Politica

LA NOTA E' giusto che Mario Landolfi si senta un epurato e pensi di andare nel nuovo partito della destra. Ma sul Cavaliere, al pari di tanti editorialisti, fa un eccesso di analisi

Un interessante articolo che pubblichiamo interamente in calce l nostro commento, scritto dall'ex ministro sulle colonne del Secolo d'Italia Non convince neanche un poco Mario


Un interessante articolo che pubblichiamo interamente in calce l nostro commento, scritto dall'ex ministro sulle colonne del Secolo d'Italia Non convince neanche un poco Mario Landolfi l'idea, che Berlusconi potrebbe attuare già a settembre, di uno scioglimento del Pdl con contestuale riesumazione di Forza Italia. Mario Landolfi lo ha scritto a chiare lettere in un suo articolo pubblicato nei giorni scorsi dal Secolo d'Italia, giornale in cui è tornato a lavorare a tempo pieno, dopo l'aspettativa parlamentare durata molti anni. Landolfi ricorre a una serie di citazioni che diventano suggestioni e, in parte, evocazioni. Tutte a tinte fosche, tutte nefaste per la prospettiva del nuovo-vecchio soggetto politico, di quella bandiera tricolore che nel 94 cambiò, grazie anche al non trascurabile apporto dell' inno scritto da Augusto Martelli, nel bene o nel male, la politica italiana. Battiato che in "Propsettiva Nevski" esprime il monito che il maestro impartisce all' llievo il quale tenta di trovare l'alba nell'imbrunire; e poi la celeberrima teoria filosofica di Eraclito del "Panta rei", sulle cose che, indistintamente, possono essere uguali a quelle che sono state anche un istante prima. E infine anche il vezzo di un uomo di destra che cita Marx e la sua sbrigativa stroncatura sul fatto che la ripetizione di un avvenimento storico si traducono sempre in una farsa. La prima  sensazione che le argomentazioni utilizzate da Mario Landolfi forniscono, è che siano più convincenti di molte altre citazioni che si potrebbero ostentare in dissenso, a partire dalla geometrica puntualità dei corsi e dei ricorsi storici che però Giambattista Vico non qualifica come un qualcosa che possa essere realizzata con modalità speculari e, soprattutto, dagli stessi attori protagonisti. Forse l'unico appunto che si  può fare alla posizione di Mario Landolfi consiste nel non aver considerato in maniera sufficientemente approfondita un dato che rappresenta una delle maggiori anomalie di un personaggio anomalo di per se quale è stato e qual è Silvio Berlusconi. Landolfi spiega la politica attraverso i canoni corretti, validati dalle vicende storiche. Ortodossi nei suoi solidi incardinamenti sia alla dottrina che alla prassi, sia alla funzione illuminatrice del pensiero liberale, sia a una pragmatica osservazione di molti precedenti storici. Ma Berlusconi è un'altra cosa. Berlusconi è un outsider, non lo puoi ridurre dentro uno schema seppur costruito all'interno di  una ragionata, ragionevole, costruzione culturale e analitica. Se Berlusconi fosse stato effettivamente un prodotto ordinario e ordinato della storia, alle ultime elezioni politiche avrebbe assecondato una china, un piano inclinato e crepuscolare della sua carriera politica, una dinamica che sarebbe stata nei canoni della storia, della filosofia politica e delle vicende che hanno segnato i secoli e i millenni in cui la politica ha determinato i destini del mondo. Ecco perché l'operazione di Berlusconi, al di là delle dichiarazioni di maniera o di quello strologare di cui Landolfi parla nel suo articolo non credo che abbia l'ambizione di fornire al progetto politico del centro destra una verve nuova, e tutto sommato, proprio Landolfi, al pari di molti altri opinionisti, afferma un'evidenza empirica:  non si costruisce il nuovo partendo dalla figura di leadership indiscussa di chi è stato protagonista di quello che ora si può cambiare. E qui ritorniamo all'anomalia-Berlusconi. Le ultime elezioni gli'hanno di nuovo fornito alcune sicurezze che aveva perso al tempo della dipartita del suo governo. La sicurezza di essere lui stesso un partito, di poter chiamare lo stesso pincopalla, Giovannona coscia lunga, Ruby rubacuori, tanto la gente lo vota lo stesso. Insomma, di potersi consentire di tutto, e quindi di poter fingere una (ri)elaborazione politica che nei suoi partiti non c'è mai stata, dato che è mancata l'elaborazione politica. Berlusconi, poco avvezzo a considerare la variabile della sua carta di identità, rimette in campo Forza Italia non perché è deluso dall'esito delle elezioni comunali, ma semplicemente perché questo è un espediente attraverso il quale lui può compiere una riverniciatura mediatico-comunicativo della sua leadership, che è l''unica espressione di una sua personalissima concezione della forma partito. In poche parole è meglio non spendere troppe energie nella valutazione di questo annuncio. L'unica vera novità si verificherà nel momento in cui Silvio Berlusconi non sarà più in condizioni fisicamente di occuparsi di politica. Quello si che sarà un passaggio cruciale. Lì occorrerebbe già la disponibilità di un partito che non avendo più il suo leader, almeno a tempo pieno, deve porsi un problema che non si è mai posto: costruire il consenso attraverso i metodi classici della politica, attraverso un partito con delle regole, con degli organigrammi frutto di processi che nascono dalla partecipazione effettiva di iscritti e simpatizzanti. Prima di allora non succederà niente, dato che Berlusconi si è solo posto il problema della prossima campagna elettorale delle elezioni europee, da cui non può uscire sconfitto. Fare un po' di marketing con il rilancio del brand Forza Italia, smuovere le acque con qualche idea come quella degli imprenditori  che sottendono la loro funzione di dirigenti politici a quella di manager raccatta soldi serve ad alimentare una prospettiva a breve termine, non certo a lungo termine. Dunque, persone come Mario Landolfi che hanno una concezione diversa della politica non devono sentirsi epurati dalla costituzione della nuova Forza Italia, in quanto Forza Italia azzera definitivamente l'esperienza della destra in politica del nostro paese. Devono, invece, sentirsi epurati per un altro motivo: da una concezione minimalista che frena, che congela gli ideali, le concezioni, sottendendole a un iper relativismo tutto concentrato su quello che si dovrà fare domani mattina e non su quello che la politica, che ha questo come sua principale missione può fare per migliorare il futuro e la vita delle  prossime generazioni. Gianluigi Guarino QUI SOTTO L'ARTICOLO DI MARIO LANDOLFI PUBBLICATO SUL SECOLO D'ITALIA Si può ricorrere al Battiato della indimenticata Prospettiva Nevski (“e il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”), scomodare addirittura il Panta rei di Eraclito (“nessuno può tuffarsi due volte nelle stesse acque di un fiume) e persino rifugiarsi nel disincanto di Marx (“la ripetizione di un evento storico è sempre farsa”), insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta per ricordare agli immemori che raramente la storia concede il bis. E quando lo fa, l’esecuzione ha sempre un corto respiro. È una regola antica e conosciuta, raramente ricordata però, anche perché i protagonisti cercano sempre di scansarla per non farsene mai archiviare. Ne sanno qualcosa vecchi fusti del calibro di Napoleone e Mussolini, demiurghi idolatrati dai propri popoli, che chiusero nel dramma dell’esilio e nella oltraggiosa tragedia del linciaggio la loro epica esperienza politica, entrambi, però, non senza aver prima riacceso l’illusione del ritorno. I cento giorni del Còrso, la Salò del Duce. Al loro riapparire, le passioni riesplosero, ma giusto il tempo di combattere un’ultima battaglia o di assecondare un sogno di effimera riconquista. C’è poco da fare, la storia è come lo spettacolo. Continua anche quando i suoi attori più capaci sono costretti ad abbandonare la scena. Stupisce, perciò, non poco che uno come Berlusconi – sebbene ”caso unico di statista entrato nella storia senza passare dalla politica”, secondo la magistrale definizione di Giuliano Ferrara – abbia dimenticato l’aurea regola del palcoscenico e voglia tornare a recitare da “attor giovine” in una nuova stagione politica. Proprio lui, universalmente riconosciuto come impareggiabile anticipatore di tendenze e di mode, il leader dotato di fiuto e di istinto grazie ai quali è sempre riuscito per primo a tagliare il traguardo, l’imprenditore di successo con tutti e due i piedi nel futuro, proprio lui si è messo in testa di tornare alla casella di partenza, di rifare Forza Italia, lucidarne il logo, spolverarne il nome e ri-propinarlo agli elettori magari già alle prossime elezioni europee. Così, come se tutto fosse uguale a vent’anni fa. Una pazza idea senz’altro, ma a quanto pare molto apprezzata dal ristretto gruppo dirigente che ne ha ricevuto comunicazione nel corso di una cena a Palazzo Grazioli. Tra i presenti, sembra che solo un dirigente educato ai precetti dell’antico testamento politico, cioè Fabrizio Cicchitto, abbia sollevato qualche fondata obiezione. Ma il punto non è questo e neppure lo strologare di falchi e colombe, quanto di capire se al ritorno al passato (ché di questo si tratta) sia sottesa una strategia politica o se, al contrario, esso sia solo funzionale ad una logica di sopravvivenza in attesa di tempi migliori. In tutti e due i casi, occorre chiedersi che fine faranno coloro che nel PdL non sono targati Forza Italia. È chiaro che il solo riproporne il nome equivale ad un decreto di espulsione nei loro confronti, soprattutto dei pochi superstiti scampati al genocidio della destra. C’è da chiedersi come reagiranno. Usciranno dal Pdl, subiranno in silenzio o chiederanno un congresso straordinario? La 1, la 2 o la 3? E ancora: continuerà ad esistere un centrodestra coalizzato o arriverà il tana libera tutti? Insomma, è un indietro tutta o si va avanti? Comunque sia, si può star certi che fino all’ultimo il Cavaliere non scoprirà le sue carte. Nel frattempo si gode lo scompiglio in cui ha gettato quella parte (non piccola) del Pdl che vede come il fumo negli occhi l’idea di un partito affidato regione per regione alla cura di un altisonante nome dell’imprenditoria locale con il compito di provvedere al fund raising, in lingua maccheronica alla caccia al tesoro per mantenere sedi ed organizzazione. Una scelta decisamente retrò nel pur nobile tentativo di rivitalizzare lo spirito del ’94, ormai incatenato al famoso discorso della discesa in campo di un Berlusconi allora percepito come alfiere e vindice di una società civile oppressa e soffocata dalla partitocrazia. Del resto, non esiste un’operazione nostalgia che non contenga in sé l’immancabile ritorno alla purezza delle origini. L’ennesimo dejà vu. Il guaio è che quando in politica prevale il torcicollo si finisce fatalmente – a dirla con Guccini – “per dire cose vecchie con il vestito nuovo”. Con la differenza, però, che stavolta è vecchio anche il vestito.