Cronaca Bianca

ESCLUSIVA S.MARIA C.V Stu fallita, partono i pignoramenti al comune. E ora occhio all'asta del terreno

Finalmente siamo riusciti a capire qual è la situazione intorno a questo mega affare di dubbia legittimità che Casertace fece naufragare con una sua inchiesta rimasta, a S.Maria


Finalmente siamo riusciti a capire qual è la situazione intorno a questo mega affare di dubbia legittimità che Casertace fece naufragare con una sua inchiesta rimasta, a S.Maria C.V. memorabile. IN CALCE ALL'ARTICOLO 2 PUNTATE DELLA NOSTRA INCHIESTA DI 6 ANNI FA

S.MARIA C.V- Casertace quando decide di andare a fondo sulle vicende di sperpero di denaro pubblico e che sanno di bruciato non molla facilmente la presa.

Qualche settimana fa abbiamo ripreso a lavorare su una vecchia inchiesta iniziata nel 2007 sulla società di Tasformazione urbana "Antica Capua Innova" costituita tra il comune di S. Maria C.V.  retto all'epoca da Vincenzo Iodice,e un consorzio capeggiato dal privato Tartarone con la cointeressenza di Catone e Paolo Romano. Potrete rileggere l'inchiesta a margine per comprendere la genesi e i personaggi coinvolti.

Nella foto la Stu

Ricordiamo brevemente che artefici della nascita della Stu oltre a Iodice furono Giovanni Campochiaro e Giancarlo Giudicianni che all'epoca era assessore alle attività produttive accanto a Iodice , e che subito dopo la creazione della Stu , si dimise divenendo presidente della nascente società mista . Creatura che Giudicianni non molla neanche quando in seguito diventa sindaco e nomina quale suo successore nel Consiglio di Amministrazione di "Capua Antica Innova" la propria cognata, in modo da poter continuare a controllarne l'attività, oltre che continuare a sfruttarne i benefici economici legati allo stipendio nell'ambito familiare.

Purtroppo per loro non avevano fatto i conti con Casertace e le sue inchieste, dopo che abbiamo scoperto il calderone l'azione dell'opposizione , in particolare Gaetano Rauso e il gruppo laicamente composto da Emilia Borgia e Maria Limardi, ha fatto il resto fino a che la STU non è stata messa in liquidazione dal commissario prefettizio.

Le preoccupazioni di Casertace in merito al futuro dei beni comunali conferiti nella società di trasformazione urbana si sono rivelate del tutto fondate. Ci sono giunte notizie di pignoramenti presso il comune di ingenti somme per debitorie proprio legate all'attività di Capua antica Innova . Come avevamo precisato  e previsto il privato nulla ha conferito alla società ed oggi, e,  grazie a manovre poco chiare qualcuno potrebbe acquistare ad un prezzo stracciato, all'asta , i beni comunali, per un valore di oltre due milioni di euro , conferiti  come capitale pubblico alla società mista a fronte, di rate annuali del privato di circa 20.000,00 euro per 99 anni  perequiparare l'esborso dell'Ente pubblico.

G.G.

QUI SOTTO LE 2 PUNTATE DELLA NOSTRA INCHIESTA DI 6 ANNI FA LA PRIMA PUNTATA DELL'INCHIESTA   E meno male che l’acronimo è Stu e non Sti. Perché l’esclamazione attinta dal tardo-romanesco coatto (‘Stì….!!!) sarebbe venuta fuori quasi d’emblée, tentando irresistibilmente chi scrive, davanti a questa storia che ha prodotto mezzo quintale di carte tra documenti, delibere, atti costitutivi, statuti, un bel malloppo di gratifiche dirette e indirette per gli uomini e le donne presenti nei Cda e zero risultati ad appannaggio della collettività, dei cittadini di Santa Maria Capua Vetere. Invece, ci dobbiamo accontentare del fonema Stu, il quale meno si adatta al licenzioso gioco di parole, ma che, calato nella realtà di Santa Maria Capua Vetere, cioè in quella autentica franchigia della politica invisibile e dei dissennati sprechi che da questa derivano, diventa l’ennesima dimostrazione, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, di quale considerazione la “para…politica” cittadina e i sedicenti amministratori gemmati dalla medesima hanno della res publica, abbacinati come sono dalla sostenibilissima leggerezza dell’essere qualcuno o alcuni al comando di qualcosa nel momento topico, che dalle parti di palazzo Lucarelli è stato sempre quello in cui c’era da programmare una lottizzazione, una colata di cemento o, in maniera ancor più confortevole, in cui c’era da realizzare un investimento che si andava a risolvere in una bella sfilza di incarichi e di consulenze e sul nulla realizzato.   LA TRASFORMAZIONE URBANA? UNO SCAVO SEMI ABBANDONATO Ma torniamo al buffo acronimo e proviamo ad andare per gradi: a Santa Maria Capua Vetere non sono mai mancati i politici e soprattutto i tecnocrati dotati della capacità di fiutare da mille miglia le operazioni buone per muovere un bel po’ di quattrini. E così, quando nel 1997, il professore Bassanini, che pensava, evidentemente di vivere nel paese dei balocchi e non in Italia, decise che ai sindaci e alle Amministrazioni comunali andassero forniti strumenti più flessibili e, soprattutto, più veloci per cambiare la faccia e soprattutto, per cambiare le prospettive di sviluppo delle proprie città, qualcuno, dal pensiero lesto, fiutò subito l’affare. La norma istitutiva delle Stu, che, allo spirare del ventesimo rigo di questo articolo, andiamo finalmente a disvelare nella sua pomposa e velleitaria definizione, è datata 1997 ed era contenuta nella famosa legge del ministro Bassanini, primo governo Prodi, precisamente la numero 127, la quale riconosceva ai Comuni la possibilità di costituire delle società di capitale denominate, appunto, Società di Trasformazione Urbana, finalizzate a “progettare e realizzare interventi di trasformazione urbana in attuazione degli strumenti urbanistici vigenti”. Queste società venivano promosse, appunto, dai Comuni. Potevano parteciparvi anche Province, Regioni e soci privati, senza il vincolo della proprietà pubblica maggioritaria. Per non allungarvi la barba, sintetizziamo: a differenza degli strumenti in vigore fino ad allora (le società miste), che rispondevano alla pratica e semplice esigenza di realizzare un dato progetto, le STU nacquero con lo scopo specifico di trasformare una realtà esistente: bonificare un sito inquinato, riconvertire aree in cui siano presenti insediamenti produttivi in disuso, creare nuove opportunità occupazionali ed economiche in sostituzione delle attività cessate, migliorare la vivibilità e la viabilità di zone gravate da grandi infrastrutture. Si trattava e si tratta ancora, in altri termini, di risolvere un problema complesso, di dare una nuova identità a un territorio. E infine, ultimo obiettivo da citare della Bassanini, dato che casca a fagiolo nel caso di Santa Maria Capua Vetere, di eliminare il degrado urbanistico e sociale derivante da uno stato di abbandono. Ora, nella Santa Maria dei paradossi kafkiani potrà pure succedere tra qualche anno che si costituisca un’altra Stu con l’obiettivo di eliminare il degrado urbanistico provocato dalla prima Stu. Una battuta? Bene, allora guardatevi le foto, che pubblichiamo a margine di questo articolo. Vi accorgerete che in dieci anni, ripetiamo, in dieci anni, che sono ben 120 mesi, la Stu di Santa Maria Capua Vetere ha prodotto solamente la miseria o - ci si conceda - lo schifìo di uno scavo nella zona di via Danimarca, dove, secondo il progetto, dovrebbe nascere, indovinate cosa? …..Ma naturalmente un centro commerciale, idea di grande pregio socio – culturale e, soprattutto, originalissima da queste parti, dove l’imprenditore Enzo Natale si sveglia uno giorno sì e l’altro pure con l’idea fissa di costruire un mega discount di qua e un parco dei consumi e dell’intrattenimento di là, come se i sammaritani fossero stati colpiti da improvviso benessere e potessero consentirsi il lusso gaudente e pelandrone di trascorrere tre quarti della loro esistenza saltimbeccando tra una vetrina e l’altra, ovviamente non facendosi mai mancare una puntatina al Bingo, cioè “al gioiello di famiglia”, che aprirebbe un separé in ogni centro commerciale. Ma l’avessero almeno fatto ‘sto centro commerciale, qualcuno avrebbe potuto dire: meglio questo che niente. E invece, béccati il niente, caro sammaritano che continui a fare lo smemorato, il leggero e l’allegrone quando entri nella cabina elettorale! In dieci anni è stato scavato un buco, cosa che se l’appurano Stella e Rizzo ci dedicano almeno un paio di capitoli della loro saga letteraria, del loro lavacro dell’autosputtanamento nazionale sulla vergognosa dissipazione delle pubbliche risorse. Se è vero che il terreno di via Danimarca è di proprietà comunale, è anche vero che una stima giurata, datata 9 settembre 2002 e firmata dall’architetto Rosaria Rita Truglio, ha stabilito, dopo che la professionista incontrò più di un problema nell’ufficio tecnico del Comune per venire a capo di documenti e planimetrie, che quel terreno vale esattamente 2 milioni 480mila euro, che in pratica sono il risultato, come è scritto nella relazione del perito che abbiamo avuto la possibilità di leggere con attenzione, al pari di molti altri documenti, della moltiplicazione tra la superficie complessiva di 13mila 178 metri quadri e i 188 euro, costituenti il valore per ognuno di questi metri quadri. Questi 2 milioni e mezzo di euro, spicciolo più, spicciolo meno, rappresentano il conferimento da parte della città di Santa Maria Capua Vetere, socio di maggioranza al 51 per cento. E l’altro 49 per cento? Tenetevi forte, sta per arrivare il bello della storia, che ora possiamo popolare dei suoi attori protagonisti, dei comprimari, di nani, ballerine e mezze calzette.   IN PRINCIPIO FU….CAMPOCHIARO Abbandonando subito la licenziosa tentazione di operare citazioni dell’Antico Testamento, la modesta bibliografia della vicenda Stu ci conduce a una delibera di Consiglio comunale del 5 novembre 1998. Tutti presenti gli assessori attorno al sindaco Enzo Iodice. Da Silvio Miele a Massimilano Rendina, da Enrico Monaco a Maria Luisa Chirico, da Silvio Lugnano a Giuseppe Munno. Nasce, in pratica, la Stu. O meglio, passa la proposta di costituzione di una Stu. Santa Maria è uno dei primi Comuni in Italia a subdorare che l’operazione può essere conveniente. Non a caso, a un anno dall’entrata in vigore della legge 127, da queste parti si approvano già le delibere. Si è sempre pensato e si pensa ancora che il padre, l’artefice dell’intera operazione sia stato l’immancabile “ingegnere”, che nell’antonomasia locale, è uno e uno solo: Maurizio Mazzotti, per anni capo dell’area tecnica del Comune, oggi svernato a Caserta, vero deus ex machina di tutto quello che di concreto in termini di lavori pubblici e anche privati si è mosso durante gli anni del regno di Enzo Iodice. In effetti, la relazione da cui tutto nasce e che la giunta formalmente approva, reca proprio la firma di Mazzotti. Ma leggendo con attenzione il corpo dell’atto deliberativo, ti accorgi che in questa saga esistono padri materiali, ma anche padri spirituali. Dice il sindaco: …”Considerato che il consigliere comunale Giovanni Campochiaro, sensibile per mestiere (sic!), per cultura e per vocazione ai problemi del mondo produttivo meridionale, ha spronato, esercitando meritoria azione di stimolo, il Settore Tecnico Comunale, ad approfondire l’argomento delle Stu e ad elaborare una relazione – proposta da sottoporre agli organi politici dell’Ente, ipotizzando la possibilità di indirizzare detta società alla realizzazione e gestione, almeno in prima istanza, dei cosiddetti D-Pip, al fine di tentare di conferire un assetto organico al complesso sistema di realizzazione assistita di attività artigianali, commerciali ed industriali, stimolandone lo sviluppo e la crescita.” Prima sorpresa documentale e sotoriografica, dunque: non fu Mazzotti, magari stimolato dal suo amico di sempre Raucci, a indirizzare il Comune verso la costituzione della Stu, ma fu Campochiaro a chiudersi in una stanza con Mazzotti e a fargli capire che la Società di Trasformazione Urbana avrebbe dato uno slancio nuovo e possente all’economia produttiva della città.   TARTARONE, IL “MARADONA DEL MATTONE”, PIU’ FURBO DI CATONE Tenete bene in mente questo nome e questo cognome: Domenico Tartarone, nato a Giugliano il 30 ottobre del 1955, residente a Villaricca. Cinque anni di differenza, ma il 30 ottobre sono il giorno e il mese in cui è nato Diego Armando Maradona, profeta del calcio di ogni tempo. Beh, nel suo piccolo, si può, dire che anche Domenico Tartarone ha maradoneggiato, districandosi con mille e ubriacanti dribbling nel dedalo complesso delle “sette chiese”, quelle che un imprenditore, quasi obbligatoriamente, era costretto a girare se voleva combinare qualcosa nella città del Foro. La serpentina più riuscita l’ha realizzata ai danni non di uno qualsiasi, ma di un vero mastino degli affari, quel Carlo Catone, il re dell’autotrasporto e della logistica, che certo non è uno che ha l’anello al naso. Catone ed Enzo Iodice, con gli ovvi, immancabili e irrinunciabili buoni uffici di Maurizio Mazzotti, erano riusciti a trovare l’intesa: la Stu si sarebbe imperniata sull’impegno diretto di Catone, che in quattro e quattr’otto mise in piedi un raggruppamento di imprese che, agli albori del terzo millennio, risposero al bando pubblico del Comune con una formale istanza nella quale si dichiaravano disponibili a sottoscrivere una quota variante dal 48 al 49 per cento del capitale della Stu. Il raggruppamento era capeggiato dalla società Centro Commerciale Tre C, amministrata da Castrese Catone, figlio di Carlo, dalla Ideal Costruzione Srl, rappresentata da Baldassarre Topo, anche lui di Villaricca, dalla Immobiliare Caor, una società direttamente amministrata da Carlo Catone e, dulcis in fundo, da due imprese di Domenico Tartarone: la Davide srl – studi di architettura, con sede ad Aprilia in provincia di Latina e dalla Borgo Montepugliano Sas di Domenico Tartarone & C. con sede a Napoli, attiva, a quanto pare, nella gestione di attività turistico – alberghiere. Detto, fatto, come scriverebbe una mia valorosa collega. In alto i calici, la Stu è decollata seppur tra mille imbarazzi politici, dato che il matrimonio tra il sindaco Iodice e Catone finiva, giocoforza, per coinvolgere anche il consigliere regionale di Forza Italia Paolo Romano, che di Carlo Catone era ed è il genero e di Castrese Catone era ed è il cognato. Ma tant’è: quelli erano i tempi – altro che Veltrusconi - di un dialogo, e che dialogo!, ante litteram tra centrodestra e centrosinistra, con Nicola Cosentino che a Santa Maria chiudeva l’affare del decennio affittando al tribunale gli appartamenti di famiglia in via Santagata, dove ancora oggi sono accampate (e l'uso di questo participio non è metaforico, vedere per credere), le stanze delle sezioni civile e lavoro. Ma siccome non tutte le ciambelle riescono col buco, quella della premiata ditta Iodice – Catone, a differenza di quella Iodice – Cosentino, si bruciò in forno. Anche perché quella lenza del sindaco si accorse che in quel raggruppamento di imprese c’era un talento nascosto ancor inespresso in queste zone: quello di Domenico Tartarone, appunto. Tra i due scoccò la scintilla. Le ménage a deux spesso si trasformava in un ménage a trois. “Il triangolo sì”: Iodice e Mazzotti l’avevano considerato eccome. Ed ecco che Domenico Tartarone da Villaricca diventa un protagonista dello sviluppo cittadino. Oddio, le sue potenzialità si vedono, più che nella Stu, nella rapida opera di edificazione di quello che, ormai, è conosciuto in città come l’alveare: una sequenza impressionante di appartamenti messi uno affianco all’altro, uno sopra all’altro, nella zona di piazza Padre Pio. Qualcuno, agli albori di questa ambiziosissima operazione speculativa, osò obiettare che da quelle parti fossero affiorate delle vestigia della città che fu seconda solo a Roma (“Altera Roma”, la definì Cicerone, non un pincopalla qualsiasi). Fu zittito senza remissioni dalla Sovrintendenza ai Beni Archeologici, che proprio a Santa Maria ha una sorta di sezione staccata presieduta da una, a quanto pare, molto amica di Iodice e Mazzotti. “Roba di poco poco, solo paccottiglia”, sentenziò l'esperta. E vai Tartarone!!! L’alveare, quello sì che è un esempio di architettura post moderna, la quintessenza dell'anti loft: una persona incasellata ogni metro cubo. Un prodigio che neppure a Calcutta sono stati in grado di riprodurre. RATE PIU’ COMODE DI QUELLE DI UN'AUTO Per intanto, la progressione delle procedure costitutive della Stu seguiva un percorso direttamente proporzionale alla progressione in altezza di quella orrenda torre di Babele appostata ai fianchi del fraticello di Pietrelcina. Ma mentre il cemento materializzava questa schifezza in tutta la sua mastodontica invadenza, la Stu materializzava solo cataste di carte e riunioni sul sesso degli angeli. Tartarone era diventato il cocco di casa. Al punto che la convenzione la quale sancì e formalizzò i rapporti tra Amministrazione comunale e Stu, di cui la stessa Amministrazione deteneva e detiene il 51 % delle quote, si materializzò un prodigioso caso di disponibilità da parte di un ente pubblico nei confronti di un soggetto privato: i 2 milioni 450 mila euro e rotti che Tartarone dovrà scucire quale importo di sottoscrizione del suo 49% in relazione ai 2 milioni 480mila euro già messi dal Comune con il terreno valutato in questi termini dal perito del tribunale, saranno dilazionati in 99 anni di rate. E ogni rata annuale – sì, avete capito bene, annuale – sarà di 25mila euro, in pratica circa 2mila euro al mese. A Tartarone, dunque, entrare nei giochi che contano a Santa Maria, inserirsi in un contesto che gli ha consentito anche di realizzare a latere l’operazione stramiliardari dell’ alveare, costa, almeno per quello che è ufficiale e che si sa, la miseria di 2mila euro al mese. In pratica la rata di una buona auto, meno della rata di un mutuo per acquistare una casa di modeste dimensioni. Rizzo e Stella, per pietà, se ci siete, battete un colpo. Ed è così, dunque, che prese la luce, come ci indica il titolo I dello statuto, la Società di Trasformazione Urbana “Capua Antica Innova Spa, con durata fino al 31 dicembre 2.070, data che, visti i risultati, conseguiti fino ad ora, potrebbe segnare il definitivo approdo a un’utilizzazione stabile dello scavo di via Danimarca, che sarebbe l’ideale per accogliere l’atterraggio in verticale di navicelle intergalattiche, che per il 2070, considerati gli ultimi, clamorosi avvistamenti avvenuti in Inghilterra, potrebbero scegliere, come a suo tempo avvenne per le truppe di Annibale, proprio “Capua Vetere” per i loro ozi neo coloniali. Capua Antica Innova. Più innovazione di così!!! IL COMMERCIALISTA DELL'OPUS DEI E RAGIONIERE FERROVIERE Non si sa e, probabilmente, non sapremo mai se l’attuale vicesindaco di Santa Maria Capua Vetere, Castaldo, a quale rango appartenga all’interno dell’Opus dei, la potentissima istituzione fondata da Josemaria Escrivà, canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2002, unica ad aver ottenuto il rango di prelatura personale, che, in parole povere, significa uno status di autonomia senza uguali nella chiesa cattolica, dato che i suoi adepti rispondono a un prelato e questi, a sua volta, risponde solo al papa e a nessun altro. Gli elenchi sono, infatti, gelosamente secretati nella sontuosa roccaforte romana di via Veneto. A occhio e croce Castaldo potrebbe essere un socio cooperatore, ma anche un non socio con lo speciale status di sostenitore o di simpatizzate, lo stesso ricoperto, ad esempio, dal presidente del Consiglio Berlusconi o da uno dei suoi predecessori, Massimo D’Alema. E non sappiamo neppure se i riferimenti di Castaldo stanno a Napoli, dove Opus dei fa rima con il medico Raffaele Calabrò, ex assessore regionale, ritornato in auge alle ultime elezioni e che potrebbe anche essere il candidato alla presidenza della Regione in quota Pdl, oppure a Roma. Fatto sta che Castaldo, nell’area dell'Opus Dei, è entrato e questo vuol dire che non è certo l’ultimo arrivato. Appartenere all’Opus Dei significa, in effetti, avere la possibilità di relazionarsi al mondo della grande finanza e della grande imprenditoria, tessendo relazioni con grandi banche e grandi potentati economici. E in questo ingranaggio non si entra facilmente. Bisogna avere quattrini o potere, altrimenti nisba. Ora, se è vero che Castaldo non è una primissima fila tra gli adepti di Escrivà, è vero pure che molto dello stile Opus dei si riconosce nelle azioni e nelle operazioni messe in atto dal commercialista, che, negli ultimi dieci anni, ha lavorato molto sotto traccia, dedicandosi a un suo particolarissimo apostolato: la ricerca di talenti nascosti da iscrivere, magari, se non direttamente all’Opus Dei, alla missione perseguita dalla prelatura e cioè la promozione di quello “spirito di mortificazione che - come si legge nel pensiero di Escrivà - deve ispirare la vita professionale di ogni giorno in funzione di una chiamata universale alla santità.” Ora, che Castaldo arrivi alla santità appare un progetto velleitario, ma sicuramente il commercialista è stato, di sicuro, apostolo quando ha scoperto dentro una divisa delle ferrovie dello Stato un talento da utilizzare per ben altra causa rispetto a quella di un grigio tran tran di obliteratore di biglietti. E così che è nato e si è sviluppato il rapporto tra Castaldo e Giancarlo Giudicianni, ragioniere e ferroviere, che, allo stesso modo di Cenerentola, pure lui ha trovato il suo principe azzurro che lo ha fatto entrare nell’empireo di quelli che contano. E tra quelli che contavano e contano ancora, a Santa Maria, c’era e c’è Giovanni Campochiaro, legato da tempo a Castaldo, che gli ha curato un bel po’ di cosette anche nella intricata questione della Campelli, la conceria di rione Sant’Andrea, attraversata da alterne vicissitudini, che, ancora oggi, non hanno avuto un epilogo chiarissimo e nella cui società, al tempo controllata dalla famiglia Campochiaro, Castaldo era titolare di un posto nel collegio dei sindaci. Anche Campochiaro si accorse che Giudicianni era uno sveglio e, dato che c’era da nominare il presidente della Stu, pensò, ovviamente dopo essersi consultato con Castaldo, che fosse proprio Giudicianni l’uomo giusto. E così avvenne. In questi anni Giudicianni ha guidato la società, che, invece di produrre opere, è diventata una sorta di vivaio, di allevamento per politici, professionisti e imprenditori in carriera: Giudicianni è, infatti, diventato sindaco, ancora una volta su indicazione di Campochiaro; Castaldo, il quale ricorda bene che a Santa Maria hanno contato sempre i vicesindaci e non i sindaci, si è appollaiato sulla poltrona di vicario, Tartatone ha realizzato un dei più imponenti business degli ultimi vent’anni con la costruzione dell’alveare di piazza Padre Pio. martedì 3 febbraio 2009 Gianluigi Guarino Stu, mega business a prezzi di saldo LA SECONDA PUNTATA dell'inchiesta di G. Guarino sulla Società di Trasformazione urbana è una minuziosa analisi di cifre tra abilissime e discutibili applicazioni delle norme legislative in materia urbanistica. Riproponiamo la seconda puntata sulla Stu di Gianluigi Guarino       Ogni promessa è debito. Risultò di gran lunga più semplice  per Teseo ritrovare la strada nel labirinto, con l’ausilio del provvidenziale filo, che per noi oggi di Casertace dipanare l’intricatissima matassa di procedure, delibere, leggi, leggine in vigore o abrogate, che raccontano la storia non chiara, non trasparente (ora lo possiamo affermare senza temere di scadere nella critica gratuita ed eccentrica) della Società di Trasformazione Urbana di Santa Maria Capua Vetere. Nel labirinto di Creta c’era il Minotauro incazzato, mezzo toro e mezzo gigante, nel dedalo di Santa Maria il gioco è stato governato per anni da uno che, invece, non si incazza mai o quasi mai, dato che, conoscendone una più del diavolo nella materia complessa, criptica, spesso misteriosa della legislazione urbanistica, non ha mai avuto seriamente il problema di dover parare dei colpi concreti alle sue azioni da gran manovratore. Questa vicenda della Stu conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la capacità e le profonde cognizioni che albergano nel bagaglio culturale dell’ingegnere  oggi trasferitosi al Comune di Caserta. Se queste capacità e queste sterminate nozioni siano state utilizzate a fin di bene, nell’interesse della comunità, piuttosto che per il vantaggio di alcuni gruppi di pressione e di potere, lo potrà giudicare solo la storia. Noi ci limitiamo al racconto, senza risparmiarci nell’esprimere talvolta il nostro punto di vista che, in quanto tale, non è certo un dogma. Un racconto che si impernia su un grande protagonista, l’ingegnere Mazzotti, appunto, due o tre coprotagonisti – l’attuale ticket di governo della città formato dai due amiconi Giudicianni – Castaldo - e l’imprenditore nord napoletano Tartarone – e tante comparse più o meno interessate e più o meno consapevoli. E MAZZOTTI ORDINO’ ALLA LEGGE DEFUNTA: ALZATI E CAMMINA - Il giorno di Sant’Ambrogio i milanesi fanno festa. Il teatro “Alla Scala” inaugura la sua stagione, cummenda e affini saggiano la prima neve della Valtellina che è montagna lumbard. Nella città della provincia di Terra di Lavoro intitolata a Maria, il 7 dicembre è, invece, solo la vigilia di uno dei giorni forti dedicati alla Madonna e al suo dogma di Vergine e Immacolata fin dal concepimento. Per cui, i credenti per obbligo, i non credenti per bon ton, dovrebbero rigorosamente evitare il contatto con il peccato. Ma il 7 dicembre del 1999, forse perché mancavano poco più di venti giorni all’epilogo del millennio, al Comune di Santa Maria quelli che comandavano decisero che era arrivato il momento di scrivere una pagina di storia, di proiettare la città nel nuovo mondo e nel nuovo tempo anche a rischio di scavalcare o di ballonzolare intorno a leggi e regolamenti. Perdiana, si pensò nello sgangherato e sempre più macilento palazzo che ospita il Comune: si tratta pur sempre di leggi del ventesimo secolo, del secondo millennio e, in quanto tali, superate per definizione della nuova ideologia del terzo millennio, che rispetto ai primi due sarà tutta un’altra cosa. Che a nessuno, dunque, venga in mente, ora, di rompere le scatole. D’altronde, qui stiamo scrivendo la storia, non ci grattiamo certo la pancia. E la storia, l’avvenire della città era annidato in quell’acronimo colmo di speranze. Stu, ovvero una società che trasformerà tutto il brutto in bello. Il “tempo nuovo” sturerà e cambierà il cervello dei governanti locali, porterà con sé nuovi servizi, nuove infrastrutture, teatri, internet point, un paio di biblioteche interattive, magari un acquario e finalmente una vera politica di valorizzazione dell’immenso patrimonio monumentale di Santa Maria. E allora chissenefrega dell’asfissiante ginepraio di leggi, regolamenti, pandette e compagnia cantata. Abbiamo un ben altro destino da compiere! Sveglia, sammaritano da anni dormiente! Si trattava solo di un sogno. Il sol dell’avvenire, il saluto al terzo millennio era rappresentato nientepopodimeno che?.....Ma naturalmente e molto più prosaicamente da un centro commerciale, che da queste parti rappresenta, evidentemente, nelle menti dei padroni del vapore, il massimo assoluto in quanto a modernità, a crescita economica, civile e sociale e, soprattutto, in quanto a innovazione. Ecco, dunque, come quel 7 dicembre di fine millennio ci racconta del parto di una delibera, che, guarda un po’, ebbe come padre putativo, ma non certo naturale, Giancarlo Giudicianni, oggi sindaco della città, allora assessore alle Attività produttive. Postazione, quest’ultima, che avrebbe lasciato di lì a poco per diventare, neanche a dirlo, presidente del Consiglio di Amministrazione della Stu. Questo il succo di quell’atto amministrativo: “….Che tale individuazione equivale a dichiarazione di pubblica utilità e contestualmente approvare, ai sensi dell' art.1, comma 4, della legge 03.01.1978 n.l, la realizzazione di infrastrutture commerciali di cui all'art.13 della Legge 11.06.1971 n.426, di cui il Piano di zona è carente;” L’individuazione a cui questa delibera faceva riferimento riguardava un’area, quella a ridosso di via Giovanni Paolo I,  destinata alla “riqualificazione” da parte della STU sammaritana. Un’area composta da varie particelle, ciascuna caratterizzata da una diversa e specifica destinazione , alle quali non si poteva certo attribuire una unitaria definizione sia catastale che urbanistica. Si trattava e si tratta ancora, infatti, secondo la minuziosa, attenta, irreprensibile, oggettiva ricostruzione operata dalla studiosa di cui www.casertace.it si è avvalso in questa ampia inchiesta sulla Stu di Santa Maria Capua Vetere, di terreni acquisiti al patrimonio comunale a seguito di esproprio nell’ambito della realizzazione di un piano residenziale economico popolare, quasi del tutto attuato. In particolare, queste aree, nell’ambito del Piano attuativo (Norme di Attuazione al Prg vigente) furono   prevalentemente destinate a quegli standards urbanistici obbligatori per legge: sono infatti  Aree ad uso pubblico per  verde, gioco e sport";, attrezzature scolastiche, parcheggi, nonché strade di progetto e nuovi allineamenti", e solo in minima parte anche aree residenziali con aliquota non abitativa. “Infrastrutture commerciali”, recita la delibera del 7 dicembre 1999. Con buona pace, quindi, dei servizi pubblici previsti dal Piano di Zona, di cui i sammaritani, sono, nella sostanza, se non nella forma, privati. La distinzione che dà corpo alla delibera è essenziale, dato che l’abilissimo Mazzotti proprio a partire da questo documento, è riuscito ad applicare sempre il sistema della “pezza a colore” per far quadrarle cose e del quale, nel corso di questa trattazione, ci occuperemo a lungo. Ma questa sua vulcanica attività non ha risparmiato a lui e ai sodali dell’Amministrazione comunale qualche scivolone clamoroso. Sempre nella delibera n.83/99  sui riscontra, infatti, un macroscopico errore, che innesca un processo di illegittimità amministrativa: il richiamo all’art. 13  della Legge 11.06.1971 n.426. Tale legge risulta, infatti, abrogata a partire dall’aprile del 1999 e cioè qualche mese prima della delibera in oggetto. In poche parole, senza scomodare similitudini bibliche, dato che la legge abrogata e sepolta è accostabile a Lazzaro, il nostro Mazzotti, con tutta la buona volontà, non ha certo le sembianze del Messia, il centro commerciale viene concepito con un seme scaduto. E questo, di solito, segna il destino del nascituro. Di questo si sarebbe accorta qualche tempo dopo anche la Ctu del tribunale incaricata di valutare l’immobile e cioè il terreno di via Olanda in cui dovrebbe nascere il centro commerciale. Ma questa è un’altra storia che racconteremo poi. UNA VARIANTE.... DA FAR PAURA - Che ci fosse una precisa consapevolezza da parte dei livelli politici del tempo e dei vertici delle burocrazie comunali sul fatto che la partita della Stu si giocasse border line, sul terreno infido, viscido, incerto e scivoloso della legislazione urbanistica, è dimostrato dalla pervicace, leonina determinazione messa in campo dall’Ufficio tecnico allo scopo di riparare l’intera procedura da quella che sarebbe stato l’opportuno vaglio del Consiglio comunale, dunque della città e, soprattutto degli abitanti della città, che andavano messi in condizione di dire la loro su questa operazione. Un modo ci sarebbe stato: realizzare una variante al piano regolatore vigente, che si sarebbe rappresentata come una scelta politica trasparente, compiuta senza paura e nella piena assunzione delle proprie responsabilità amministrative davanti all’intera comunità sammaritana. Inerpicarsi nell’inospitale sentiero di una variante avrebbe, però, esposto l’accurata, ma fragile architettura burodocumentale di Mazzotti, a una selva di contestazioni, di esposti e forse anche di denunce, quanto meno di carattere civile e di testimonianza E dalle parti di palazzo Lucarelli non erano affatto convinti, evidentemente, al tempo, di avere tutte le ragioni del diritto dalla propria parte. Occorreva, dunque, una bella foglia di fico. E figuriamoci se nel fertile giardino dell’ingegnere non allignasse questo tipo di vegetazione. La foglia assunse le sembianze della legge. n.1 del 1978, che all’articolo 1 comma 4 recita:    “Nei casi in cui lo strumento urbanistico vigente contenga destinazioni specifiche di aree per la realizzazione di servizi pubblici, l'approvazione dei progetti preliminari di lavori pubblici da parte del consiglio comunale, e dei conseguenti progetti definitivi ed esecutivi di lavori pubblici da parte della giunta comunale, anche se non conformi alle specifiche destinazioni di piano, non comporta necessità di varianti allo strumento urbanistico medesimo sempre che ciò non determini modifiche al dimensionamento o alla localizzazione delle aree per specifiche tipologie di servizi alla popolazione, regolamentate con standard urbanistici minimi da norme nazionali o regionali.” Si è sempre detto che nelle leggi, nei regolamenti, nelle circolari che sono opera di deputati, senatori, alti dirigenti spesso non ferratissimi nelle loro competenze, mancasse la caratterizzazione dell’indiscutibile, trasparente, agevole chiarezza. Per cui, quelli che le leggi sono chiamati a interpretare, molto più svegli dei parlamentari che le hanno fatte e degli uffici studi che le hanno concepite, spesso sono in grado di piegarle ai loro interessi dato che riescono a leggerci il tutto, ma anche il contrario di tutto. Bene, l’Ufficio tecnico del Comune, che ha apparecchiato ogni singola riga delle delibere della Stu, doveva trovare nelle pieghe della legislazione qualcosa che fornisse il destro per evitare la tagliola della variante, le cui probabilità di passare al vaglio degli organi competenti erano, in pratica, pari a zero. Chi avrebbe potuto mai approvare in deroga al D.L. 1444/1968 l’eliminazione degli standard obbligatoriamente individuati per la realizzazione del Piano residenziale economico e popolare che era il cuore della destinazione d’uso dell’area in questione? Il richiamo a questo comma si risolse, in sintesi, nella utilizzazione della sua parte che faceva più comodo, che serviva al raggiungimento dell’obiettivo e cioè nella messa in evidenza del passaggio che regolamenta i casi in cui si può procedere senza dover adottare varianti al PRG, tralasciando, forse per distrazione o, non si sa fino a che punto volutamente, le ultime righe del comma medesimo, nelle quali si precisa che laddove si vadano a determinare modifiche al dimensionamento o alla localizzazione delle aree per specifiche tipologie di servizi alla popolazione, regolamentate con standard urbanistici minimi da norme nazionali o regionali, si deve procedere attraverso la variante al PRG. E in effetti, nel caso in specie non è stata considerata proprio quest’ultima parte del comma 4 dell’articolo 1 della legge numero 1 del 1978, che andava, invece, per motivi di lapalissiana considerazione, applicata alla lettera. Ma la strada, ormai, era stata tracciata: per modificare la destinazione degli standard urbanistici sarebbe stata utilizzata la semplice  delibera di costituzione di una STU  attraverso la dichiarazione di pubblica utilità delle stesse aree, che, paradossalmente, erano già, ab origine, destinate ad uso pubblico, per potervi, dunque, insediare attività commerciali. Ma che l’elusione, la fuga dalla procedura di Variante rappresentasse una licenza malferma e anche insicura, è chiaramente dimostrato dalla lettura della circolare ministeriale N. 622 del 2000 che mise ordine nella materia, fino ad allora raffazzonata, delle Stu. La circolare parla della “ipotesi di trasformazione che contrasti significativamente con le previsioni del piano regolatore generale riguardo le principali infrastrutture, le quantità edilizie e le funzioni prevalenti messe in gioco, ovvero non ne rispetti talune specifiche prescrizioni. In quest’ultimo caso, il Comune, antecedentemente alla costituzione della Stu ed esperite le verifiche economiche di massima di cui al punto 3.1, deve procedere alla approvazione della variante al piano regolatore generale. Il termine “ deve”, a casa nostra, è un modo indicativo che esprime, come si insegna già alla scuola media, il concetto di certezza, non di possibilità facoltativa. Lasciamo al lettore la facile considerazione sul fatto che quell’intervento andasse ad alterare o meno le previsioni del piano regolatore, le funzioni prevalenti messe in gioco, eccetera…. E ancora,cosa molto importante, la circolare mette in evidenza che deve essere salvaguardata la facoltà di osservazione ed eventualmente di opposizione all’intervento in oggetto di chiunque ne abbia interesse. “Naturalmente – è scritto testualmente - il Comune potrà avvalersi, a seconda del momento e della situazione, delle procedure più rapide consentite dalle norme in vigore a livello nazionale e regionale, salvaguardando, comunque, la facoltà di osservazione ed eventuale opposizione, in maniera tanto più estesa e articolata quanto più sia rilevante l’intervento." E’ più che evidente, dunque, che l’amministrazione, non solo ha sottratto ai propri cittadini le aree di uso pubblico attribuite loro dal D.L.1444/1968, ma, contestualmente, li ha privati anche della possibilità di utilizzare gli strumenti che l’ordinamento  pone a loro disposizione per opporsi ad un tale evento, perché questo è stato abilmente camuffato, in modo da diventare difficilmente conoscibile. Insomma, un vero capolavoro di….. E anche in questo caso lasciamo il conio della definizione ai nostri affezionati internauti. OCCORRE UNA PEZZA PIU’ GRANDE: IL CENTRO COMMERCIALE DI TARTARONE COME L’IPERION DI CASERTA - Ma questa storia della Stu, che, in quanto tale, promuove ogni cosa che si realizza al suo interno al rango di elemento che concorre alla pubblica utilità, ha insinuato anche nella testa di quelli dell’Ufficio tecnico il dubbio che forse troppo in là si era andati con il metodo – puzzle, che consiste nel prendere pezzi di diverse leggi, magari anche abrogate, miscelarli con lo shaker dell’interpretazione e farne riferimento delle azioni amministrative. Occorreva qualcosa di più chiaro, di più concreto, di meno contestabile, per rendere tranquilla la navigazione futura del centro commerciale. Occorreva travestire quest’ultimo con l’abito di una struttura di alta valenza sociale. Scusa, ma se uno vende i detersivi e le sottilette o anche un bel “duecento metri quadri” a uno studio di commercialisti, che a Santa Maria, vista l’aria che tira, sono tanti e tutti accorsatissimi, ci spiegate come cavolo si fa a dire che si tratta di azioni di tipo sociale, dato che le sottilette e i detersivi, per averli, si pagano e gli appartamenti, per comprarli, necessitano di firme su almeno due chili di cambiali? Niente paura. Fatta la legge, trovato l’inganno. A Caserta avevano lo stesso problema con l’Iperion. Hanno costruito una schifezza di campetto con due canestri, hanno attaccato dei pannelli davanti alle saracinesche di alcuni locali interni, annunciando che lì sarebbe nato prestissimo un ufficio di servizi comunali e il gioco è stato fatto. L’Iperion di Caserta non è più un centro commerciale, bensì un centro poliservizi. E non stiamo lì a sottilizzare con l’argomento che quei pannelli sono sempre là da cinque anni e che gli uffici comunali non hanno mai aperto. Si sa, la pubblica amministrazione è lenta. Gli uffici apriranno, magari quando l’Iperion, che, a quanto pare, non va benissimo, avrà tirato definitivamente le cuoia. E così, la parolina magica “poliservizi” compare per la prima volta anche a Santa Maria. Precisamente (perché il nostro implacabile detective non ha voluto farsi mancare e farci mancare proprio nulla), compare nel bando di gara, finalizzato alla selezione del  socio privato. All’interno del bando viene specificato, infatti, che si tratta "della realizzazione, commercializzazione e/o gestione di un centro polifunzionale con destinazione commerciale,direzionale, culturale, sportiva e di aggregazione sociale.”; continuando, così a generare ancora la (seppur debole) convinzione che parte del realizzando centro sarà dedicato a quelle attività socio-culturali e sportive cui le aree utilizzate erano destinate. Ma siccome quando uno le spara grosse, troppo grosse, fa fatica anche ad adattarsi alla realtà virtuale che si vuole presentare, la storiella della polifunzionalità e del carattere pseudo sociale dell’opera non sopravvisse neppure ai due, tre successivi atti ufficiali. Una sorta di rimozione, della cui natura colposa o dolosa solo il dottor Freud potrebbe venire a capo. Fatto sta che ogni dubbio sull’identità non più in crisi dell’opera di trasformazione urbanistica della “Capua Antica Innova Spa” viene definitivamente fugato dallo stesso Giudicianni, il quale, nel frattempo, aveva smesso la divisa di assessore, indossando quella di presidente della Stu. Giudicianni, nella relazione del 24/3/2003  inviata al Presidente del Consiglio Comunale,  descrive il  progetto di trasformazione previsto, che riguarderebbe “una struttura immobiliare su tre livelli fuori terra per un totale di circa 6000mq edificabili, come destinato ad attività commerciali, di ristorazione ed uffici.” In particolare: Pian terreno: in gran parte destinato ad un unico operatore per attività commerciali e di ristorazione Parte restante dell'intero edificio : "Questa – scrive Giudicianni - è destinata ad accogliere attività commerciali e studi  professionali.” E la polifunzionalità e il senso sociale dell’opera? Come scritto prima, completamente scomparso, rimosso in toto. In parole povere, Giudicianni, nella sua relazione, svela la vera natura del manufatto. E la sua descrizione avvalora ulteriormente la  tesi di www.casertace.it sulla necessità e sulla imprescindibilità dell’ adozione di una variante al Prg per poter legittimamente  attuare quanto enunciato. LA ‘PUBBLICA UTILITA’? UN BEAUTY CENTER Ma non finisce qui: ad  ulteriore conforto di quanto detto,  l’architetto Tartarone, nonché dominus privato dell’iniziativa (leggi la prima parte dell’inchiesta linkano alla fine di questo articolo), in nome e per conto della Società. “Capua Antica Innova Spa” , cioè della Stu, inoltra, il 29 novembre del 2004, richiesta di permesso di costruire per la realizzazione di un centro commerciale. Permesso che viene rilasciato (sempre più spietato il nostro cacciatore di documenti)  il 12/5/2005 ( n.55/2005)  per la realizzazione di un centro commerciale in via Olanda che prevede due livelli interrati e 5 livelli sopra terra. Da una parte, il rappresentante del 51% in capo al socio pubblico, dall’altra il privato del 49%, in poche parole il 100 per cento della Stu dicono la stessa cosa: “CEN-TRO COM-MER-CIA –LE!!!!!!”.  Puro, assoluto. Centro commerciale per vendere merce, affittare o alienare appartamenti uso ufficio, In poche parole, business purissimo. Che fine ha fatto, allora. il centro polifunzionale descritto nel bando di gara? Quali sono in realtà le utilità pubbliche che vengono perseguite dalla STU? Un  riferimento, seppur flebile, alle finalità pubbliche del progetto della “Capua Antica Innova Spa”, lo si scorge in un passo della già citata relazione del 2003, laddove  l’attuale sindaco, allora presidente Giudicianni precisa  “che gli introiti derivanti dalla vendita dell’immobile per la quota di competenza del comune saranno destinate alla realizzazione dello sport, del tempo libero e dei servizi sociali.” Fulgido esempio, insomma, di  speculazione edilizia fatta a fin di bene. Sembra in definitiva che l’unica trasformazione a cui si assiste sia quella che vede la STU trasformarsi in una società immobiliare. Appare chiaro, in definitiva, che il Comune di S. Maria C.V . di fatto, non sta riqualificando il proprio territorio, ma lo sta piuttosto utilizzando alla stregua di un investimento a lungo termine, di sicuro vantaggio per i partners privati, ma privo di una qualunque pubblica utilità, a meno che non si voglia far passare il centro benessere, previsto nella versione 2003 del progetto, come servizio di pubblica utilità. Sa, di questi tempi, in cui il look è valore cardinale...! LA NUOVA MOSSA DI TARTARONE - L’architetto Tartarone, dopo aver beneficiato della maxidilazione di cui abbiamo parlato nella prima parte dell’inchiesta, ma sulla quale ritorneremo ancora di qui a poco, non è ancora contento e vuole ulteriormente incidere sulla conformazione dell’opera. E così, noi di Casertace, dando un senso concreto all’uso del verbo al tempo presente, non più ostentato in chiave storica, facciamo un salto in avanti, trasferendoci quasi ai giorni nostri in questo lungo viaggio di inchiesta. Ed ecco che lo scorso 21 dicembre, Tartarone presenta all’UTC una relazione tecnica descrittiva per ottenere il rilascio della Variante al permesso di costruire di cui abbiamo parlato prima e cioè quello contrassegnato con il numero 55/2005, per la realizzazione di un centro commerciale ed alberghiero in via Olanda. Nella relazione il progettista scrive che: “per modificate esigenze di carattere tecnico, funzionale e di mercato si è ravvisata la necessità di apportare delle varianti al Permesso di Costruire n.55/05, che prevedono fondamentalmente una diversa distribuzione degli spazi interni nell’ambito delle stesse destinazioni d’uso mediante uno sviluppo più funzionale delle stesse, determinando “ tra l’altro” una riduzione della configurazione planovolumetrica dell’immobile rispetto a quello assentito.”  E doveroso rilevare, come si parli di esigenze tecnico-funzionali e di mercato. Anche nell’anno di grazia 2007, settimo del terzo millennio, si parla di esigenze tecniche, funzionali e di mercato che non sono certamente legate al pubblico interesse. E anche su queste presunte contrazioni di palanimetria ritorneremo nell’ultima parte dell’inchiesta. Ma ora, proseguiamo per ordine nell’analisi dell’attività complessa messa in atto dall’Utc del Comune di Santa Maria in merito alle esigenze della Stu. IL GIOCO DELLE VIOLUMETRIE E LA “CACCIA AL TESORO” DEL CTU DEL TRIBUNALE - Nella prima puntata della nostra inchiesta, che ripubblichiamo in coda a questa seconda parte, ci siamo soffermati sulle tante e “costose” coccole ricevute da Tartarone da parte del Comune. Abbiamo solo sfiorato, connotandola solo peri suoi aspetti politici, la questione complessa della valutazione della quota di capitale da ascrivere al socio privato. E’ opportuno, dunque, specificare, come, attraverso altri fantasmagorici giochi di abilità consumati sul filo di una spericolata interpretazione della norma e su una luciferina adeguamento della stessa alle contingenze e alle necessità del momento, si è arrivati ai famosi 2 milioni e 300mila euro e spiccioli della quota – Tartarone  e alla incredibile dilazione delle novantanove rate, roba che se l’avessimo saputo, con i nostri 1200 euro al mese, al lordo del carburante più prezioso, ormai, di una colata d'oro fuso, ci saremmo entrati noi nella Stu. Facciamo qualche passo indietro: dopo l’individuazione del socio privato, viene costituita la società di trasformazione urbana “Capua Antica Innova Spa” con capitale iniziale di 200 milioni .L’aumento di capitale già previsto nelle delibere di costituzione della società prevede che l’ente pubblico provvederà a tale aumento dando in concessione alla società il terreno individuato con la delibera n.83 del 1999. Per poter determinare la quota che deve versare il socio privato a titolo di aumento di capitale, si deve quindi di  procedere alla valutazione del terreno, che su richiesta dell’amministrazione, viene affidata dal giudice Marano ad un architetto incluso nell’albo dei periti del Tribunale. Dalla stima giurata, depositata circa un anno dopo aver ricevuto l’incarico, si evincono le molteplici difficoltà che il CTU ha riscontrato nel riuscire ad ottenere le necessarie documentazioni a stilare la perizia. E qui ci soccorre il nostro detective che ci rovescia sulla scrivania un altro paio di chiletti di carte complesse, ma utilissime a capire l’intera faccenda. Questo scrive il Ctu: “Le indagini sono state effettuate in più fasi successive, viste le incongruità  (sic!) di volta in volta incontrate dal C.T.U. nelle informazioni raccolte e nella documentazione prodotta dallo stesso .U.T.C.   Nel dettaglio, si è verificato quanto segue (si veda la documentazione in Allegato E):……. A seguito di richiesta del  C.T.U.         (pratica prot. n. 3591 del 31/01/2002),  l'U.T.C.  produce in data   11-'02/2002 un  Certificato di Destinazione Urbanistica, nel quale si individuano per il terreno in oggetto le seguenti destinazioni: -   Zona C5-3 ("Residenziale con aliquota non abitativa - intervento diretto"), per porzioni delle particelle 3,162 e 155, nonché per l'intera p.lla 183; -    "Strade di progetto e nuovi allineamenti", per porzioni delle particelle 3,162,155, 184,185 e 213; -   Zona CI-167 ("Residenziale per l'edilizia economica e popolare") "Comprensorio CI-Nord", per porzioni delle particelle 3,162,155,184,185 e 213, nonché per l'intera particella 46, il tutto "secondo le quantità che si evincono dalla allegata copia conforme " dello stralcio "della Tav. 7, "Particolare zonizzazione", del P.RG. approvato con Decreto dell'Assessore Regionale  all 'Urbanistica della Regione Campania n. 8926 del 22/10/1983 ". Il Ctu rimane un po’ sorpreso. Si tratta di documenti troppo generici. Ha la sensazione che l’Utc non abbia tanta voglia di approfondire. Ma l’Utc ha il potere per insistere.  Insiste. A seguito di una sua ulteriore richiesta  (in riferimento alla stessa pratica prot. n. 3591 del 31/ 1/2002) per chiarimenti e specificazioni in merito al Certificato di Destinazione Urbanistica prodotto, l'U.T.C. fornisce in data 03/05/2002 una Specificazione al suddetto certificato, nella quale si attesta che il terreno in oggetto, "VISTO la Tav. 3 "Zonizzazione " del Piano per l'edilizia economica e popolare "Ampliamento CI Nord", approvato con D.P.G.R. n. 2494 del 12/10/1978 ha come destinazione urbanistica "Aree ad uso pubblico per verde, gioco e sport"; Uffà! sembra esclamare il perito del tribunale: ma ‘sto Mazzotti vuole arrivare al sodo o no?…A seguito di ulteriore istanza del CTU, l'U.T.C. fornisce in data 01/08/2002 una Dichiarazione attestante che il terreno in oggetto è individuato come "area di intervento per la costituzione di una Società di Trasformazione Urbana, giusta Delibera di Consìglio Comunale n. 83 del 07/12/1999" (che si allega). "In forza della citata Deliberazione, la sopradetta individuazione equivale a dichiarazione di pubblica utilità e di approvazione di destinazione urbanistica ai sensi dell 'art. 1 della Legge 1/78". Per ulteriore chiarezza, si riporta quanto esposto al punto -7) della citata Deliberazione: "Darsi atto che tale individuazione equivale a dichiarazione di pubblica utilità e contestualmente approvare, ai sensi dell'art. 1, comma 4, della Lesse 03/01/1978 n. 1, la realizzazione di infrastrutture commerciali di cui all'art. 13 della Legge 11/06/1971 n. 426, di cui il PdZ è carente ". Si acquisisce, pertanto, che il terreno in oggetto, nell'ambito del Piano per l'edilizia economica e popolare "Ampliamento CI Nord", assume come destinazione urbanistica quella di area per la "realizzazione di infrastnitture commerciali di cui all'art. 13 della Legge 426/71". “Tuttavia, si deve rilevare – scrive testualmente il Ctu nella sua perizia - che la suddetta Legge 426/71 risulta essere stata abrogata, con decorrenza dal  24/04/1999. dall'art. 26 del D.lgs. 31/03/1998 n. 114.”. Il perito, insomma, non ci sta a passare per ignorante e svela la barzelletta della norma contenuta nella legge che abbiamo definito, per ovvi motivi, “legge Lazzaro”. Ma il Ctu non va oltre, dato che il suo mandato non consiste certo nell’esercizio di un’indagine, ma è limitato alla valutazione di un terreno secondo la classificazione dello stesso determinato da una serie di atti amministrativi. Ma certo, alcuni passaggi della perizia, che ci siamo letti per intero insieme al nostro detective, l’accento che il perito mette sulla difficoltà di ottenere i documenti dal Ctu danno ad intendere che il tecnico nominato dal tribunale non deve aver tratto un’impressione molto positiva sull’operazione. Ma quello che conta è solo l’atto della valutazione, come si diceva. E’ dunque, sulla scorta della Dichiarazione dell’ing. Mazzotti, che certo non è un Ctu a dover valutare in termini di legalità e/o di legittimità, il perito del tribunale valuta il terreno, assimilandolo alle zone commerciali e utilizzando  conseguentemente i parametri che il PRG  prevede per tali zone, e cioè densità  fondiaria pari a  1,50 a metro cubo di volume per ogni metro quadro di estensione e altezza massima pari a  10 metri. In base a  tali parametri, dopo aver stabilito. Come già abbiamo scritto nella prima puntata della nostra inchiesta, la superficie totale del terreno in circa 13.178,00 mq, il CTU determina il valore del terreno fondandosi sull’intervento di trasformazione dello stesso, ovvero  in relazione  a ciò che vi si può realizzare. “Per la determinazione del valore di mercato del terreno in oggetto si procederà ad una stima sulla base del valore di trasformazione. Tale procedimento consiste nel determinare il valore di un immobile calcolando la differenza all'attualità tra il più probabile valore di mercato del bene trasformato ed il costo presunto della trasformazione. Per un'area edificabile la trasformazione consiste nella costruzione del fabbricato; il valore del bene trasformato è quello che avrà il fabbricato finito nel momento in cui risulterà vendibile o fruibile per gli usi ai quali è destinato, mentre il costo della trasformazione sarà quello necessario a  produrre il fabbricato.” Trattasi di un concetto mutuato dalla matematica finanziaria, che enunciato così potrebbe anche apparire di difficile comprensione. In sintesi, comunque, utilizzando i valori  citati,  il CTU prevede che su quell’appezzamento si  può realizzare un fabbricato la cui superficie coperta può essere al massimo di  1.970,00 mq, con un volume pari a 19.700,00 metri cubi  la cui massima altezza è 10 m., per complessivi tre piani fuori terra ,di cui 2 con altezza di interpiano pari a 3,40 m  ed 1 con altezza di interpiano pari a 3,20 ml. Tutto il lavoro del perito si conclude, nella determinazione di un valore complessivo del  terreno in  2 milioni e 480mila euro ed il valore di mercato unitario i n  188,00 euro a metro quadro. LE COMODISSIME RATE DI TARTARONE PIU’ LUNGHE DELLA VITA DELLA STU - La dinamica, diciamo così, fluida e cangiante con cui vengono rilasciati al Ctu i certificati di destinazione urbanistica, favorisce la fluidità e la mutabilità delle valutazioni. E questo non è certo indifferente per le tasche micragnose dell’architetto Tartarone. Scrivere, infatti, che un terreno ha una destinazione urbanistica piuttosto che un’altra può cambiare sostanzialmente la sua valutazione e, dunque, nel caso in specie, l’ammontare del conferimento del socio privato al quale toccava di scucire una somma pari al valore del terreno meno un punto percentuale, dato che la quota del privato era ed è del 49% del capitale.  Ammesso e non concesso che l’aleatorietà della destinazione urbanistica non sia frutto di abili malizie, ma solo di incompetenza, questa incompetenza ha finito, in sostanza, per abbassare il valore del terreno e per abbassare, dunque, anche l’entità del conferimento da parte del privato. Ma Tartarone, come abbiamo già scritto, ha il braccino corto. Anzi, cortissimo. Non pago dei virtuosismi fatti sui certificati di destinazione per far sì che si arrivi a una valutazione comoda, che consenta al privato di entrare a prezzi di saldo, dice chiaro e tondo che per lui la cifra da sborsare è troppo alta. Scrive il Giudicianni uno e trino, in questo caso, anno 2003,  nella veste di presidente della Stu.   “Tra i problemi che allungano i tempi di attuazione del progetto vi è  il disaccordo del socio privato sia in merito al valore  del terreno determinato dal CTU e sia,  soprattutto, riguardo alla decisione presa dalla Giunta di trasferire il terreno in proprietà alla STU  a titolo di aumento di capitale. Ciò avrebbe comportato un esborso da parte del socio privato di una somma pari al valore del terreno per poter contribuire all’aumento del capitale sociale della Capua Antica Innova Spa.” Giudicianni riferisce ancora che il partner privato insiste sul fatto che il terreno debba essere dato in concessione alla STU, e non al prezzo di cui alla perizia giurata, bensì a quello pari al valore di esproprio, e che gli duole che sia stato inutile ogni suo richiamo alla Circolare Ministeriale n. 166  che chiarisce: “La norma prevede esplicitamente che il soggetto attuatore debba diventare proprietario ( e non concessionario, NOTA DEL REDATTORE!) delle aree di intervento. Innanzitutto, occorre chiarire il riferimento fatto dalla norma alle aree cedute in concessione alla società dai comuni. Tale disposizione concerne esclusivamente quei beni pubblici i quali, pur non potendo essere sottratti alla loro destinazione, ovvero all’appartenenza ad un altro ente locale o territoriale, devono essere temporaneamente ceduti nella disponibilità del soggetto attuatore, in modo da consentire il buon esito dell’operazione”  Insomma, Tartarone fa la voce grossa. E qui appare evidente  la  sua capacità (costruita chissà su che cosa)  di condizionare l’esecutivo, visto che con la Delibera di Giunta n.337 del 29/9/2003  viene accettata la proposta avanzata dall’Assemblea dei soci della STU di poter conferire il valore del terreno, che il Comune dà in concessione alla società nelle ormai famose rate 99ennali di circa 25.000 euro,somme che  il comune si impegna a conferire poi  alla società come aumento di capitale della stessa. Al di là della assoluta contrarietà di una siffatta previsione rispetto alla ratio della istituzione delle STU da parte del legislatore, che è bene ribadire vede con favore le società miste nell’ambito della trasformazione urbanistica principalmente, se non totalmente, per quella che dovrebbe essere l’ ingente disponibilità economica del socio privato, sarebbe opportuno far rilevare che, per statuto, la Capua Antica Innova Spa, a meno che non venga prorogata, prevede di sciogliersi nel 2070. Ordunque, dal 2005, data di stipula della convenzione, al 2070, si presume, con un calcoluccio di aritmetica spicciola,  che avrà una vita di 65 anni. Ne consegue che, pur tenendo conto del fatto che le prime 11 rate sono state anticipate all’atto della convenzione, resti da definire l’identità, per il momento sinistramente e pericolosamente ignota, di chi dovrà pagare gli altri 14 canoni che resterebbero insoluti se la  Stu dovesse sciogliersi nel 2070, come previsto da Statuto. Ed ancora:  quando, al termine dell’intervento, il complesso costruito sarà alienato chi pagherà i canoni di concessione del terreno? Mah! “ET VOILA….”, IL GRAN  PRESTIGIATORE RENDE  CARTA STRACCIA LA VALUTAZIONE DEL CTU - "Carta vince, carta perde, carta perde, carta vince….Vedi la carta, non vedi la carta...." Mani veloci, ingegni aguzzi. Anche quello delle “tre carte”, tutto sommato, è un gioco da prestidigitatore. Ma il metodo che incuriosiva tanto i giocatori incalliti e incurabili, quanto noi studentelli che uscivamo dalla stazione di Napoli per imboccare il Rettifilo, destinazione Università, non è di rigida applicazione per quel che riguarda l’oggetto utilizzato. Le tre carte possono diventare benissimo “tre certificati”. Anzi, in questo caso, il gioco può diventare anche più remunerativo dato al posto del “Michelangelo sulla 10mila lire” che comparivano sul tavolino delle tra carte in uno dei film di Bellavista, usando per il gioco un documento di destinazione urbanistica, si possono costruire fortune a molti zero, altro che 10mila lire. Ebbene, la carta, pardon, il certificato “vincente”, consegnato da Mazzotti al Ctu, scompare per un prodigio degno, come si diceva di un vero e grande prestidigitatore. E tra gli atti, allegati alla convenzione relativa alla concessione del terreno alla STU,  vi è un certificato urbanistico del 2004 che differisce totalmente da quella Dichiarazione finita, anni prima, nella cartella del perito del tribunale. Dichiarazione che - si ricorda -   è stata fondamentale nello  stabilire il valore dell’immobile.  Come si vedrà, anche attraverso la pubblicazione dei dati acquisiti dal nostro dotto detecti