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LA DOMENICA DI DON GALEONE Nella frenesia quotidiana occorre fermarsi e lasciar passare la luce di Dio

Il commento domenicale del sacerdote e docente salesiano * Questo brano del Vangelo di Luca va interpretato bene. Sovente incontriamo donne come Marta continuamente agitate e ner


Il commento domenicale del sacerdote e docente salesiano

* Questo brano del Vangelo di Luca va interpretato bene. Sovente incontriamo donne come Marta continuamente agitate e nervose, e altre donne come Maria che lasciano (o vorrebbero) la famiglia e il lavoro per stare in chiesa. Noi sbagliamo se pensiamo che Maria fosse pigra o passiva. Quando la chiama il Signore, Maria subito si alza; il lunedì di Pasqua, sulla tomba è lei la prima, e poi corre ad avvertire Pietro. Si può, si deve raggiungere questo difficile e necessario equilibrio tra azione e contemplazione. Ma quando il Signore parla, quando ci parla, cosa dobbiamo fare se non ascoltare? Ascoltare non è facile, specie quando la Parola è viva, tagliente come una spada. Niente è più attivo, più felice e doloroso di questa Parola. E’ precisamente questo che Marta non ha potuto sopportare. Marta non è una donna attiva ma esagitata, non è occupata ma preoccupata. Non è capace di ascoltare tranquilla, lasciando che la Parola la trasformi dentro. Trova quella Parola noiosa e sterile. Si sente condotta là dove non le piace andare. Lei non vuole diventare una donna nuova, e allora si alza con un pretesto, accende il fuoco, fa rumore, interrompe grossolanamente Gesù perché scuota la sorella. Cristo, sempre paziente, non la rimprovera, si limita a difendere la sorella: Marta è rimproverata non perché lavora ma perché non si lascia lavorare dalla Parola; non perché è attiva ma perché si agita e non lascia tranquilli. Cristo non loda l’ozio né la pigrizia, ma sa che il peggior nemico è l’agitazione. Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano!

*  “Marta, tu ti preoccupi e ti agiti …”. Marta sembra il ritratto del nostro animo, la nostra condizione quotidiana. Del resto, perché  mai dobbiamo fermarci? E come potremmo ormai? Se lo facciamo, siamo subito gettati a seccare sulle sponde cosparse di relitti di quel fiume vorticoso che travolge le nostre esistenze. Chi si ferma, è perduto! E allora “bellum omnium contra omnes!”. E l’anima? Ma se esiste davvero un’anima immortale, cosa dovrei farne, non ho tempo da perdere con una cosa che non si vede e non si tocca. E non c’è neppure il tempo per una speranza che non sia solo desiderio, per un amore che non sia solo possesso, per una fede che non sia solo abitudine. Tutto sembra svuotarsi sotto il vento incessante dell’affanno; la bramosia è stata chiamata dinamismo, la nostra pace si fonda sul conto in banca, la nostra gloria si chiama ambizione, la conoscenza è diventata strumentale. Ricordiamo il dipinto del Giudizio universale? Tutto il dinamismo frenetico è riservato all’inferno. A grappoli, scompostamente come in preda a cieca voluttà, le anime si precipitano verso la loro pena ancora sotto l’effetto di quella frenesia che ha segnato la loro vita. Chi potrebbe fermare una sola di quelle anime? Fermarsi significherebbe la salvezza, il paradiso! Il Vangelo lo insegna a chiare lettere: Marta è “tutta presa dai molti servizi, preoccupata e agitata per molte cose. Quindi, in mezzo alle vicende della vita, occorre sempre tenere aperto un canale di ascolto verso l’infinito. Il nostro essere non dev’essere tutto preso dalla cose e dal fare. Dobbiamo sempre tenere una finestra aperta e lasciar passare la luce di Dio.

*  La contemplazione non abita più fra di noi. Non c’è posto, nella nostra società dell’efficientismo e del sorpasso, per chi sceglie il silenzio, l’ascolto. La contemplazione è un’utopia cancellata, anche se dentro di noi avvertiamo poi il bisogno di questa dimensione perduta.  Perciò alcuni anni fa volli trascorrere un giorno di vita contemplativa, in un convento di clausura. Per capire, per cambiare. Subito provai smarrimento, panico. Non siamo più abituati all’assenza di voci, ai grandi spazi silenziosi, alla solitudine con se stessi. Nella cella, avvolta dal silenzio, la vita, là fuori, è come guardarla dall’alto di un aereo. La prospettiva cambia, la geografia diventa interiore, la storia ti appare umile e fragile. Ti sembra di vedere le cose per la prima volta: ciò che davvero vale non è quanto hai lasciato alle spalle, nella furiosa lotta quotidiana, nella babele delle chiacchiere e dei desideri, ma è il piccolo segno di speranza e di gioia, di amore e di pace che dal convento ti orienta verso il valori assoluti. Cantano le monache del coro: “La luce che tramonta ci ricorda che siamo poveri senza la tua luce. Signore, donaci uno sguardo nuovo, un cuore nuovo”. Ti senti rinascere: di nuovo capace di stupore e di allegria. Prima di ripartire dalla mia breve clausura, leggo su un foglietto destinato agli ospiti: “Sapiente è chi orienta l’esistenza verso Dio”.

NB. Se vorrai contattarmi, la mail è francescogaleone@libero.it