sforzo culturale enorme, faticosissimo per rendere la sua dottrina competitiva per sfidare la scienza e le nuove forme di razionalismo sul loro terreno. E questo non si può fare con le fregnacce. Esiste una possibilità che quel bimbo di 8 anni di Capodrise sia morto di inquinamento o dell'inquinamento immagazzinato dai suoi genitori nel tempo del concepimento. Può ricorrere il caso di una cellula tumorale che, per banale scienza si produce nella maggior parte dei tumori a pochi mesi dalla nascita e non già nella pancia materna, possa essere stata favorita, predisposta da quel patrimonio genetico fornitogli da chi lo ha generato.  Ma è una possibilità su mille. Ci sono le altre 999 che non possono non essere considerate da un uomo pubblico, ancor di più da un uomo di fede che deve credere in un disegno divino prestabilito, ecco perchè tradisce anche Dio se non lo fa. L'auspicio è che don Patriciello con l'ausilio di qualche sacerdote più serio e riflessivo, di un vescovo che possa farlo ragionare su queste cose, utilizzi la notorietà che ha raggiunto non allo scopo di mantenerla, di preservarla a tutti i costi dall'oblio, di rigenerarla, di perpetuarla attraverso la droga della disinformazione, ma che, attraverso un lavoro su se stesso, sul proprio bagaglio di conoscenze, di esperienze di confronto con scienziati ed esperti, renda più forte, più salda, più competitiva, appunto la sua testimonianza e la sua opera che nel momento in cui ha scelto l'abito che indossa può accettare l'umana vanità della riconoscibilità pubblica solo se questa ha una finalità spirituale, quella della salvezza.