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LA DOMENICA DI DON GALEONE/ Il vero luogo del cristiano non è l'empireo ma la faticosa terra degli uomini

Il sacerdote e docente salesiano affronta la tensione del credente a fuggire dal mondo reale per rifugiarsinell'ascetismo Una sorta di male-educazione religiosa ci ha abituati


Il sacerdote e docente salesiano affronta la tensione del credente a fuggire dal mondo reale per rifugiarsinell'ascetismo Una sorta di male-educazione religiosa ci ha abituati a guardare il cielo, a fissarci sulle realtà eterne, sulla “candida rosa”, svalutando le cose provvisorie di questa terra. Ci è stata insegnata che la vera dignità dell'uomo, la più alta, è la con­templazione. La grande tradizione ascetica del cristiane­simo sembra essersi costruita sull'ideale della “fuga mundi”. E in que­st'ascetica sembrò che la fede cristiana si ricollegasse con il magiste­ro della filosofia antica. Il compito del vero credente, invece, non è di starsene sulla terra a con­templare i cieli, ma di accettare la condizione itinerante, come una ca­ratteristica della fede. Quindi la contemplazione cristiana si immerge nel divenire storico. Il suo vero luogo non è il cielo immutabile, le stelle fisse, l’empireo ma la terra degli uomini in faticoso cammino. Gli eremiti ci sono sempre stati, prima di Cristo e fuori del cristianesimo. Il desiderio della solitudine è un profondo anelito dello spirito uma­no, ma è un anelito che non può salvare, perché può creare illusioni di salvezza, può essere una forma di evasione alienante, in cui forse si nasconde del narcisismo religioso. Il Signore ci invita a tenere gli occhi sulla terra, perché la terra è un luogo teologico, è epifania divina, è regno di Dio che viene, con modalità spazio-temporali note solo a Dio. Gesù, asceso al cielo, è con noi tutti i giorni Cosa significano queste parole? Tutti i popoli, con la parola “cielo”, intendono la dimora di Dio Anche nel Vangelo leggiamo: “Gio­rni a Dio nell'alto dei cieli”. Anche noi diciamo: “Padre nostro, che sei nei ciel”; oppure “È andato in cielo”. Oggi, con lo sviluppo della scienza e della tecnica, dopo i viaggi degli astronauti nello spazio, il nostro  linguaggio è entrato in crisi. Sappiamo bene che Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo: egli è onnipresente. Che Dio sia nei cieli significa solo che Dio “abita in una luce inaccessibile”, che è infinita­mente diverso da noi. Il cielo non è uno spazio o un luogo ma è il paradiso, è Dio stesso. Sicché “andare in cielo…andare in paradiso” significa stare con Dio. Non si tratta di un movimento spaziale, astronautico, astrofisico, ma di una “ascensione”, di una “estensione” di amore: Gesù, proprio perché e “salito”, può raggiungere e salvare sempre tutti: “Mi è stato da­to ogni potere”. Ecco perché l'ascensione è una festa: mentre prima Gesù-uomo, per le necessarie leggi spazio-temporali, poteva essere presente solo in Palestina, parlare a pochi, guarire pochi... ora invece Gesù-risorto e asceso può raggiungere tutti grazie alla sua ubiquitante capacità sal­vifica. Dobbiamo smettere di parlare e ragionare in termini di geo­grafia astronomica, e iniziare a riconoscere questo Dio presente dap­pertutto: “Io sono con voi tutti i giorni”. Un cordiale SHALOM ai miei cinque lettori. NB. Se vorrai contattarmi, la mail è francescogaleone@libero.it