Economia e Territorio

L'EDITORIALE - La "figa" della De Girolamo, ma sotto il vestito della ministra all'Agricoltura, in realtà, non c'è nulla

Stamattina mi è piaciuto leggere un bell'articolo, pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno e dal sito Sanniopress, di Giancristiano Desiderio, a commento di un'affermazione fatta


Stamattina mi è piaciuto leggere un bell'articolo, pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno e dal sito Sanniopress, di Giancristiano Desiderio, a commento di un'affermazione fatta dalla conterranea, mia e sua, nel corso di un convegno svoltosi a Roma   IN CALCE AL NOSTRO ARTICOLO CLICCA IL LINK PER LEGGERE L'INTERVENTO DI DESIDERIO   Il mio amico Giancristiano Desiderio, in un suo bell'articolo, pubblicato nei giorni scorsi dal Corriere del Mezzogiorno e ripreso da Sanniopress di Billy Nuzzolillo, ha espresso diverse e più che logiche valutazioni su un intervento che il ministro delle Risorse Agricole Nunzia de Girolamo, sannita e conterranea mia e di Giancristiano desiderio, ha tenuto nel corso di un convegno a Roma, ritenendo forse che l'uso di uno slang fresco, disinvolto e giovanile potesse diventare una sorta di macumba, attraverso cui liberare l'economia italiana, ma soprattutto l'economia campana, dalla sua crisi pesantissima, che attiene non solo al dato strutturale e identitario, collegato alla desertificazione delle vocazioni che ha colpito il settore primario nel corso degli ultimi 40 anni, ma anche ad una specifica tara, affatto congiunturale, che riguarda la scellerata dissolutezza con cui gli indigeni di questa regione hanno trattato il loro territorio, trasformato in un ricettacolo sterminato di plurimonnezze assortite al punto da rendere inoppugnabili le ragioni che hanno indotto Giancristiano Desiderio ad affermare che l'antica definizione di "Campania felix è uno sberleffo della storia". Ma siccome ci ha pensato lui a declinare i motivi della leggerezza concettuale, della superficialità espressiva di un ministro che, abbiamo l'impressione, di agricoltura e dei suoi problemi più profondi ci capisce molto poco, e rinviando ad ulteriori nostre trattazioni l'approfondimento dei temi veri e dei numeri raccapriccianti che hanno circondato di un gelo da camera mortuaria il settore primario di questa regione e di questa provincia, vogliamo limitarci a dire qualcosa sulla possibile eziologia di questa espressione utilizzata dal ministro. L'agricoltura, dunque, deve diventare "figa". Così ha detto testualmente la De Girolamo. Anche le scarse cognizioni della ministra non sono tanto scarse da impedirle di comprendere che per passare dallo stadio attuale di agricoltura "sfigata" a quello di agricoltura "figa" non basta un maquillage, non è sufficiente una spolveratina veloce, ma occorrono politiche e interventi radicali, purtroppo cogenti anche per chi come il sottoscritto e come l'amico Desiderio, sono colpiti da forme serie di orticaria ogniqualvolta, nell'economia, soprattutto nell'economia italiana e ancor "più soprattutto" nell'economia meridionale campana, vengono utilizzate politiche dirigiste risorse di origine pubblica. Una sorta di piano Marshall, non certo bazzecole. Un'operazione mastodontica che parta dalla bonifica, possibilmente non affidata ai capi bastone dell'attuale rivolta sulla Terra dei Fuochi, ma strettamente controllata da autorità indipendenti, sperabilmente identificate in persone nate, cresciute e pasciute lontano da queste contrade, meglio ancora se native della Svezia o del Polo Nord. Questo occorre, prima di pensare alla "figa". Quindi, tornando alla frase della Nunzia sannita, prima ancora dell'agricoltura, deve diventare "figa" la terra, che è la base di tutto. Fino ad ora la terra, come matrice e nutrice, era stata definita in tutti i modi. Per la sua caratterizzazione cardinale rispetto alla vita stessa dell'umanità su questo pianeta, la sua citazione, la sua invocazione, la sua evocazione compare in un spettro larghissimo di espressioni dell'ingegno e dell'animo umano: dalle poesie immortali, alle più insulse canzonette, passando per la storia spesso romanzata delle vicende di una o più generazioni di individui che la terra o una particolare porzione di terra, hanno conquistato o hanno abitato. Conoscevamo "l'amara terra" della nota canzone popolare di Domenico Modugno, che, da una prospettiva siciliana, più solare, evocava gli accenti delle "Genti in Aspromonte" di Corrado Alvaro; conoscevamo, per parlare di qualcosa di maggiormente secolare, ma neanche poi tanto, la "terra mia" del Pino Daniele dei suoi inizi, quello che attraverso la sua canzone apriva la strada anche ad altre espressioni, politicamente più estreme, come quelle della "Campagna" proletaria di James Senese. Terra amara, terra dolce, terra benigna, terra matrigna, terra mia, ora abbiamo anche terra "figa". Il che non deve scandalizzare, in quanto, scomodando per un secondo, ma solo per un secondo, Edgar Morin, questo fa parte de "l'esprit diu temp" che è sempre esistito, da quando l'uomo è uomo ed è diventato, a quanto dicono, sapiens. Il problema non è costituito dall'uso di questo aggettivo, mutuato da un sostantivo che, non ce ne voglia la De Girolamo, viene evocato, immeritatamente, fino a prova contraria, nelle considerazioni riguardanti alcune carriere lampo e spropositatamente autorevoli avvenute nel perimetro di quella sorta di harem berlusconiano rispetto al quale certo la ministra De Girolamo non è estranea. Ma la ministra ha pronunciato la parola "figa" e non come sostantivo, anche se il riflesso freudiano non è che possa essere escluso a priori. Abbandonando, a questo punto, la nostra tentazione di cazzeggiare (vedete, anche noi cavalchiamo il trend delle espressioni disinvolte) sulla speculazione semantica, una considerazione un po' più seria la vogliamo regalare ai nostri lettori, ritornando sulle tracce del molto più centrato articolo scritto da Giancristiano Desiderio. Qui non è questione di definizione. Noi l'agricoltura possiamo sognarla "figa", "racchia", la possiamo chiamare Giovanna, Ermenegilda, Bianca, ma il problema è che la definizione è una questione di nullo significato. E non perchè parlare, discutere, confrontarsi sulle possibili nuove identità del settore primario non possa contenere anche qualche aggettivo moderno, disincantato, giovanile o giovanilistico, che renda meglio l'idea di quello che uno ha in testa o meglio, un ministro ha in testa, su quello che deve essere il percorso di rivitalizzazione, di rilancio dell'agricoltura, ma perchè la sensazione che si evince da questo intervento della De Girolamo è che sotto il vestito della parolina buttata lì a uso e consumo dei titoli delle agenzie e dei giornali, non ci sia proprio nulla. De Girolamo, sotto il suo vestito non c'è nulla. Eppure, non sembrava.   Gianluigi Guarino   CLICCA QUI PER LEGGERE L'ARTICOLO DI GIANCRISTIANO DESIDERIO