Commenti recenti

    CERCA ARTICOLI PER MESE

    Categorie

    L’EDITORIALE- L’identità genetica di Cappello, Caputo e Marino, la massa critica della Capacchione, l’ipocrisia della Picierno e la vergogna di un Pd che ieri ha toccato il punto più basso delle sua storia


      Senza i garanti regionali che, schifati se ne erano andati già prima, con la Capacchione per la quale erano state raccolte già 140 firme, Arcangelo Correra, presidente nonostante a Maddaloni si sia schierato contro il Pd, all’improvviso ha aperto la fase delle candidature. Pensate che Cappello ha conquistato 82 voti, quasi la metà delle […]

    Nella foto un momento dell’assemblea del Pd

     

    Senza i garanti regionali che, schifati se ne erano andati già prima, con la Capacchione per la quale erano state raccolte già 140 firme, Arcangelo Correra, presidente nonostante a Maddaloni si sia schierato contro il Pd, all’improvviso ha aperto la fase delle candidature. Pensate che Cappello ha conquistato 82 voti, quasi la metà delle firme pro Capacchione, 1/4 degli aventi diritto.

     

    Si potrebbe sprecare, e sarebbe un’autentica dilapidazione di energie cerebrali, un fiume di inchiostro per raccontare della indegna gazzarra che ha segnato i lavori (si fa per dire) dell’assemblea provinciale del Pd casertano.

    Da anni seguiamo questo partito, le sue convulsioni, le sue contraddizioni, le sue vicissitudini, fatte anche di episodi inquietanti, come quelli relativi alla scomparsa, dalle sue casse, di circa 10 mila euro mai ritrovati.

    Abbiamo scritto di tesseramenti gonfiati, di truppe cammellate, di una classe dirigente mentalizzata esclusivamente sul potere fine a se stesso. Ma mai c’era capitato di impattare contro un evento senza precedenti, in cui tutti questi difetti del Pd della provincia di Caserta, sono diventati quintessenza. 

    Un suk mediorientale. Trattative brevi mano. Una roba indegna di un partito che si riempie la bocca e sproloquia di legalità, di trasparenza, di necessità, di un cambiamento, anche generazionale della classe dirigente.

    Chi scrive, per l’esperienza professionale che ha maturato da queste parti, non può rimanere stupito dai tratti identificativi ed anche identitari della cordata che, ieri sera, in un clima surreale, che avrebbe fatto sollazzare anche il miglior Federico Fellini e sui cui Ennio Flaiano avrebbe sicuramente confezionato alcuni dei suoi fulminanti aforismi, si è mobilitata per eleggere uno pseudo segretario con 82 voti sui circa 300 componenti dell’assemblea aventi diritto.

    In decine hanno strappato la delega in maniera plateale e hanno abbandonato la sala tra urla e strepiti. Cappello, Marino e Caputo stanno insieme perché, ognuno a loro modo, soprattutto nel male, ma anche nel bene, hanno una concezione della politica intesa come strumento di potere, e non come strumento di servizio. D’altronde tutta la loro storia è fondata sulla ricerca e sull’esperienza del potere e delle poltrone. Una storia antica, generazionale, quella dei Cappello, meno datata quella di Nicola Caputo, candidato nel 2005 con l’Udc alla Regione e poi transitato nel Pd nel 2010, e di Carlo Marino che per anni e anni ha gestito tutti i lavori pubblici e tutti i cantieri della città di Caserta nell’epoca delle amministrazioni di Luigi Falco.

    E’ una cordata genetica, biologica, esperenziale, quella dei tre. E’ gente che si capisce al volo, che parla la stessa lingua, e non lo stiamo dicendo solo polemicamente. E’ una classe dirigente tarata su un sistema politico in cui, al di là delle parole di circostanza, delle dichiarazioni di principio, quel che conta sono i voti, ma soprattutto il modo più semplice e spicciativo possibile per catturarli, che poi è l’unico che, per cultura, conoscono, non attraverso un messaggio politico e un dialogo costante con la società civile e con gli elettori, rendendo il contenuto, il programma non più un elemento puramente retorico, un inutile orpello, un complemento d’arredo, ma il fulcro dell’espressione del consenso. In poche parole una tensione verso la causa della diffusione della vera libertà.

    La politica dei Cappelo, dei Caputo, dei Marino è, al contrario, fondata su una relazione individuale anche con ognuno degli elettori o lobbistica, tesa ad agganciare, in quest’ultimo caso, delle cordate elettorali, collegate a gruppi di interessi, nati, cresciuti e pasciuti  nell’economia parassitaria e assistenzialistica di questo territorio.

    Sulla Picierno abbiamo scritto tanto, anche troppo. Politicamente era un bluff, e ieri sera lo ha dimostrato quando ha scelto di stare non dalla parte dei Cappello, di Caputo, di Marino in quanto tali, ma dalla parte della  politica di cui i Cappello, i Caputo e i Marino sono titolari. Ma d’altronde, tutto sommato il grande passo la Picierno lo aveva fatto già alle primarie quando si era abbeverata alla fonte del consenso di Nicola Caputo che anche con i voti di Villa di Briano le aveva permesso di ottenere la candidatura alla Camera. Forse sarebbe eccessivo parlare di patto con il diavolo, ma siccome questa rompe le scatole con la storia della legalità da anni, quei voti di Villa di Briano danno l’idea di quanto sia stato farisaica l’esperienza e la testimonianza di questa giovane sidicina, cara prima a De Mita e poi a Franceschini.

    Casertace non ha sostenuto l’ipotesi di un’elezione alla segreteria di Rosaria Capacchione per spirito corporativo, perché è una collega. Anzi, quest’ultimo sarebbe un elemento dissociativo nostro nei suoi confronti perché lei fa parte di un giornale in cui ha scritto tantissime cose importanti e interessanti, ma dentro un sistema, quello de Il Mattino, molto più affine alla mentalità che ieri sera ha trasformato l’assemblea del Pd in una caricatura mal riuscita di un vecchio congresso democristiano dove intanto c’era rispetto e mai disordine materiale, e soprattutto dove si raggiungevano delle sintesi a volte più alte, a volte più banali, ma che comunque non erano fondate su sotterfugi ed esercizio di slealtà.

    Il tutto con un surreale maestro di sala, il presidente Arcangelo Correra, uno che a Maddaloni ha  votato e ha fatto votare contro il Pd. A Correra  un partito serio non avrebbe mai più consentito di essere ancora oggi presidente dell’assemblea provinciale.

    Il Pd aveva un’occasione, ieri sera, forse irripetibile: compiere un atto di coraggio accettando l’idea  legata alla concezione  che rappresentavano e rappresentano la massa critica, la soglia, il discrimine in cui un mutamento della quantità di apporti spontanei, giovanili, rinnovati al partito, conduce a un miglioramento qualitativo dello stesso e forse la Capacchione poteva attivare, rappresentandola anche per un breve periodo, questa cifra di massa critica che in parole povere poteva essere un autentico rinnovamento.

    Tutto ciò non è capitato. Il Partito Democratico di Caserta continua, dunque, ad essere una schifezza. I garanti regionali Persico e finanche Dinacci, cresciuto con la Picierno, sono andati via ben prima che si svolgesse il voto farsa, delegittimandolo di fatto.

    Ora il disastro è completo. Cappello e i suoi amici di cordata riempiono la loro giornata con pensieri dedicati alle tessere, alle correnti, alle future candidature e a tutte le alchimie che vanno attuate.

    Una domanda: ma che c’entra tutto questo con il messaggio politico e con i contenuti delle parole di Matteo Renzi? Matteo Renzi, di fronte alla storia, all’esperienza professionale e civile di alto valore morale della Capacchione, avrebbe scelto di appoggiare una cordata fatta da Cappello e da Caputo? No. Ecco perché i renziani, in provincia di Caserta, come andiamo riprendendo da tempo, non esistono almeno come interpreti di una politica nuova, esiste un gruppo, invece, di sedicenti renziani che evidentemente il sindaco di Firenze non conosce bene e che avallano porcherie come quelle di ieri sera, quando un gruppo di persone aveva già raccolto 140 firme per la Capacchione, ma voleva aumentarle facendo in modo che si arrivasse quasi ad un assenso unanime.

    Mentre facevano questo, Arcangelo Correrra, colui che a Maddaloni, 20 giorni fa, non 5 anni fa, ha votato contro il Pd, ha dichiarato, con un vero e proprio colpo di mano, aperta la fase delle candidature. Cappello è sgattaiolato, portandosi sotto braccio la voltagabbana Lucia Esposito che fino a ieri aveva lanciato strali e fulmini di ogni genere nei confronti proprio dei Caputo, delle Picierno e dei Cappello, fuori dalla stanza nella quale si cercava di trovare un accordo.

    Cappello è arrivato al tavolo e alzando il ditino ha formalizzato (si fa per dire) la sua candidatura. Lo hanno votato in 82 che sono quasi la metà dei 140 che avevano già firmato per la Capacchione e che sono 1/4 degli aventi diritto dell’assemblea . Se questo è un segretario…

    Gianluigi Guarino

    PUBBLICATO IL: 18 giugno 2013 ALLE ORE 12:01