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    L'EDITORIALE/ Che pena il Pd: a Villa di Briano meno voti del numero di quelli che votarono il 29 dicembre alle Primarie. E la Picierno con quei numeri ha rifatto la deputata


    La seria e responsabile critica e autocritica che, Nicola Caputo, ha postato in facebook, ci stimola ad un’ampia riflessione sui motivi dell’ennesima disfatta di un partito che in provincia di Caserta ha riportato una delle peggiori percentuali d’Italia Il punto più interessante della nota che Nicola Caputo ha postato su facebook è rappresentato da un […]

    Nella foto, Nicola Caputo e Pina Picierno

    La seria e responsabile critica e autocritica che, Nicola Caputo, ha postato in facebook, ci stimola ad un’ampia riflessione sui motivi dell’ennesima disfatta di un partito che in provincia di Caserta ha riportato una delle peggiori percentuali d’Italia

    Il punto più interessante della nota che Nicola Caputo ha postato su facebook è rappresentato da un monosillabo, da una particella pronominale: “Dobbiamo approcciar (ci) alla politica con un modo nuovo“. Bene, Nicola Caputo, dunque, non si chiama fuori ma si chiama dentro. Scrive approcciarci e non approcciarsi. Insomma, rinuncia all’uso  dell’impersonale neutro, largamente utilizzato quando si devono analizzare sconfitte che, in Italia, sono tradizionalmente orfane sia di madre che di padre.

    E’ sperabile che le prove non facili, che il consigliere regionale ha dovuto affrontare nell’ultimo mese abbiano maturato in lui delle sincere consapevolezze, che promuovano un autentico cambiamento. Nicola Caputo non è uno qualsiasi, ma è colui che ha dimostrato di avere più voti e più consensi nel Pd casertano negli ultimi anni. Dunque, la sua parola pesa.

    Se scrive così, c’è da sperare, allora, in un’estensione politica del suo pensiero, c’è da sperare che una fase nuova possa cominciare. Ma questo accade se l’autocritica di Nicola Caputo diventa ancora più stringente, implacabile. Occorre, autocriticarsi senza risparmio come si fa sul lettino dello psicanalista se si vuol dare un senso all’analisi e ai soldi che si spendono perchè una persona entri nel tuo cervello e lo resetti.

    Nicola Caputo diventa dunque, emblema della sconfitta del Pd, ma anche possibile fattore di una sua risalita. Perchè dall’autocritica non pelosa e non mielosa, dall’autentica coscienza di sé, da uno stadio riconosciuto di consapevolezza, parte il riscatto di un uomo, e può partire il riscatto di un partito senza cuore, senza coraggio, senza un vero progetto.

    A Caputo possiamo suggerire qualche elemento di riflessione, qualche punto da cui partire per rendere la critica e l’autocritica utile e ricostruttiva. Spunti generali, legati a riflessioni di carattere nazionale e spunti collegati a dinamiche locali.

    Cominciamo dalle prime.

    Da queste colonne, forse unica voce in Italia, abbiamo raccontato senza fronzoli e senza sussieghi, nei mesi in cui la vittoria del Pd sembrava certa ed ineluttabile, che le elezioni Primarie, quell’apparente festa della democrazia, così presentata dalla retorica della propaganda interna e dalla beota vulgata mass mediologa italiana e locale, così come erano state concepite e gestite, inoculavano il virus della sconfitta. Quelle elezioni puzzavano come il pesce guasto, cioè dalla testa.

    Ma questo olezzo nauseabondo si propagava fino alla coda e così, a livello nazionale la nomenclatura degli ex comunisti e dei cattolici della liberazione, faceva finta di defilarsi, ma in realtà si mimetizzava, condensandosi dentro alla figura di Bersani. I D’Alema, le Bindi, e tanti altri vecchi arnesi non c’erano, ma c’erano. C’erano nella rivendicazione di un’egemonia che evocava i fasti di una tradizione ben conosciuta. E questa egemonia giustificava l’alchimia con cui si voleva far quadrare quello che non poteva esser fatto quadrare: una patente riformista, moderna, altamente legittimatrice, autenticamente collegata a una costruzione orizzontale dei programmi e delle classi dirigenti, con la necessità di riaffermare l’egemonia di una stirpe di predestinati che non poteva esser certo messa in discussione dall’alea, dall’esito non prevedibile, di una competizione realmente libera e aperta a tutti quelli che volevano parteciparvi.

    Quelle che furono definite regole, statuti, necessità di tutelare l’identità storica e politica del centrosinistra italiano da possibili contaminazioni di schegge disperse del centro destra, in realtà rappresentavano pragmaticissime, conservative e iperconservatrici modalità, attraverso cui una classe dirigente non  legittimata da un autentico consenso popolare, manteneva le sue posizioni, il controllo del partito, confidando sul fatto che stavolta il cavaliere nero era troppo malandato, macilento, vecchio e rincoglionito per poter fermare quest’ennesimo tentativo della gioiosa macchina da guerra, di conquistare, dalla portone  principale, il palazzo di inverno.

    E’ andata come è andata. E questa storia della gioiosa macchina da guera e della certissima vittoria, dopo quello che è successo dal 94 ad oggi, sta trasformando i residuati della sinistra italiana, da Occhetto in poi, in vere e proprie macchiette della storia. Quelle regole apparenti hanno fottuto Renzi, hanno conservato nel Pd l’egemonia di una sinistra che, piaciona che sia, con baffi senza baffi, col tortellino, senza tortellino, gli italiani non vogliono portare al governo, come dimostra il fatto che le uniche due elezioni politiche, il centro sinistra, le ha vinte candidando a premier un democristiano.

    Ma quelle regole hanno anche posto le condizioni per la mancata vittoria del Pd, dato che tutti quelli che alle Primarie avevano votato per Renzi, ma soprattutto, quelli che alle Primarie, pur chiedendolo non avevano potuto votare, sono usciti da quella fase non con due, ma con una convinzione irriducibile, granitica, e cioè che non avrebbero votato per il Pd alle elezioni politiche. Questa è la testa.

    Mo’ veniamo alla coda del pesce. E’ importante l’autocritica che Caputo fa, perchè questa serve a sperare che il Pd di Caserta, domani mattina, al di fuori delle spassose note di Gargamella Feole, al di là dei bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, al di là dei lugubri auspici dell’ex sindaco di Roccamonfina, il quale sostiene che la posizione di prime dei non eletti garantiscono alla Esposito e alla Sgambato ampie possibilità di ingresso in Parlamento (gli eletti sono autorizzati a toccarsi dove gli pare), il Pd di Caserta, dicevo, possa essere serio come serio è stato Caputo, nell’uso di quella particella pronominale, guardandosi dentro e dicendo, come Casertace ha scritto 100 volte tra novembre e dicembre, “alle Primarie abbiamo fatto schifo, siamo degli imbroglioni, abbiamo dimostrato di essere la chiavica della politica“. Lo devono fare quelli del Pd di Caserta, altrimenti per loro non c’è speranza. Deve avere il coraggio Caputo di dire che oggi ha compreso l’errore legato ad un’umanissima brama di potere e di successo che certo non può essere addebitata solo alla genetica di Caputo. Deve dire di aver sbagliato a mobilitare, alle elezioni Primarie, un certo tipo di consenso.

    Il Pd di Caserta riparta dalla vergogna che deve provare nel constatare che a Villa di Briano il partito alle elezioni politiche di domenica scorsa ha raccolto meno voti di quante furono le persone che andarono a votare dentro alla sezione del partito alle Primarie.

    Lo dico a Caputo che, oggi, con la sua autocritica mi dà speranza. Non lo dico alla Picierno, tanto è inutile. Non lo dico ad una che rompe gli zebedei da anni con la sua retorica legalista da grandi magazzini. Una che predica bene e razzola male. Una che diventa deputata anche grazie, anzi soprattutto, grazie ai 345 voti raccolti a Gomorra, raccolti il 29 dicembre scorso, nel secondo turno delle primarie, a Villa Di Briano, in un luogo in cui è successo quello che succede spesso in posti criminali e cioè, che un’affluenza per un voto che ha un peso specifico immediato, consistente, nella difesa di taluni interessi, che, si ritiene, alcune persone possano rappresentare, superi l’affluenza al voto nel giorno in cui questo dovrebbe evidenziare la sua massima espressione democratica e la sua massima espressione di una costituzione autenticamente e, soprattutto, liberamente riconosciuta e accettata nei suoi principi fondanti e fondativiqu.

    Potrei continuare, ma per il momento ci fermiamo qui. La speranza è che la pensosa riflessione di Caputo riscatti le folkloriche interpretazioni che anche in queste ore fanno del Pd di Caserta, che non a caso, con il suo 19,49% ha espresso una delle peggiori percentuali italiane, una comica di Ridolini che degrada nella palude del nulla etico, politico, e perchè no, morale.

    Gianluigi Guarino

    PUBBLICATO IL: 27 febbraio 2013 ALLE ORE 18:50