Cronaca Bianca

LA NOTA. Il pm Di Matteo a CASAL DI PRINCIPE: la trattativa Stato-mafia, la retorica dell'antimafia e dell'anticamorra e...

Un momento del convegno

A margine qualche parola sull'evento dell'altra sera


CASERTA - (Pasquale Manzo) Mercoledì, a Casal di Principe, il pubblico ministero di Palermo Nino Di Matteo ed il giornalista Sandro Ruotolo sono intervenuti di conserva ad un convegno sulla c.d. trattativa stato-mafia e di conseguenza sul relativo processo in svolgimento presso corte di assise siciliana.  Presunta trattativa che da almeno tre lustri tiene banco nella cronaca italiana senza approdare a nulla, anzi avendo avuto esiti giudiziari, nei diversi processi - per esattezza cinque - che l’hanno finora presupposta (contro gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, il famoso generale che catturò il capo dei capi della mafia Totò Riina, Sergio de Caprio il capitano ultimo, e Mauro Obinu) e che puntualmente l’hanno smentita. Nondimeno il magistrato siciliano, il quale viene spesso tacciato di un presenzialismo da vera e propria madonna pellegrina, pubblica accusa in quel processo tuttora in corso e giunto alla fase delle arringhe difensive, corre per l’Italia per affermare la sua tesi accusatoria, con non molto rispetto - viene da dire - per quel dovuto riserbo che ci si attenderebbe da un esponente dell’ordine giudiziario per fatti ancora sub iudice.

Ma avendo fatto egli persino professione di fede politica, non c’è da meravigliarsi più di tanto, nonostante l’abnormità del fenomeno.

Quello che sorprende, invece, è l’appiattimento di certa stampa su tali posizioni che gli uomini e le donne di cultura liberale non possono che definire giustizialiste e che richiederebbero una seria autonomia di giudizio nei giornalisti che se ne occupano, che non possono trasformarsi sfacciatamente, come alcuni di essi fanno, in faziosi fautori, in casse di risonanza di tesi tutte da dimostrare.

Giustappunto, l’annuncio del convegno da parte di alcuni giornali recitava: “…Cosa è la trattativa Stato mafia? Quali e quanti danni hanno prodotto quei pezzi delle istituzioni che con le mafie ci sono andate a braccetto? ”, anticipando un giudizio su di un processo tuttora in svolgimento, dà per scontato che la trattativa non solo ci sia stata, ma che le istituzioni siano scese a patti scellerati con i peggiori mafiosi, il che è ancora tutto da comprovare. Per i sostenitori di questa tesi complottista, degli accordi indicibili e inconfessabili che sarebbero intervenuti tra i massimi vertici dello stato ed i capi mafia siciliani, a nulla vale il dato di realtà che proprio in tali anni la lotta alla mafia abbia segnato i maggiori successi sia sul fronte dell’attività repressiva, ma soprattutto su quello dell’affinamento dei mezzi giuridici di contrasto, a cominciare dalle misure di prevenzione patrimoniali, divenute, nella visione di molti, persino gravemente illiberali in alcune loro estensioni.

Non va dimenticato, poi, come la migliore cultura giuridica italiana, con il professore Giovanni Fiandaca, tra i maggiori penalisti non solo italiani ed autore di quel celeberrimo manuale di diritto penale sul quale si sono formati e tuttora si formano intere generazioni di magistrati e giuristi del nostro paese, ed i più accreditati storici nazionali, come il professore Salvatore Lupo, parlino, a riguardo del processo-trattativa, di processo in mancanza di fatti, contro delitti del tutto aleatori ed anzi inconfigurabili e di processo contro la storia anziché contro dei reati.

Nel nostro piccolo, a dispetto della demenziale credenza in massima voga in questi giorni dell’uno vale uno, siamo con i Lupo ed i Fiandaca, campioni di garantismo.

Persino il capo di imputazione contestato agli imputati vacilla, laddove, non potendo affermare un inesistente reato di trattativa, non previsto dalla legge, se questa ancora vale, ricorre alle cortine fumogene di un groviglio di parole e di significati, evocando le ipotesi temerarie ed impalpabili del reato di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario, contemplato per tutt’altre ipotesi, e di una supposta intermediazione stato-mafia dai contorni a dir poco evanescenti ricavabile dalle dichiarazioni di quei gentiluomini che sono notoriamente i pentiti di mafia, a cominciare da quello farlocco per antonomasia, Massimo Ciancimino.

Forse non è un caso che, tra i comuni del casertano, il convegno di Di Matteo e Ruotolo si tenga a Casal di Principe, dove è in vigore un concetto relativo della legalità. I vasti abusi edilizi di una volta, commessi nel paese, erano ascrivibili alla forza della camorra locale e dovevano richiedere, senza se e senza ma, gli abbattimenti più categorici. Oggi, con il clima politico mutato, si dice che si deve invece ragionare di un inesistente abusivismo di necessità, secondo quella stessa creatività giuridica palermitana, e dell’impossibilità di affrontare i costi enormi delle demolizioni. Sulle quali ultime ci si guarda bene, come si fa per gli altri fronti politicamente sensibili come ad esempio l’immigrazione, dal richiedere interventi speciali e straordinari, come quello del genio militare, da remunerare, sulla base di facili deroghe normative della sua disciplina di impiego ordinario, in ragione delle sole spese vive da affrontare.

Con le premesse che abbiamo evidenziate, i convegni di questa natura si risolvono spesso in un suonarsele e cantarsele tra gli intervenuti, posto che a nessuno viene in mente, giornalista o no, di porre qualche domanda o di esprimere un dubbio e senza passare, per questo, da fiancheggiatore della mafia.