Politica

L'EDITORIALE / COSENTINO ERA CANDIDABILE, MA NON ERA CERTAMENTE VOTABILE

Alla fine Berlusconi ha deciso di non farlo correre. Una volta chiusa la partita mi sento emotivamente libero di spiegare a lui e ai lettori, con lealtà, perché Cosentino rappre


Alla fine Berlusconi ha deciso di non farlo correre. Una volta chiusa la partita mi sento emotivamente libero di spiegare a lui e ai lettori, con lealtà, perché Cosentino rappresentava il freno principale al cambiamento di questa terra Con Nicola Cosentino ho un rapporto fondato sul reciproco rispetto personale. E una persona si rispetta se con essa si tesse una relazione, appunto rispettosa, delle respettive e, in questo caso, distinte funzioni, ma, soprattutto,  franca e scevra, il più possibile, da infingimenti e da ipocrisie. Negli ultimi giorni, proprio nel rispetto della persona-Cosentino, ho compiuto uno strappo alla rigida regola che connota l'identità di questo organo di informazione, fin dal momento della sua nascita, adottando una sorta di originalissima e personalissima par condicio, consistente in una forma eccezionale e forse irripetibile di auto censura che mi ha portato a non ribadire, proprio durante i momenti più infuocati, relativi alla controversissima ricandidatura di Cosentino, argomenti, che, comunque, i lettori di Casertace conoscono a menadito, e che declinano, con precisione le mie e le nostre convinzioni su quello che Cosentino esprime, non come persona, per carità, ma come politico di riferimento di questo territorio che, a Cosentino, ha affidato, non solo la sua rappresentanza, ma il suo elemento di rappresentazione politica, sociale ed economica più evidente, al punto che Caserta si identifica in lui e lui rappresenta l'emblema dei processi di selezione della classe dirigente, che dovrebbe essere il motore di questo territorio. Ora, a liste presentate e con Cosentino non candidato, è serio e giusto da parte mia ribadire certe valutazioni, elaborandole con qualche ulteriore argomentazione, valutazioni e argomentazioni che avrei pubblicato anche nel caso in cui Cosentino fosse stato candidato. Partiamo dalla questione delle accuse che la magistratura inquirente gli ha formulato e che quella requirente ha assunto, almeno per quel che riguarda le valutazioni, appartenenti già alla sfera giudicante, di misura necessaria e sufficiente per farlo comparire avanti a un collegio di giudici che dovrà decidere, per ora in primo grado, se lui è colpevole o meno di aver agevolato la camorra del clan dei casalesi. Chi scrive non è tanto incosciente, nel senso letterale del termine, da ritenere che tra i tre poteri dello Stato, costituzionalmente riconosciuti, e storicamente collegati alla teorizzazione riformista e illuminista, che ebbe in Montesquieu il suo massimo profeta e, l'unico esente dai peggiori vizi italici sia quello giudiziario. Ci sono dei magistrati che fanno politica, la fanno nell'esercizio delle loro funzioni, precisamente discriminate dalle altre funzioni, quella esecutiva e quella legislativa, dalla Carta Costituzionale, e questo è nitidamente dimostrato dal fatto che  il signor Ingroia entra in politica e non si dimette dalla magistratura, come, in tutta onestà, fece Di Pietro a suo tempo, ma si limita all'aspettativa. Dunque è molto probabile che dentro al caso Cosentino abitino pregiudizi e improprie passioni politiche di pubblici ministeri e di giudici nell'esercizio delle proprie funzioni. Da liberale, mi spingo anche oltre, e arrivo a dire che siccome il dubbio c'è, che, carte alla mano, fino ad oggi, Cosentino sia stato perseguitato dalla funzione inquirente al di là della consistenza di ciò che gli viene contestato, arrivo a dire che le due richieste di arresto e il fatto che, le medesime, abbiano trovato riscontro in due rinvii a giudizio, non è un gravame tanto ponderoso al punto da aver fatto apparire la sua candidatura, tecnicamente e anche politicamente, impresentabile. Questo, però vale all'interno di questo preciso e ben definito perimetro di cognizioni e di valutazioni. Avete letto bene? Spero di essere stato chiaro come lo sono stato in passato. Detto questo, però, detto che quelle stesse carte giudiziarie che potrebbero non dimostrare e probabilmente non dimostrano allo stato, che Cosentino è colluso con la camorra, dicevo quelle stesse carte,  ci dicono molto di più su un altro livello di impresentabilità, che è quello politico, che si concretizza in un perimetro di valutazione diverso dal precedente. Dentro a quei documenti, il sottoscritto non ha trovato nulla di trascendentale, nel senso che non ha trovato nulla che lo abbia particolarmente colpito. Quello che c'era scritto, a Caserta, si sapeva già. Lo sapevano tutti. Lo sapeva bene quella sedicente società civile che per 20 anni ha considerato Nicola Cosentino alla stregua di un normale avversario politico, ma lo ha legittimato, come tale, attribuendogli la patente di politico e rappresentante del popolo. Il problema è che da quelle carte si capisce che Cosentino non ha mai preso le distanze dal mondo che la camorra rappresentava e dal tipo di affari che la camorra coltivava. Vedete quanto sono garantista? Mi sono limitato a dire che non ha preso le distanze, nulla più, non considerando assolutamente quello che una dozzina di pentiti hanno detto sul fatto che loro erano entusiasti elettori di Nicola Cosentino, perchè così gli veniva ordinato dai propri boss di riferimento. Quest'ultima cosa non la considero neppure, anzi, a dirla come un famoso cantautore degli anni '70, l'ottimo Stefano Rosso "e allora senti cosa fo'? Soddisfazione non vi do.." divento iper garantista, anzi, rafforzo il concetto e costruisco un ossimoro, comportandomi da "iper garantista estremista". Lo faccio sposando una citazione che il Cosentino last style, ha rilasciato di recente: "Quelli lì sono pentiti schifosi camorristi". Dato a Nicola, quel che è di Nicola, dico a Nicola: tu per anni non hai pronunciato la parola camorrista, mai. In nessun discorso, in nessuna tua frase, in nessuna tua intervista, rilasciata anche al sottoscritto, ai tempi della tua candidatura a presidente della Provincia. Hai parlato di camorra come se si trattasse di una categoria quasi eterea, molto generale, senza mai entrare nei particolari, come se questo fosse un problema secondario, marginale della terra che rappresentavi. Non hai mai detto: i camorristi del clan dei Casalesi sono la merda dell'umanità e io mi vergogno di essere originario di un luogo in cui lo Stato è stato battuto e messo nell'angolo per decenni. E mi vergogno perchè quel luogo è stato conquistato, invaso, totalizzato dalla malapianta della camorra. Di una camorra che quel posto ha reso la culla biologica e immorale del signor Francesco Schiavone Sandokan, del signor Giuseppe Russo di cui, sfortunatamente, una sorella ha sposato mio fratello. Non hai mai detto che Francesco Bidognetti e Giuseppe Setola erano due sanguinari, magari da fucilare all'istante, o da spedire in uno stato americano in cui vige ancora l'allegra consuetudine della sedia elettrica. Il fatto che non hai mai pronunciato parole nette e chiare, penetranti, dirimenti, tombali sulla camorra del clan dei casalesi ha finito per rafforzare, in una forma di esaltazione speculare di tipo concettuale e anche politico seppur in senso lato, le affermazioni di quelli che tu hai chiamato pentiti schifosi camorristi (forza Nicola, fai uno sforzo, anteponi la parola camorristi a quelle di schifosi e pentiti). Ecco perché, se non esisteva, in linea di principio, ma per il sottoscritto anche in linea di sostanza e di contenuto, collegata a un concetto di eleggibilità democratica, il problema della candidabilità di Cosentino in funzione delle richieste di arresto, esisteva, invece, un problema della candidabilità di Cosentino collegata alla sua presentabilità politica, al fatto che Cosentino puntava ancora ad essere l'emblema di questo territorio, la proiezione dello spirito (nel significato ottocentesco, esprit du temps o zeitgeist, per dirla alla tedesca), delle intenzioni, dei metodi, dei criteri attraverso cui questa terra vuole produrre un sistema economico che discende da un sistema sociale e, oserei dire, antropologico. In quel tuo  non parlare, in quelle omissioni che hanno connotato tutto il tuo percorso politico, si specchia il modus vivendi di questa terra cialtrona, codina, vigliacca, adusa a forme compromissorie spinte agli estremi, furbastra, assistenzialista, vassalla e avvassallata, perbenista, provinciale, farisaica, immeritocratica, espressiva di valori che sono tutto il contrario di quelli di un progresso liberale. Ecco perchè se tu, Nicola eri sicuramente presentabile, e ha costituito un errore il non averti candidato a causa dei processi in corso, al contrario, tu, Nicola, non eri votabile. O, almeno, non eri votabile se questa non fosse una terra di ipocriti, la terra di chi, a chiacchiere, ogni giorno, si indigna al cospetto di un suv che ti spacca lo specchietto retrovisore, innanzi al semaforo rosso, che si indigna di fronte ai pacchetti già predeterminati delle assunzioni di qua o di là, che fa finta di deprimersi al cospetto dei mille decibel sparati dalle casse di un'auto, di una canzone di un neomelodico; che si indigna di fronte alla pelandroneria imperante nella maggior parte degli uffici della pubblica amministrazione; che si indigna di fronte alle migliaia di impianti illegali, per le mega affissioni, che popolano ogni crocicchio di questa terra. Che si indigna, come si indignava lo Stato cantato da Fabrizio De André in "Don Raffae'" di fronte ad ogni avvenimento collegato alla criminalità organizzata, che ha creato un vero e proprio indotto di mangiapane a tradimento e di professionisti dell'anticamorra, che con la retorica dell'anticamorra hanno fatto soldi e scalato carriere che mai avrebbero potuto realizzare grazie ad un sistema fondato effettivamente sulla qualità culturale, sulla laboriosità e sull'onestà materiale ed intellettuale. Questo mondo, sostanza dell'indigeno esprit du temps, rappresenta la causa e non è l'effetto di Nicola Cosentino. Nicola Cosentino è stato l'androide scaturito da una mentalità. Ecco perchè, se si fosse candidato, non andava votato. Questo, detto con il massimo rispetto per la persona, la quale se veramente vuole dire qualcosa di nuovo, qualcosa che gli possa essere utile ad un eventuale prosecuzione della sua vita politica, una volta risolti i problemi con la giustizia,  dovrà fornire un segnale chiaro di una sua nuova vita. Allora comincia Nicola a rispondere a domande precise sulla partecipazione della tua famiglia alla Hera Comm Mediterranea, la società fulcro dell'enorme business della centrale turbogas di Sparanise; alla società controllata da una holding, a sua volta formata da diversi comuni rossi dell'Emilia; comincia, Nicola, a rispondere a qualche domanda sul modo attraverso cui le terre che hanno ospitato questo insediamento furono comprate dalla tua società di famiglia e poi vendute con plusvalenze vertiginose, con una decuplicazione del loro valore. E se puoi e ritieni, rispondi anche sui soldi scuciti dagli svizzeri, entrati come azionisti di riferimento dentro Calenia, che, oggi, gestisce l'impianto di Sparanise. E poi rispondi, Nicola, alle domande relative ai consorzi dei rifiuti. Ma non a quelle che ti pongono i magistrati, che fanno un altro mestiere, ma a quelle che ti pone il sottoscritto, che vuole ragionare di politica e basta; perchè mettesti Pasqualino Lombardi, il faccendiere di Cervinara nel consiglio di amministrazione del consorzio Ce 4? Perchè, questa persona con cui eri amico intimo, passava il suo tempo a fare ricotte con alti magistrati della corte d'Appello e della corte di Cassazione? Perchè quel giorno al Crowne Palza parlasti di "frocetti" e poi, dalla mia cella, in cui mi trovavo per il mirabolante reato di omesso controllo su articoli scritti da altri (in galera, ci si può anche stare, non è tutta questa tragedia, se si ha veramente la coscienza pulita), leggevo che il gruppo degli amichetti della P3 o P4 o come cavolo si chiamava, voleva costruire un dossier su Caldoro affermando che proprio lui era un po' "arricchionato" e che frequentava un albergo di Agnano per l'abbisogna? Ecco, Nicola, dato che ci sei, rispondi pure, sul perché candidasti Paolino Maddaloni a sindaco di Caserta? E rispondi ancora, sul vero perché candidasti Maria Elena Stasi, la quale, poco prima, si era occupata del piano regolatore della città di Giggino Cesaro e si era occupata, da prefetto del certificato antimafia dell'Aversana Petroli. Ecco, se tu Nicola vuoi l'appoggio pieno di Casertace anche in questa fase difficile della tua vita, comincia ad affrontare questi temi. Se risponderai in maniera convincente, mi trasformerò in uomo-sandwich e ti caricherò sulle spalle, facendo su e giù per Corso Trieste, con un altoparlante che ripete: “Cosentino è cambiato, Cosentino è un politico nuovo, utile al progresso di questa terra”. Il resto sono tutte chiacchiere. Gianluigi Guarino