Cronaca Bianca

L'EDITORIALE - 302 appartamenti in via Falcone: l'orrendo spettacolo di 30 nuovi palazzi ammassati e le tante sciocchezze dette sull'edilizia popolare

Si tratta di un articolo noioso, ma se i casertani non si rendono conto che devono cominciare a misurassi anche con i contenuti dell'azione di governo, scoprendo ineluttabilmente


Si tratta di un articolo noioso, ma se i casertani non si rendono conto che devono cominciare a misurassi anche con i contenuti dell'azione di governo, scoprendo ineluttabilmente che  contenuti non ce ne sono, questa città andrà sempre peggio CASERTA - 30 palazzi di 5 piani l'uno o 25/26 palazzi di 7 piani, che sarebbe l’altezza massima consentibile. 5 o 7 pianni che non sarebbero certo di “morbidezza”, ma di estrema durezza, di autentica offesa a un territorio già martoriato, che si vedrebbe consegnare un insediamento modello Ponticelli, per non dire modello Scampia o Laurentino 38 "ai bordi di periferia", di quella periferia romana cantata dall'esordiente e imberbe Ramazzotti nel Festival di Sanremo del 1983. Questo sarebbe il nuovo parco, targato ingegnere Penzi, di via Falcone. 302 appartamenti in un'area tutto sommato limitata rispetto alle volumetrie preventivate. Una roba pazzesca che cambierebbe i connotati di un comparto della città di Caserta. E sono proprio questi numeri ad avere indotto il nostro giornale a una riflessione più arcigna e severa nei confronti di questo insediamento, di questo progetto-progetto che in un primo tempo avevamo valutato in maniera, diciamo così, laica. L'edilizia economica e popolare nasce in Italia negli anni '70 con il famoso insediamento bolognese, sbandierato come un totem dalla sinistra dei tortellini e griffato Valeria Erba. Tutto quello che è successo dopo e cioè i già citati Ponticelli, Scampia, sono frutto di quell'idea fallimentare che ha perimetrato dei veri e propri ghetti in cui, quasi plasticamente nella testa delle "altre città", cioè dei quartieri abitati dalla media e dall’alta borghesia, rappresentavano dei confini invalicabili,  dato che al di là del muro, al di là dello sbarramento rionale, tutto era delinquenza, degrado, emarginazione. Roba da cui i ben pensanti avrebbero dovuto stare lontano mille miglia. Con la sua ennesima stronzata storica, la sinistra italiana ha ottenuto un risultato esattamente contrario a quello che si era prefissato: dare una casa alle fasce deboli della popolazione per perequarne un diritto fondamentale si è tradotto nel passaggio da una ghettizzazione pasoliniana di tipo suburbano a una ghettizzazione urbana, e purtroppo urbanizzata dallo stato (a)sociale, stile Roma violenta, Miano violenta, Caserta violenta. Tale degenerazione ha fatto scaturire, come un vero e proprio senso comune, la generalizzazione generalizzatrice su patologie sociali che hanno marcato, anzi marchiato di infamia anche persone con attitudini oneste, creando un meccanismo di contaminazione esattamente inversa da quella ideologizzata dal Pc post togliattiano e berlingueriano. Se avete letto queste prime righe molti di voi avranno pensato che si tratta di un articolo sui modelli storico sociali analizzati attraverso lo specchio essenziale di una necessità cardinale: quella del tetto, del riparo per se stessi e per la propria famiglia. E invece no. Abbiamo voluto ricorrere a rievocazioni di un'urbanistica fallimentare, per arrivare ad argomentare una tesi finalizzata a spiegare ai casertani che questa schifezza dell'housing 1 ha dentro di se,  al di là di una foglia di fico di rifiniture tecnico architettoniche più spendibili, più presentabili,  molto di quella mentalità. In questo caso specifico dei 302 appartamenti, 220 sarebbero di proprietà di Penzi e dei suoi, dunque di un privato che poi li dovrebbe vendere, determinando una legittima speculazione. Ma 30 palazzi a pochissima distanza l'uno dall'altro,  e senza considerare per un momento quella che potrebbe essere la loro mission imprenditoriale e/o sociale, rappresentano volumetricamente, plasticamente, in termini di visuale, di prospettiva architettonica, una reiterazione della patologia più grave del comparto abitativo italiano, fondato, da mezzo secolo a questa parte, su un’edilizia cialtrona e massificata, ridotta esclusivamente alle ragioni, in questo caso paradossalmente compatibili, se non addirittura sovrapponibili, del soldo speculativo e padronale di quei palazzinari che proprio 50 anni fa Francesco Rosi cominciava a raccontare nel suo capolavoro “Le mani sulla città”, a  quelle di una demagogica e parimenti devastante edilizia economica e popolare. Chiarito il concetto e chiarita la tesi, cerchiamo di entrare nel dettaglio di questa vicenda. Abbiamo fatto sfogare il sindaco, l'amministrazione comunale, alcuni dei 16 consiglieri che hanno votato si all'housing, senza cedere alla tentazione di inserire immediatamente in questo dibattito, in realtà sterile, superficiale, banale e stucchevole, la nostra analisi e il nostro commento. L'argomento sbandierato dagli assertori dell'housing 1 è quello relativo a una sua presunta validità legata ad una perequazione tra le ragioni speculative del privato e le compensazioni, i ristori che il settore pubblico andrebbe a spalmare sul sociale. 16 appartamenti andrebbero ad appannaggio del comune di Caserta che con una determina dovrebbe stabilire i parametri di assegnazioni non necessariamente legati a un'esclusiva valutazione di tipo economico, ma che potrebbero, ad esempio, favorire particolari categorie di cittadini, come quella dei congiunti dei caduti per mafie, oppure dei parenti dei servitori dello Stato a loro volta caduti nell'adempimento del proprio dovere. Ma il problema non è questo. Se il Consiglio comunale, l'altra sera, avesse votato l'housing, la città si ritroverebbe in pratica già cantierabile un'opera di cui non si conosce il progetto. E quando parliamo di progetto non ci riferiamo a quelle cartine propagandistiche multicolor che hanno girato in questi giorni nelle caselle di posta elettronica dei media casertani, ma a un progetto reale, tecnicamente esaustivo, rispetto alla necessità di conoscere elementi cardinali. Primo: in che area sarebbero ubicati i 16 appartamenti? Sarebbero ghettizzati, magari concentrati a limite più estremo e più remoto dell’area di via Falcone in un paio di palazzi, oppure sarebbero distribuiti all'interno di tutte le altre costruzioni residenziali? Secondo: per quanti metri quadrati si estenderebbe ognuno di questi appartamenti? Riprodurrebbero quelli privati che l'imprenditore metterebbe sul mercato o sarebbero le solite gabbiette da 40, 50, massimo 60 metri quadri? Nessuno dei consigliericomunali, che, l'altra, sera hanno discusso (si fa per dire) e hanno votato, conosce seriamente questi aspetti tutt'altro che secondari per chi dovrebbe rappresentare gli interessi collettivi. Eppure, se si eccettua qualche intervento, nessuno ha pensato di cibare la sua ignoranza con qualche conoscenza, ponendo, ad esempio, una o più domandae all'assessore all'urbanistica Peppe Greco. E veniamo agli altri 26 appartamenti che secondo il sindaco Del Gaudio rappresenterebbero un chiaro, evidente contributo perequativo nella direzione dell'edilizia sociale. Si tratta di case in cui verrebbe applicato il cosiddetto "canone sostenibile". Sostenibile "un par de ciufoli": 400 euro al mese, una cifra che nel momento in cui diventa parte di un budget familiare collegata ad un nucleo che per reddito può accedere a questo tipo di canone agevolato, assume un peso specifico sproporzionato e, per certi versi, inaccessibile. In poche parole, per un banale e normale ragionamento connesso alle categorie di reddito da cui discende poi la conseguenza delle fasce sociali, questi non diventerebbero appartamenti di edilizia economica, ma, soprattutto di questi tempi, andrebbero a costituire una possibilità solo per una sorta di middle class che poco ci azzecca con le categorie disagiate. Già immaginiamo come andrebbe a finire: in quelle 26 case entrerebbero famiglie o giovani coppie con un reddito la cui metà è rigorosamente in nero, dato che solo “il nero” potrebbe mettere insieme un modello isee compatibile con una sostenibilità effettiva, sostanziale, reale a sopportare quel canone. Ma non è ancora niente. Questi 26 appartamenti, mancando un progetto consultabile, al pari di quanto capita con i 16 precedenti, non sono né tarati, né individuati, né specificati in alcun modo. Dunque, ancora una volta non si capisce quale sarà la loro grandezza e se saranno o meno appartamenti di serie b o di serie c rispetto a quelli privati. Terza e ultima questione: ma come erano bellini da leggere certi comunicati in cui oltre a glorificare la parte relativa ai “16 + 26” appartamenti, diventava prova inconfutabile dell'impronta sociale, quasi socialista di questo mega parco residenziale, la possibilità offerta al Iacp di costruire altri 40 appartamenti. Terza questione, comma A: Allo Iacp non vengono consegnati chiavi in mano. Ma l'Istituto autonomo case popolari avrebbe la disponibilità di un lotto di terreno su cui costruire da se gli appartamenti. Giusto per ricordare a qualche non addetto ai lavori: lo Iacp è un soggetto giuridico, partecipato da diversi comuni tra cui quello di Caserta. Quindi, quest'ultimo, ancora in pieno dissesto e piangente di  miseria, dovrebbe contribuire per la quota parte, fissata in ragione del suo peso all'interno dell'istituto. Dopo aver scucito questi soldi, lo stesso comune di Caserta si metterebbe in fila con gli altri comuni appartenenti allo stesso Iacp e riceverebbe la disponibilità a sistemare un numero di famiglie molto esiguo, dato che in quelle case andrebbero ad abitare anche persone che oggi sono domiciliate o residenti in altri comuni della provincia. E allora, in questa città, si può fare per una volta un dibattito serio che non sia superficiale e banalmente collegato alle questioni della diroccata botteguccia politica indigena? No, non si può fare. Perché se da parte dell'amministrazione comunale si esprime un approccio superficiale, incolto e disinformato a queste tematiche, come volete che la città possa conoscere seriamente la realtà di certe cose avendo poi la possibilità di einaudianamente deliberare? Gianluigi Guarino