NELLE FOTO, DA SINISTRA, IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DE SIMONE, QUELLO DELL'ASCOM D'ANNA E QUELLO DI CONFESERCENTI POLLINI
La sospensione e il probabile allontanamento della minaccia, che si era fatta concreta negli ultimi mesi, del ritiro, da parte degli organismi nazionali di Ascom-Confcommercio, dello stemma all'attuale gestione del gruppo provinciale al presidente MarioD'Anna, a causa del noto problema del debito di circa 300 mila euro di mancate rimesse nelle casse dell'Associazione nazionale, può essere archiviata come un fatto rilevante, ma delimitato ad interessi di chi ha dato vita e ha dato corpo, oggi, come negli ultimi decenni, a un'associazione di categoria, che, a Caserta, ricopre la stessa valenza di un circolo degli amici dello scopone.
Lego questa caustica emulsione di questa affermazione alla registrazione e alla presa d'atto oggettive di quello che l'Ascom di Caserta ed estendendo il concetto, per logica analogia, la Confesercenti di Caserta rapresentano, come effettivi, legittimi organismi, ripeto, prima che di rappresentazione, di aritmetica rappresentanza del commercio in provincia di Caserta.
Se utilizzo e brandisco l'aritmetica, quale arma di totale supporto a questa mia tesi, è anche serio che io cominci a bagnare l'arido deserto della consapevolezza che questo territorio ha dei suoi problemi e dei suoi grandissimi limiti, sviscerandoli, questi numeri che ho a disposizone.
Alla Camera di commercio di Caserta sono iscritte circa 34 mila imprese commerciali. Negozi, ristoranti, bar, supermercati, case di appuntamento (no, purtroppo quelle mi sembra che non siano ancora iscritte) ecc. ecc. Le 2 presunte associazioni di categoria, cioè Ascom e Confesercenti, annoverano, rispettivamente, la prima, 1000 iscritti, la seconda, 1100, con una prevalenza di confesercenti, in verità, piuttosto rara da riscontrare nel resto d'Italia, che, come dato accessorio al nostro ragionamento, la dice lunga sulla inconsistenza della gestione attuale e di quelle pregresse della Confcommercio di Caserta.
Dunque, Confesercenti ed Ascom rappresentano, a mala pena, il 7% della popolazione delle imprese commerciali. Si dice che la matematica non è un'opinione e perciò, a Caserta, per effetto dell'inconfutabilità di questo dato aritmetico, si può affermare, senza tema di smentita, che Confesercenti ed Ascom non contano nulla, ma sono, come detto prima, una sorta di circolo di "amici di qualche cosa", che la sera si incontrano e discutono su come utilizzare, nel piccolo cabotaggio di ancor più piccole operazioni, finalizzate al vantaggio di poche edentificate persone, la titolarità di un marchio, che, a questo punto, gli organismi nazionali dell'Ascom, ma anche quelli della Confesercenti, farebbero bene a togliere dalla scena casertana. E non tanto per una questione di soldi da corrispondere di somme non trasferite da Caserta a Roma, ma per una normale, naturale valutazione, oggettivizzata dal dato disarmante appena illustrato.
Non conosco, ma cercherò di colmare questa lacuna nei giorni prossimi, l'andamento del diagramma storico, relativo agli iscritti ad Ascom-Confcommercio. Ma se, come penso, i numeri, in linea di massima, sono stati sempre questi, allora, il rubricare questo dato, limitandolo solo al problema costituito del divario, di sterminata ampiezza, tra il numero di soggetti giuridici, che, a vario titolo, esercitano un'attività commerciale e il numero di coloro che hanno affidato ad Ascom e Confesercenti la cura, la rappresentanza e la rappresentazione dei loro problemi, dicevo, il rubricare tutto questo nel perimetro della trattazione della questione generale, nazionale della "crisi di rappresentanza", che, certamente, non attiene solo al campo della democrazia economica, costituirebbe, tutto sommato, un tratto nobilitante, in quanto associerebbe, al cambiamento dei comportamenti individuali, sociali e, in conseguenza di questo, dei comportamenti e degli atteggiamenti professionali ed economici, una questioncina che, al contrario, è tutta casertana.
I questa miseria tutta locale, pure c'entra un tratto sociologico, ma connota questo di una caratteristica indigena, che ci rimanda dritti alla relazione tossica tra un'indifferenza generale e generalizzata, tra un'assente percezione dell'io comunitario e la scaltrezza di chi si muove, nell'ambito del microcosmo che ci riguarda, partendo, parimenti, dal presupposto dell'individualismo, ma percorrendo una parabola diversa, che lo conduce ad un utilizzo egoistico e spregiudicato di una finta rappresentanza. Un utilizzo, il cui connotato è dimostrato proprio dal dato della chiusura ad ogni nuovo apporto, che costituirebbe, agli occhi dei soci del circolo degli amici dello scopone non scientifico una minaccia per la sopravvivenza e la consistenza della loro piccola mangiatoia,della loro piccola rendita di posizione. Concetto, quest'ultimo, che a un liberale, come al sottoscritto, fa lo stesso effetto che la criptonite fa a Superman.
Il problema di questi numeri non può non portare ad una riflessione chi della discrasia di questi numeri. Chi di questi numeri può diventare vittima, non tanto per volontà, ma per lo stupidissmo sistema di regole attraverso cui sono scelte le dirigenze delle Camere di Commercio. E', infatti, proprio nella pancia della Camera di Commercio di Caserta che si annida questo virus. Gli uffici e le banche dati dell'ente di via Roma contengono, infatti, da un lato le ragioni sociali di ognuna di queste 34 mila imprese commerciali, dall'altro contengono i nomi di coloro che fanno parte degli organigrammi della camera, grazie ad un meccanismo che consente a 1000 o 2000 imprese, di appropriarsi in maniera del tutto illegittima della rappresentanza di 34 mila imprese.
Conoscendolo abbastanza bene, sono certo, ma, in tutti i casi, Casertace glielo domanderà, nei prossimi giorni, in un'intervista, che il presidente della Camera di Commercio, Industria, Agriacoltura e Artigianato, Tommaso de Simone, si ponga il problema della leggittimazione democratica dell'ente che sta provando ad affrancare, dopo gli anni delle gestioni chiuse ed autoreferenziali di Gustavo Ascione e di Mario Farina. Se lo pone, il problema, Tommaso de Simone, perchè lui proviene da un contesto diverso, perchè lui arriva dalla coldiretti, in cui l'elemento partecipativo e l'espressione della rappresentanza si configura, prima di tutto, in differenze quantitativamente molto, ma molto meno pronunciate tra agricoltori iscritti alla Camera di Commercio e quelli iscritti alla Coldiretti e alle altre organizzazioni di categoria del settore primario. Non solo, ma dentro la Coldiretti, oltre alla questione, puramente aritmetica, del rapporto tra iscritti a questa associazione e iscritti alla Camera di commercio è molto più risolto un aspetto di tipo qualitativo, riguardante la partecipazione effettiva della base degli iscritti alla vita e ai servizi che la Coldiretti e, ancora una volta per analogia, le altre 2 organizzazioni di categoria, Cia e Confagricoltura, sono in grado di erogare.
In questo editoriale, ho affrontato, provandola a declinare nei suoi aspetti principali, la questione della "non rappresentatività" di alcuni soggetti che dovrebbero essere una nervatura essenziale, nei processi di mediazione democratica tra la platea dei soggetti dell'economia produttiva e le istituzioni, all'interno delle quali o, più corretto sarebbe dire, attraverso le quali, vengono erogati fondi e finanziamenti, gestiti, a nome di tutti, pur non avendone titolo effettivament legittimante, da chi di questo tutto rappresenta una porzione di infimo ordine. Volutamente, ho tenuto fuori dal ragionamento quello che capita nell'Unione industriali di Caserta, dove il quadro è ancor più desolante e desolato. Ma come si dice nella fase di pre-duello, i signori di Confindustria, Coppola e compagnelli, "avranno notizie" del sottoscritto e di Casertace, entro la giornata di domani.
Gianluigi Guarino
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