Cronaca Bianca

Il direttore Asl Mario De Biasio chiude in un minuto la Psichiatria dell'ospedale di CASERTA, manco si trattasse di un ambulatorio per unghie incarnite. Atto culturalmente degradante

Le condizioni del reparto Psichiatria dell'ospedale di Caserta

Una polemica aperta e stavolta fondata per quel che riguarda i limiti invalicabili della pur fondamentale azione di risanamento economico della sanità campana


CASERTA – Non ha torto il parlamentare di Sinistra Italiana De Cristofaro quando dice che ci sono situazioni, nell’erogazione dei servizi sanitari pubblici, che non possono essere sottese completamente alle ragioni del risanamento e del contenimento della spesa.

Lo diciamo noi che riteniamo indispensabile, fondamentale, ogni azione di risanamento che orienti la bussola della spesa pubblica nella direzione di un recupero di competitività tale da consentire, in futuro, una politica di bilancio veramente utile per le future generazioni, le cui prospettive, oggi, sono distrutte da quella che ci piace definire, sfottendo la sinistra attraverso la parafrasi di una frase ad essa molto cara, dalla macelleria dello spreco e dei fannulloni.

Ma nel caso specifico, quello della chiusura ad horas del reparto di Psichiatria dell’ospedale civile di Caserta, non si può non convenire con chi evidenzia che le ragioni del risanamento non possono prevalere su quelle di vite umane poste letteralmente in pericolo da situazioni come queste.

Da qualche giorno, il disastrato reparto di Psichiatria dell’ospedale non accoglie più ricoveri. Chi avrà bisogno di trattamenti psichiatrici dovrà ricorrere alle cure dell’ospedale Moscati di Aversa e del San Rocco di Sessa Aurunca.

Va da sé che la questione non può esaurirsi in un burocratico tratto di penna apposto, nell’occasione, dal direttore generale dell’Asl Mario De Biasio.

Questo perché i malati di gravi patologie psichiatriche, ben raramente risolvono il loro problema in maniera definitiva. La maggior parte di loro entra ed esce dallo stesso ospedale anche più volte nel corso di un anno.

E siccome non ci vanno per curare il mal di denti e neanche per sottoporsi a un intervento chirurgico più o meno risolutivo, ma per curare i disturbi della mente che fondano se stessi anche su connotati di tipo psicologico (d’altronde, se la psicologia si chiama così ci sarà una ragione) il dato dell’adattamento, dell’abitudine a essere curato o trattato dalle stesse persone, dallo stesso personale, diventa decisivo per pazienti che spesso sfiorano costantemente la decisione insana di togliersi la vita.

Insomma, un’operazione del genere si programma prima umanamente e poi burocraticamente.

Ma questo è un discorso già troppo impegnativo per la pochezza culturale, per l’aridità morale delle classi dirigenti indigene.

Vedremo nei prossimi giorni cosa succederà e proveremo a controllare le conseguenze di questa decisione, limitandoci, però, solo a quelle riguardanti i malati, non soffermandoci invece più di tanto sulle ragioni dei dipendenti, che saranno anche valide, ma che meritano – e questo non capita quasi mai nel racconto giornalistico – di confrontarsi con altre ragioni, a noi molto care: quelle della produttività e dell’efficienza.

Roba da liberali, roba sconosciuta dentro alle aree del settore pubblico della provincia di Caserta.