Politica

L'EDITORIALE - Pina Picierno, l'ultima democrazia cristiana e Rosida Baia, la Franca Falcucci del 21esimo secolo

La candidatura della ex supporter accesissima di Enzo Iodice nel collegio aversano, per l'elezione dei componenti della nuova assemblea nazionale del Pd, solletica in noi una ri


La candidatura della ex supporter accesissima di Enzo Iodice nel collegio aversano, per l'elezione dei componenti della nuova assemblea nazionale del Pd, solletica in noi una riminiscenza storica, da citare, in quanto colma di evocazioni e di chiavi di lettura.   CASERTA - Se non ricordiamo male, no,  non ricordiamo male, la leggiadra Rosida Baia di Santa Maria Capua Vetere è stata, prima di approdare al Pd, una fervente esponente del Pds e poi dei Ds. La Baia viveva la sua condizione di donna di sinistra, accludendoci anche un ingrediente  non estraneo alla storia del progressismo internazionale e a quella delle cosiddette democrazie socialiste: il culto della personalità. Certo, tutto veniva consumato nel brodino provinciale di Terra di Lavoro e certo Enzo Iodice, che faceva illuminare gli occhioni di Rosida Baia, appariva come l'innovatore, quello che completava il percorso di superamento e di messa in definitiva quiescienza di di Muro, ma, soprattutto, del dimurismo. Poi si sa come è andata a finire, per effetto di un mastodontico fallimento nel quale il cambiamento rappresentava solo una bandierina da issare per nascondere un consueto disegno di potere, la storia di santa maria capua vetere. Però, diciamo che la stagione a cui Rosida Baia partecipò, ingravidava e provava ad esprimere il senso di un effettivo combiamento, a cui forse Rosida credeva effettivamente. Credeva, perchè adesso non ci crede più. Abbiamo assistito, da ormai solidi conoscitori della politica locale, alla polemicuccia suscitata dalla candidatura della commerciante sammaritana nella lista in appoggio alla candidatura di Matteo Renzi nel collegio di Aversa e dell'Agro Aversano. Qualche sogghigno e un po' di alzate di spalle da parte nostra. D'altronde, quando si è giovani si guarda al sol dell'avvenire, da maturi, in questo caso, da mature, si diventa realisti, pragmatici, in questo caso, pragmatiche. Ma la realpolitik è una cosa, lo scimmiottamento della peggiore e declinante storia della democrazia cristiana, un declino che incubava già il virus di tangentopoli, è un'altra cosa. La tradizione di militanza politica della Baia si connotava, appunto, con la contestazione e con la creazione di un disegno alternativo a di Muro e al dimurismo. Ma forse neanche di Muro, a suo tempo, ha partecipato in maniera convintissima a quelle che erano le forme più deteriori di un partitismo, ormai precipitato nella partitocrazia. Nel Sannio bianchissimo, in cui il sottoscritto faceva muovere  i primi passi alla sua passione per le cose della politica, accadde che quella democrazia cristiana che non era più la democrazia cristiana di de Gasperi, del primo Fanfani, men che meno quella di liberi e forti teorizzata da don Sturzo, calava dall'alto delle candidature allo scopo di garantire loro una sicura elezione al Parlamento, tutt'altro che scontata se questi ufo si fossero candidati nelle circoscrizioni di appartenenza. Accadde così, alle elezioni politiche del 1983 con l'allora ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci, una paciosa signora toscana a cui fu dato il seggio sicuro al Senato proprio nella mia circoscrizione, quella di Cerreto Sannita e di san Bartolomeo in Galdo. La paciosa signora condusse una campagna elettorale in completo relax, lontana dalle insidie che avrebbero messo in pericolo l'elezione nella toscana rossa, e puntualmente ottenne l'elezione a Palazzo Madama, a cui si accedeva attraverso la competizione in collegi uninominali, seppur regolati dal proporzionale puro. E così capitò in quella stessa elezione o nella successiva con Renzo Lusetti, giovane virgulto emiliano che de Mita candidò e fece votare nella circoscrizione di Salerno - Avellino e Benevento, soprattutto perchè, al tempo, era il fidanzato di sua figlia. In linea di massima capitò la stessa cosa, proprio mentre tangentopoli faceva rullare, ancora in lontananza, i tamburi di guerra, con l'allora ministro degli Interni Antonio Gava, anch'esso candidato al Senato nel collegio di Cerreto Sannita nel 1992. Che c'entra tutto questo con la "povera" Rosida, la quale, tutto sommato, aspira solo ad un posto nell'assemblea nazionale del pd? C'entra e come, perchè il metodo utilizzato per la sua candidatura, è esattemente lo stesso: non c'è posto a Santa Maria Capua Vetere e allora la mettiamo sotto l'ala protettrice di Nicola Caputo, che è uno il quale i voti li ha sempre fatti, senza voler apparire diverso da quello che è, con il sistema dell'ultima democrazia cristiana, e con il sistema di di Muro. L'architetto di questa operazione si chiama Pina Picierno, la quale, dall'alto della sua cultura enciclopedica, questa storia che abbiamo raccontato non la conosce, ma potrà ben chiedere al suo papà e a zio Raffaele se le cose, a suo tempo, andarono proprio come io le ho descritte. Giusto: Raffaele Picierno e Pasquale Picierno. Buon sangue non mente. E d'altronde, l'operazione Baia ricalca lo stesso copione di quella, riuscitissima, realizzata dalla Pina sidicina, diventata ancora una volta deputata grazie ai quasi 300 voti raccolti alle primarie del 29 dicembre 2012, in quel di Villa di Briano, dove, mi sembra, non amministri un Giorgio la Pira o un Giulio Carlo Argan, ma il signor Dionigi Maiulo, il quale, se non mi sono perso qualcosa, non si è mai segnalato per concrete, penetranti denunce alla criminalità organizzata, che nel suo territorio l'ha fatta da padrona, determinando, come ormai viene regolarmente asserito dai più importanti pentiti di camorra, tutti gli assetti politici ed amministrativi. Ora, accadrà che quei due fresconi impenitenti e impertinenti di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, diventati ormai dei fans accaniti di casertace, che gratificano di molte citazioni nella loro trasmissione "la zanzara" su Radio 24, chiameranno di nuovo la Pina. E lei risponderà come ha fatto l'ultima volta: "quel sito, è meglio che non lo aprite proprio. Ho sporto querela". Ma la querela dovrebbe diventare uno strumento di rivolta collettiva, come accade con le class-action nell'ambito del diritto civile. Una rivolta non politica, ma della ragione, affinchè, citando al contrario un notissimo successo del compianto Pierangelo Bertoli ( CLICCA QUI PER ASCOLTARE LA CANZONE ) , "i cervelli tornino a pensare". Gianluigi Guarino