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    L’EDITORIALE – Polverino non merita di stare in galera, ma a casa da privato cittadino. Paolo Romano: o Menduni è un calunniatore, o lui si deve dimettere dalla presidenza del Consiglio regionale


      Dopo qualche giorno, un po’ controvoglia e spinti dalle sollecitazioni dei nostri lettori, esprimiamo la nostra riflessione e la nostra posizione sull’ordinanza dei 13 arresti per lo scandalo Asl tra politica e camorra. IN CALCE ALL’ARTICOLO IL PASSAGGIO DELL’ORDINANZA IN CUI MENDUNI ILLUSTRA IL POLVERINO PENSIERO Diversi nostri lettori ci hanno chiesto il motivo […]

    Nelle foto, da sinistra, Paolo Romano, Massimo Grimaldi e Paolo Romano

     

    Dopo qualche giorno, un po’ controvoglia e spinti dalle sollecitazioni dei nostri lettori, esprimiamo la nostra riflessione e la nostra posizione sull’ordinanza dei 13 arresti per lo scandalo Asl tra politica e camorra. IN CALCE ALL’ARTICOLO IL PASSAGGIO DELL’ORDINANZA IN CUI MENDUNI ILLUSTRA IL POLVERINO PENSIERO

    Diversi nostri lettori ci hanno chiesto il motivo per cui non abbiamo ancora commentato, fino ad oggi, i primi esiti, sicuramente clamorosi, dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha portato giovedì mattina all’arresto di 13 persone tra le quali si annoverano nomi importanti e, apparentemente insospettabili, come quelli di Angelo Polverino e Francesco Bottino.

    E che avremmo dovuto commentare? Che avremmo dovuto scrivere, senza cadere nella pratica ripetitiva di un rituale controsalmo, costituito dalla esetrazione del pubblico costume, il quale esprime la sua quintessenza nei comportamenti dei nostri politici e degli alti esponenti del purulento corpaccione burocratico amministrativo?

    Abbiamo preferito, invece, dedicarci alla lettura approfondita, che continueremo anche nella giornata di oggi, delle quasi 160 pagine dell’ordinanza, firmata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Isabella Iaselli. E questo perchè, in sede di commento immediato non avremmo potuto scrivere cose nuove, non avremmo potuto trarre, da questo avvenimento, spunti originali rispetto a quanto andiamo corposamente e con una continuità che rasenta l’incontinenza, affermando da anni.

    Però, siccome sono tanti i lettori che ci hanno sollecitati e siccome a nessuno deve passare lontanamente per ilocervello l’idea di una Casertace ammansita, placata, stanca dall’apparente impotenza del suo solingo esercizio di denuncia, fiaccata dall’apparente improduttività delle sue complicate, impegnative, durissime, quanto documentatissime inchieste giornalistiche sulla strage del pubblico danaro, che in questa regione e in questa provincia vengono sistematicamente perpetrate e perpetuate, dicevamo, perché nessuno dei nostri lettori, tra quelli che ci vogliono bene e quelli che ci vogliono male, “si deluda” o si illuda, colmiamo la lacuna.

     

    QUESTIONE GIUDIZIARIA - Già abbiamo avuto modo di scrivere che l’architrave, il nocciolo della centrifuga nucleare di questa inchiesta è costituita dalla figura dell’imprenditore di Marcianise, Angelo Grillo, ma è costituita ancor di più dalla severa qualificazione del reato a lui ascritto: il 416 bis, cioè associazione di stampo mafioso.

    Un addebito che oltre a produrre effetti sullo stesso Grillo, ne determina, di riflesso, anche a carico di tutti gli altri indagati di questa inchiesta. E questo accade perchè le misure cautelari fortemente afflittive, che hanno colpito Polverino, Bottino, Gasparin e compagnia, sono collegate alla contestazione dell’articolo 7, favori alla camorra, camorra che, in questo caso, è rappresentata, e, ancor meglio dire, si costituisce, secondo il disegno accusatorio della Dda, suffragato dalla decisione del Gip Iaselli, proprio nella figura di Angelo Grillo.

    Polverino, Bottino, Gasparin e gli altri favoriscono la camorra, in quanto favoriscono Angelo Grillo.

    Sillogismo giuridico che esiste in quanto esiste la contestazione del 416 bis a carico dell’eccentrico e variopinto imprenditore marcianisano.

    La costruzione logica è ambiziosa senza dubbio, ma potrebbe rivelarsi velleitaria, dato che sarà fondamentale, riteniamo, dimostrare che tutti gli indagati, finanche i figli di Grillo, conoscessero, all’epoca dei presunti reati commessi, che Grillo fosse un elemento organico e fortemente rappresentativo del clan Belforte-Mazzacane.

    Non sarà, a nostro avviso, semplicissimo per la Dda sostenere in pieno questa tesi davanti agli altri gradi di valutazione, tribunale del Riesame ed, eventualmente, Corte di Cassazione, del titolo cautelare.

    LA QUESTIONE POLITICA - Detto ciò, detto quello che dobbiamo alla nostra invitta vena di liberali e di garantisti convinti, che hanno letto e si sono appassionati alle tesi di Cesare Beccaria, sin da tenera età, veniamo a quello che pensiamo sia la questione cruciale. E sì, perchè, paradossalmente e pur rendendoci conto dell’enormità di questa affermazione, nel momento in cui esseri umani soffrono all’interno di celle di penitenziari, pur rendendocene conto ancor di più, dato che chi scrive, questa esperienza l’ha vissuta, non possiamo non dire che il significato politico dell’inchiesta è ancor maggiore del suo significato giudiziario.

    L’ordinanza, se non convince del tutto sul piano della equità delle misure cautelari applicate, rappresenta, al contrario uno spaccato implacabile ed indelebile e pienamente esaustivo di ciò che è la politica in questa provincia.

    Beninteso, noi di Casertace non siamo stati sorpresi da un solo rigo, da una sola parola, da una sola sillaba letta nella lunga argomentazione del giudice Iaselli. A nostro modo, infatti, di spietate ordinanze politiche ne confezioniamo a iosa, in ogni giorno del nostro lavoro e della nostra azione di testimonianza professionale.

    Ecco perchè, da giovedì ad oggi, non avevamo scritto nulla. Non avevamo scritto nulla, perchè avevamo già scritto tutto o quantomeno molto. Ma dato che ci sollecitate, aggiungeremo qualche supplemento, qualche elemento comunque complementare all’etica di cui questo organismo di informazione trasuda ogni giorno, attraverso il battito di un cuore all’apparenza animale, ma molto più razionale e molto più mosso da una vena cerebrale di quanto possa sembrare alle molte menti superficiali di questa terra.

    Quello che emerge con chiarezza dall’ordinanza è che la magistratura, ancora una volta è messa in condizione, dalla totale assenza di una mentalità ispirata da autentici principi di legalità, di svolgere un’azione di supplenza alla funzione che la politica, attraverso il tessuto civile, su cui la democrazia dovrebbe poggiare, non esercita.

    La politica dovrebbe contenere in sé gli anticorpi per espellere le impurità, le infezioni, i suoi virus. Lo dovrebbe fare attraverso l’azione di sindacato sull’operato dei rappresentanti del popolo sovrano, attraverso la qualificazione delle espressioni del consenso, da parte dello stesso popolo sovrano, il quale, però, se continua ad essere un popolo bue, non riuscirà mai credibilmente, soprattutto da queste parti, ad assumere il ruolo naturale, fisiologico, di cellula connettiva del tessuto democratico.

    In questo vuoto, che è un vuoto politico e di democrazia si inserisce l’azione dei magistrati, i quali non sono macchine, ma è gente che va in bagno a fare la pipì e la cacca, sono fatti di carne, guardano la Tv, leggono i giornali e proprio partendo dalle omissioni di questi ultimi, basta vedere lo sperpetuo casertano, si rendono conto che non esiste questa azione di sindacato e di controllo democratico da parte del popolo sovrano e delle agenzie intermedie, come quelle della comunicazione, che del popolo sovrano e non delle oligarchie politiche ed economiche, dovrebbero essere servi.

    I magistrati ascoltano milioni di intercettazioni telefoniche e siccome, ripetiamo sono delle persone che ruttano e scorreggiano,  è difficilissimo che possano, anche sforzandosi, escludere la turbativa della passione, del punto di vista formatosi su questo o su quel politico, su questo o quel burocrate, grazie alla conoscenza dei loro pensieri più intimi, dall’esercizio dell’azione penale. Ma questo accade perchè tutto ciò che i magistrati ascoltano nelle intercettazioni telefoniche ed ambientali si dilunga nel tempo, attraverso stagioni e addirittura generazioni, fisiologizzando quella che è una patologia.

    La patologia della cattiva politica, del clientelismo più becero, degli interessi privati assurti ad unica ragion d’essere dello stare in politica.

    Ora dalla teoria, dalla poesia, passiamo alla pratica e alla prosa: noi possiamo anche affermare, analizzando l’ordinanza da un punto di vista giuridico strictu sensu,  il fatto che Angelo Polverino, non abbia commesso alcun reato e che, dunque, non meriti di stare in carcere.

    Possiamo anche aderire, come, d’altronde, facciamo all’attuale realtà giudiziaria che vede i vari Paolo Romano, Massimo Grimaldi, non coinvolti e non meritevoli di diventare oggetto di un’azione penale. Ma una cosa, da quella ordinanza, si capisce: che la nostra è una classe politica impresentabile, che consuma le proprie giornate a coltivare il proprio orto elettorale, il proprio orto clientelare, senza curarsi di una visione di insieme dei problemi, per la quale occorre, però lavorare su se stessi, sulla propria cultura, partendo dalla convinzione che siano la cultura e la conoscenza, le vere formatrici della coscienza, i veri motori della vita, del mondo e, conseguentemente, della propria funzione pubblica.

    Il discorso sarebbe lungo e complicato, dato che dovrebbe investire i contenuti culturali del mandato attraverso cui questi politici hanno la possibilità di ricoprire le loro importanti cariche pubbliche. E siccome il discorso è lungo, non è certo questo il contesto per declinarlo. Ma una conclusione questo articolo la deve pur esprimere con concretezza. Nel momento in cui, il direttore generale Menduni, in una frase intercettata, afferma di aver ascoltato da Polverino, che per lui la politica ” questa è ” e “così si fa“, significa che ci troviamo di fronte ad un un sistema, oseremmo dire, ad una dottrina, che sarà anche minimalista, che potremo anche definire cialtrona, ma che è, purtroppo, quella che muove tutti i meccanismi o la maggior parte degli ingranaggi del consenso in questa terra.

    No, Polverino! Quell’affermazione che tu fai è sostanza tossica, è assimilabile a quei rifiuti velenosi di cui tutti parlano, più o meno, più meno che più, a ragion veduta in queste settimane.

    Polverino non merita, forse, di stare in galera, ma merita senz’altro di stare a casa a fare il privato cittadino.

    Può essere giusto, anzi a nostro avviso, è giusto che Polverino esca dalla galera, perchè questo accadrebbe in un vero Stato di Diritto, in cui la carcerazione preventiva è considerata una barbarie, una negazione, di fatto dei diritti umani.

    Ma Polverino va combattuto sul piano politico, in una lotta irriducibile, non contro la sua simpatica fisiognomica, ma contro la filosofia patologica che trasuda da quella frase contenuta nell’ordinanza.

    Veniamo a Paolo Romano. Qui, delle due l’una: o il direttore generale dell’Asl, Paolo Menduni è un gran bugiardo, anzi un calunniatore e, pertanto, Romano dovrà procedere immediatamente ad una querela che ipotizzi questo reato, oppure Paolo Romano è politicamente indegno di ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio regionale, dato che un presidente del Consiglio regionale, che occupa il suo tempo esclusivamente a raccomandare, minacciare, far pressioni per assumere questo o quell’altro medico, per trasferire questo o quell’altro dirigente, a distribuire veti ed anatemi, parimenti minacciosi, verso questo o quel politico suo rivale, non può rappresentare certo quella che è la massima istituzione democratica di questa Regione.

    Quella sogliola lessa, che risponde al nome di Stefano Caldoro, il cui immobilismo rappresenta uno strumento, purtroppo vincente, di mera sopravvivenza, farebbe bene a porsi questo problema e a porlo anche al coordinatore regionale del Pdl, Francesco Nitto Palma. Perchè qui, ed ecco perchè abbiamo scritto che il problema politico prevale su quello giudiziario, non è in questione il fatto che Polverino abbia compiuto un reato o che non lo abbiano compiuto pure Romano o Grimaldi.

    Il problema non sono Polverino, Romano, o Grimaldi, ma il polverinismo, il romanismo e il grimaldismo che, con chiarezza disarmante emergono dall’ordinanza, la quale, su questo terreno, non è un’ordinanza, ma si configura, come una sentenza inappellabile.

    Gianluigi Guarino

    PUBBLICATO IL: 11 novembre 2013 ALLE ORE 11:57