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    Quando Sodoma cambiò, anche la camorra cambiò / Il romanzo di Stefania Modestino


    Nel terzo capitolo, la descrizione vivida, autentica, penetrante fino all’essenza e agli odori di una Napoli che cambiando se stessa trasformava anche i suoi criminali. Il tutto visto con gli occhi di un avvocato, testimone, più che protagonista del tempo. Babilonia diventerà un cumulo di rovine, un rifugio di sciacalli, un oggetto di stupore e di scherno, […]

    Nel terzo capitolo, la descrizione vivida, autentica, penetrante fino all’essenza e agli odori di una Napoli che cambiando se stessa trasformava anche i suoi criminali. Il tutto visto con gli occhi di un avvocato, testimone, più che protagonista del tempo.

    Babilonia diventerà un cumulo di rovine,
    un rifugio di sciacalli,
    un oggetto di stupore e di scherno,
    senza abitanti
    .

    Geremia 51,37

     

    Diverse lingue, orribili favelle,
    parole di dolore, accenti d’ira,
    voci alte e fioche, e suon di man con elle

     

    facevano un tumulto, il qual s’aggira
    sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
    come la rena quando turbo spira.

     

    E io ch’avea d’error la testa cinta,
    dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
    e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».

    Dante ,Inf,III,25-33

    E venne la notte.

    C’è un momento del giorno in cui  l’azzurro del cielo pare illuminarsi per poi spegnersi all’improvviso, sembra che, per un attimo, la sera annunzi un altro giorno e invece, si spegne quell’illusione, scendono scure le tenebre e cala la notte. Questo è il fenomeno che si è vissuto a Zaboim. Un’illusione perversa aveva avvolto i cittadini, una sensazione di nuovo, un inganno malvagio che, invece, li portò verso le tenebre. E Zaboim si fece simile a Babilonia, anzi peggio perché qua gli sciacalli non solo avevano prodotto rovine, ma avevano fatto in modo di avvelenare la terra sino alle sue viscere profonde. Il risultato del sodalizio tra Sodoma e Gomorra, il governo del Lupo anche sui branchi di Gomorra. I veleni .

    L’Avvocato, come tutte le mattine, si spostava velocemente tra le sezioni di Castel Capuano. Scale, corridoi, cancelleria e udienze. Alle 11 la sosta al bar per un caffè e, dopo altre udienze, in copisteria. Proprio quella di fronte all’arco. Qui, dietro alle macchine da scrivere disposte in fila, gli avvocati facevano  battere a macchina  le comparse e gli atti. Una dimensione sparita, un luogo di incontro tra avvocati. Rumore dei tasti, odore di carta copiativa, le sigarette consumate sui bordi dei tavolini di ferro, borse di cuoio poggiate negligentemente sulle sedie, il profumo dei caffè nel vassoio sul tavolo all’entrata. Cose perdute e, tra esse, le figure degli avvocati napoletani. Alcune personalità monumentali. Nomi storici. I loro incontri conservavano un’antica ritualità partenopea, il parlottare veloce ma intenso, le voci con accenti e parole smarrite anch’esse tra le memorie. Erano gli avvocati. Poi c’erano  i paglietta. Su questi pesava il discrimine delle dattilografe e della signora della copisteria. Loro sapevano. Anche i parcheggiatori, i baristi oltre agli impiegati della cancelleria e dell’ufficio notifiche , avevano il senso di quella distinzione.

    Il Tribunale era ancora il Foro della città antica, era il centro, il cuore pulsante della città.

    Lì sfociavano i decumani con il dedalo di attività, di cui ogni vicolo ospitava una tradizione, fino ai mercati antistanti le antiche Porte, dove il grido dei carretti declamava ora la carne cotta ora le scelle di baccalà. Tra le pietre greche e romane si innalzavano stratificazioni di altre pietre saracene, bizantine, normanne, francesi e spagnole , tutte nelle forme dell’arte, tutte nella confusione tra sacro e profano, tutte tra   storia e  leggenda, tra nobiltà e povertà. E in quel dipanarsi di vicoli che scendeva attraversando la città, ecco il miracolo del sole che riusciva ad entrare dovunque e sembrava che dagli usci uscissero voci sollecitate da quella luce. Voci che si chiamavano e formavano canti. Le piazze diventavano gli anfiteatri di quella vita vivace. Il profumo della torrefazione conferiva all’aria un tono rassicurante inondando con il sapore dei chicchi tostati  il dedalo dei molti vicoli.

    Le librerie, le gioiellerie, la Farmacia, si alternavano con i portali delle chiese numerose come le case. Dall’altro lato, gli artigiani. L’impagliasegge, il sartore, la modista, l’ospedale delle bambole, il rammaro, lo stagnino. Più su si concentrava il mercato alimentare. Il pollivendolo che spennava le galline sull’uscio aveva sempre piume nei capelli e sul viso. I Cornuti che avevano un negozio con un’entrata incorniciata da ornie con le olive, le sarde,da  grandi  buatte con il concentrato di pomodoro, le pepaccelle, i capperi sepolti dal sale. E c’erano pure, da un lato, due secchi, uno con il sapone verde e l’altro con quello giallo. Sulla porta due corna maestose di toro, che gli avevano fatto guadagnare il nome di Cornuti, circondate da trionfi di agli e cipolle strette in trecce bellissime. E poi i piennoli di pomodori, i fasci di origano e rosmarino. Le grandi  ceste intrecciate piene di verdure e di frutta. Vicino al muro la stadera. Sul banchetto all’entrata la bilancia con i pesi. Di fronte , nel portone, a piano terra, l’olivendolo. La porta aperta e la sedia con una nonna seduta con uno scialletto sulle spalle e un grembiule celeste. La figlia nel basso accanto a cucinare e a spicciare servizi nell’attesa di clienti. Quando ne arrivava uno , la nonna chiamava -Mariuuù…ce sta a’ signora . E Mariuccia arrivava con un bambino in braccio, lo posava sul bancone, riempiva la bottiglia con l’olio. “Di sansa o d’oliva..ne tengo uno buono assaje…”. Poi lo incartava in un foglio di giornale facendo  rotolare la bottiglia con maestria sul bancone. E c’era la signora delle candele. Si era specializzata in candele votive. Con san Gennaro, santa Rita, san Gaetano, san Biagio…a seconda della necessità, della preghiera da fare. Aveva , sul buffet dietro al tavolo, una fila di lumini per il cimitero. Eppure erano allegri. Rossi e lucidi. Dal suo basso usciva il profumo della cera e del cibo che stava sul fuoco. Era  odore di buono.

    Quando al mattino scendeva per andare in tribunale, l’Avvocato attraversava questo fiume di umanità. La città sembrava che si preparasse collettivamente alla giornata e quei vicoli fremevano di preparazione. Le attività si spostavano dal basso alla bottega, davanti la bottega e dietro il basso o accanto. Tutto era in mobilitazione, ma senza fretta, in un ordine sciatto. Anche i sacrestani spazzavano le scale delle chiese, preparavano gli addobbi per le funzioni. Le tante chiesette erano proprio come le case, le case dei santi integrati in quella storia e tra quel popolo. Gli odori, le voci, i rumori si mescolavano nei vicoli che sembravano corridoi di una grande casa. La promiscuità sociale era la grande qualità della città.

    L’Avvocato era nato lì, nel suo palazzo abitava il piano nobile con un bellissimo loggiato su cui svettavano tre alberi dietro i fiori della siepe da cui spuntava la ringhiera. Il palazzo riassumeva in sé lo spirito dei decumani. Al piano ammezzato un porticato immetteva nelle case. Qui l’infermiera, il vigile urbano, l’impiegato del comune. Al primo piano la grande casa padronale. Più su un altro piano. Una coppia di anziani con il figlio poliziotto. Una maestra. La sartina. Nel grande cortile, di fianco alla monumentale scala di piperno e lavagna, con i vasi di pietra pieni di rigogliosissime piante grasse, tra cui si distinguevano due agavi scaramantiche, c’erano, da un lato la tipografia di un giovane artigiano e, dall’altra, nascoste da un piccolo arco due abitazioni. Una, quella del portiere, che si allungava internamente e misteriosamente arrivava accanto al portone dove si formava una sorta di guardiola adiacente alla cucina. Nell’altra abitava una ex sciantosa. Un personaggio dal fascino indiscutibile per i ragazzi del palazzo. Portava sempre una vestaglia di velluto su cui metteva un boa colorato. I capelli bianchi , raccolti con dei pettinini di tartaruga, le incorniciavano il viso bello, nonostante l’età. La sua casa era un museo di ricordi. Una ricca tenda rossa e oro schermava l’entrata dove c’era un canapè con due cuscini di seta rossa. Un paravento nell’angolo nascondeva a malapena vestiti appesi ad un filo vicino alla parete e il letto anch’esso coperto di seta rossa. Ma la cosa più misteriosa era il grammofono poggiato su una table habillé sormontata da un grande lume con le frange e i cristalli. Alle pareti foto del tempo che fu…

    La sciantosa non cucinava. Nel palazzo c’era sempre qualcuno che le portava il pranzo. La chiamavano  la Signora  ed anche per i ragazzi del palazzo era così. La rispettavano e a lei piaceva raccontare. Li accoglieva e aveva sempre una bella cosa da offrire. Apriva una vetrinetta dell’ingresso e prendeva una ciotola di porcellana dove teneva caramelle e confetti.

    Il giovane tipografo lavorava in un’officina dove a stento entrava la macchina stampatrice e componeva le pagine su un bancone, stretto e lungo, sul quale c’era una serie di mensole e cassettini con le lettere. Due grandi barattoli di inchiostro sul bancone e una rastrelliera di utensili. L’odore acuto del piombo e dell’inchiostro accompagnava le macchie nere sul pavimento e sul grembiule del giovane. Spesso l’Avvocato si fermava in quella tipografia. Quel giovane imparò molte cose e gliene fu grato tutta la vita. Quando l’Avvocato morì , aveva oramai una grande e nota tipografia e stamperia a santa Lucia e volle fargli le pagelline  -No, non mi dovete niente. È un dolore ma anche un onore per me. L’Avvocato mi ha insegnato tanto, m’ha fatte addiventà omme.

    Al pomeriggio l’Avvocato faceva studio. Nella grande casa, lo studio occupava le stanze di lato al loggiato. Nell’ ingresso principale due consolle antiche con il marmo verde. Poi c’era la sala, un tappeto centrale, un tavolo e una calatoia inglesi, un tavolino di marmo con quattro cariatidi di bronzo e le bergere ricoperte di gobelin. Poi lo studio. Un’ampia stanza dalle pareti rosse. Tutto intorno etagère con i libri antichi , un  tappeto persiano rosso e di fronte al balcone, che dava sul bel loggiato, una parete con le librerie dietro la scrivania. Ovunque i segni di una professione avita conferivano a quella stanza già bella, una nobiltà austera ma semplice, una dimensione di studio, un’atmosfera di cultura. Ed era così. Davvero.

    La sera capitava spesso che, gli studenti del palazzo andavano a chiedere un aiuto in greco o in latino. Il figlio del portiere frequentava il classico  e aspettava la sera per risolvere qualche versione di greco. Anche il vigile e l’impiegato comunale, assunti con la quinta elementare, avevano poi dovuto prendere la licenza media. L’Avvocato li aveva aiutati. E così in quello studio dove  si alternavano transazioni importanti, contratti, o si scrivevano comparse per cause impegnative, diventava il luogo della solidarietà e l’Avvocato si trovava a spiegare un  aoristo o a convincere il vigile urbano delle regole della grammatica italiana. Più tardi, la sua libreria avrebbe sostenuto lo studio del figlio del portiere che continuò le sue lezioni serali fino alla laurea.

    Questa dinamica si ripeteva nei palazzi della città. Nei vicoli. La promiscuità generava un’osmosi tra le varie componenti sociali. Il medico, l’avvocato, il professore…erano punti di riferimento. Le loro case erano aperte e, seppur nella differenza formale, nella sostanza ripetevano quella commistione tra casa e bottega che si trovava nel basso. Non c’era distanza, ma c’era rispetto. E anche affetto. Una solidarietà rafforzata dalla conoscenza, a volte secolare, delle famiglie e che rendeva possibile anche la crescita e il miglioramento sociale. Anche nelle scuole non c’era la discriminazione di oggi. La moderazione nelle spese rendeva uguali ragazzi di ceti diversi. Ed era naturale aiutare il compagno nello studio. E non solo.

    Ma negli anni 70 qualcosa era cambiato improvvisamente. Iniziarono piani di deportazione verso nuovi quartieri figli della legge 167 che iniziava a trovare attuazione. Il ventre della città fu svuotato. L’Avvocato fu tra quelle voci che cercarono di frenare il fenomeno. Ma troppi interessi spingevano le cose contro la volontà di risparmiare la gente da quello snaturamento.

    La città iniziò a cambiare il suo volto. Fu messa la prima pietra della metropolitana. Era il 1976 e si preparavano anni veramente brutti e complessi.

    La malavita cittadina  che era stata sempre scollegata da qualsiasi sistema ed aveva avuto due canali principali nel contrabbando di sigarette e nel controllo dei mercati ortofrutticoli, cambiava diventando molto pericolosa. Si affermava il commercio della droga che conferì immediatamente potere economico e collegamento con la mafia.

    Dal carcere emerse una figura che cambiò la micro-delinquenza in crimine organizzato. Lo chiamarono professore perché leggeva e in carcere aveva studiato. Era spietato ed elaborò la riforma della camorra che organizzò in modo verticistico ribattezzandola NCO.

    Scorse il sangue di centinaia di omicidi, una vera e propria guerra tra criminali fu il terribile battesimo di morte per la città. I confini iniziarono a sfumarsi tra le lugubri nebbie nascenti. Tremò ribellandosi la terra. Novanta secondi di terrore furono il presagio del futuro. Era nata Sodoma, vomitata dalle viscere insaguinate. I suoi padroni non avrebbero potuto essere che i demoni.

    Il regno del Male era insediato. Tutto avrebbe preparato l’avvento del Lupo, il regno del tiranno Shemeber.

    La sciagura fu per gli sciacalli la festa. Nacque o’ sistema. Il terremoto aveva risparmiato la città, il boato aveva attraversato le caverne di tufo e, incredibilmente, la città, seppur con qualche ferita, era in piedi. Servivano solo risorse per sanare le piaghe del tempo e della trascuratezza che il sisma aveva aggravato. Ma in tutta Zaboim le cose erano diverse. Alcuni paesi erano stati cancellati. Gravissimi i lutti. Ingenti i danni. Intere popolazioni senza tetto. Intere popolazioni all’agghiaccio. Gente contadina e montana con il vuoto negli occhi, la morte nel cuore. Che sciagura per tutti! Che affare per i demoni di Sodoma!

    Arrivarono i  soldi e fu tarato il piano della ricostruzione.

    Ma la destabilizzazione che si viveva a Zamboim, drammaticamente corrispondeva ad un’altra guerra criminale che si combatteva contro lo Stato. Si erano formate brigate sotto false bandiere ideologiche che nascondevano solo disegni tanto perversi quanto occulti. E c’erano potenze straniere che finanziavano quelle brigate. Ma tutto ancora viene taciuto. Le Università furono il luogo delle battute di caccia per rastrellare la manodopera criminale. La droga era sicuramente la strada maestra. Il disagio degli studenti fu il viatico dell’operazione. Kalashnikov nascosti nei covi. Nelle case di studenti fuori sede, tra cui molti caduti nel maglio della dipendenza dall’eroina, si nascondevano le armi provenienti dal nord-est europeo. L’inganno fu attuato dai delinquenti con una lucidità che, a volte, contraddistingue il cinismo del male che non conosce le incertezze né il tentennamento del bene.

    Il 16 marzo 1978…  fu la guerra allo Stato  e nello Stato. Toto modo. La minaccia brigatista arrivò, poi ,anche a Zaboim. Il professore fu investito del ruolo di mediatore per lo Stato. Trattò. I criminali trovarono l’intesa. Il prigioniero fu liberato e il riscatto coprì sia l’esigenza delle brigate sia l’incomodo della NCO.

    Ma a quel punto si resero conto che non avrebbero potuto gestire la ricostruzione. Il professore si poneva come interlocutore. Non andava bene. Serviva un braccio. Caddero le coperture politiche e criminali. Altro sangue   e la guerra tra NCO e NF( Nuova Famiglia). Avevano il braccio. Fu il pasto delle belve.

    Una dimensione in cui si perdono anche le appartenenze partitiche, solo fazioni legate ai personaggi, solo capi di territori. Padroni. Demoni. Nelle nebbie della nascente Sodoma.

    Ma a livello nazionale si preparava il peggio. Negli anni della ricostruzione il Lupo era lì. Stranamente alcuni processi furono guidati da lontano. La ricostruzione non si fece. Si instaurò invece la rete, la ragnatela del potere. Una miriade di ragni lavorarono e specularono per l’avvento del Lupo.

    Caselle di un puzzle, difficile da intravedere il disegno. Eppure tutto secondo i piani. Anche l’avvento della Piemontese. Colletti bianchi e mani sporche. Grandi manager e nuovi camorristi. Tutto nei piani.

    Decapitata la NCO, la politica iniziò ad utilizzare le nuove leve criminali tra gli eredi della NCO e quelli emergenti della NF, collegati anche a Cosa nostra, saziando appetiti su appalti e controllo del territorio. La delinquenza rendeva la vita impossibile. La città diventò lo scippo, la rapina, gli scontri a fuoco. Lupi e sciacalli. E tra gli sciacalli scoppiò la guerra per le prede. Si sbranarono tra di loro e fecero delle strade le loro trincee. Furono anni lunghi e tristemente violenti.

    L’Avvocato ebbe improvvisamente un infarto. Nell’ospedale ai limiti della città mentre lui combatteva per  la vita, la morte era in quel presidio all’ordine del giorno. Fu proprio quando ebbe l’arresto cardiaco che fu portato un ragazzo di appena 17 anni con il torace squartato. Nella sala di rianimazione sistemarono quel ragazzo accanto all’Avvocato. Lui era preso dai pensieri. Non voleva morire. Non riusciva a non pensare alla professione, alla famiglia, ai figli, alle cose sospese…quando portarono quel ragazzo. Il volto ancora infantile, imberbe, scavato da una magrezza accentuata dal pallore e dai tratti delicati. Iniziò a controllare il monitor del ragazzo. Lo sorvegliava. Scambiava con gli infermieri impressioni e preoccupazioni.

    -Avvocà, chiste è già nu criminale…a mamma là fore fa’ a pazza…va a firnì ca si more ce sparano pure a nuie…o’ frate ‘a rate nu pugno ‘nta vetrata e amma avute merecà pur’a’ is. Ll’ate so’ arrivate già muorte..e stamme a sirice…da lunedì a oggi, e stamme sule a mercoledì, so’ sirice muorte accise..

    -Ma che è successo?

    -Avvocà se stanne accirenne ..se stanne a scannà…chiste è de Scampia…sta cu chille e’ Marano…e che merda avvocà ‘E boss ‘nte ville e sti strunze miezza a’ via. E morene comm e’ strunze.

    Diciassette anni…saperlo è diverso da avere un ragazzo così piccolo accanto in una sala di rianimazione. Così giovane. Gli ricordava nell’espressione un quadro che aveva nel suo studio. Uno scugnizzo, un volto da bambino con uno sguardo adulto pieno di miseria e di sconfitte. La maschera di una città che sull’infanzia aveva sempre perso da secoli. Ma morire per una guerra criminale è davvero troppo. Il ragazzo si riprese. Raccontò di essere di Scampia e di non avere il padre.

    -Ma , vuie site abbocato? Agge sentite come ve chiammane…mammà faceva a puttana, mo’ è vecchia tene trentacinque anni nuie simme quatte e io so’ o capefamiglia e m’aggia rà ra fa. A scola dicite…o lavoro…o masto?

    Ebbero il tempo di parlare in quei dieci giorni e l’Avvocato pensava al suo ultimo figlio coetaneo di quel ragazzo. Ma anche agli alunni che aveva avuto nei professionali quando insegnava diritto. O ai tanti ragazzi che aveva aiutato a prendere la licenza media. Alle versioni di greco risolte dopo lo studio. Quelli avevano una speranza, una dignità, la voglia di fare qualcosa ed anche di riscattarsi. Ora, in quel viso emaciato era difficile ritrovare anche lo sguardo severo dello scugnizzo di Carignano. Negli occhi neri e belli il peso della morte sempre in agguato, l’assenza di ogni speranza, occhi vuoti di bello e di carezze di mamma.

    L’Avvocato si ristabilì , segnalò e cercò di seguire il caso al Carcere  dei minori dove era stato destinato il giovane. Una giustizia frettolosa, dopo un anno, lo aveva messo in libertà. Il collega penalista che aveva interessato, lo avvisò che il ragazzo, a diciotto anni e tre mesi, era morto…sparato.

    Sentì dentro tutte le voci della città che ora sembravano risuonare come un rimprovero. Bisognava fare qualcosa. Ma i referenti quali sarebbero stati?

    Quando insegnava, aveva condiviso con alcuni colleghi un’idea sociale di scuola e per  molti ragazzi riuscirono a essere un punto di riferimento. Dai quartieri saliva  all’istituto professionale una platea di alunni veramente bisognosi di tutto. Tra i tanti ricordava il caso di un ragazzo che era stato catalogato, come purtroppo usano fare certi professori e ancora  di più certe professoresse.

    -È  scemo, non capisce proprio … questo non sa nemmeno la storia.

    -Perché tu sai la storia? Qualcuno di noi potrebbe ritenere che la collega sappia la storia?

    -Ma che ragionamenti? Senti tu mi vuoi fare arrabbiare.

    L’Avvocato ci provava gusto a mettere in difficoltà la saccente sicumera di taluni professori e riteneva fastidiosamente inadeguato quell’atteggiamento verso i ragazzi. Quelle professoresse, con le code di visone sul collo del paltò, così lontane dai professori che  aveva avuto lui nel collegio di Narni , eppure così pateticamente saccenti. Trovava insopportabile che si esprimessero giudizi senza considerare nulla degli alunni. E sapeva muover vendetta ,lui era severo ma esigeva che i ragazzi fossero rispettati.

    Fu un attimo e nel Consiglio di classe furono sconvolti i giudizi. D’intesa con il preside furono addolcite le valutazioni.

    -Beh, visto che l’Italiano piange anzi si dispera…Preside che ne dici di un incoraggiamento a questo ragazzo?

    -Fai sempre così…poi quelli si sentono autorizzati e buttano le mani com’è successo ieri vicino alla lavagna.E poi scusami ma che te ne importa, mica si devono diplomare per forza.

    -Non ne parliamo, altrimenti dopo la storia ti rimandiamo anche in Italiano…poi mi spiegherai dove gettano le mani. Bene preside allora i due passano a quattro e poi ne riparleremo al secondo trimestre.

    Quel ragazzo non ci vedeva bene. L’Avvocato convocò la madre. Fu portato da un oculista amico ed ebbe gli occhiali. Ora poteva studiare. L’Avvocato lo ritrovò dopo tanti anni. Era chinato a scrivere dopo un’udienza. Il giudice si alzò.

    -Professore!

    Lui lo aveva guardato.

    -Non si ricorda…ero la pietra dello scandalo per la professoressa Camera? E dopo i suoi occhiali…beh eccomi qua.

    Felice. Un’onda di affetto , cercò di rivedere in quel viso il ragazzo di anni prima. E c’era ancora…dietro gli occhiali quello sguardo fiero e pieno di rispetto. Chissà cosa avrebbe pensato la Camera adesso…in fondo non era cattiva, solo aveva scelto una professione non adatta a lei.

    Ora questi ragazzi sono invece lontani da tutto. I riferimenti, pensava, ci vogliono riferimenti.

    Quando guarì fece un sopralluogo a Scampia. Aveva visto da lontano quello scempio. Ma ora vedeva in quella dismorfica e disorganica architettura la cifra della deportazione. Lì si aggiravano nell’ombra delle stecche di cemento frotte di bambini come cani randagi. Sotto le torri a vela l’angoscia, uno strano timore , come un presagio. Non vi era anima, la distesa di strade dall’ampiezza sproporzionata accompagnava la bruttezza assoluta di quel luogo. Ma come avrebbe potuto spostarsi lì lo spirito della città? Non vi era nulla che ricordasse il legame con la storia da cui un popolo era stato deportato. Nemmeno il sole. Se nei vicoli riusciva a inondare le entrate dei bassi scambiandosi il saluto con il chiasso e con le voci di canto, lì batteva sulle strade e sulle facciate e non vi erano canti né voci, solo l’ombra di quei caseggiati, prigioni di gente sottratte alla storia. Nelle torri il susseguirsi di scale e di corridoi creava uno strano gioco di ombre. C’era la luce ma non il sole e sui pianerottoli contorti come budella si inseguivano le porte delle case piccole e buie, chiuse lassù, nei labirinti di tenebre silenziose dove il canto , ma anche il respiro sembrava perso per sempre.

    Erano anni difficili anche per l’Avvocato. Nella sua professione si era infiltrata la politica come stava accadendo in tutti i settori. Gli avvocati come lui non avevano nulla da temere. Certo si registravano comportamenti nuovi nell’Ordine. Curatele, incarichi non ne aveva mai chiesti, ma per tradizione erano affidati agli avvocati più noti e più bravi, ed anche più anziani nella professione. Adesso c’erano i galoppini della politica. Anche tra i giudici la politica scandiva carriere e incarichi.

    E quanti paglietta si ritrovarono avvocati incaricati di importanti curatele. La banda  degli scudati di Cristo tesseva le reti. Contaminava con interessi e clientele tutti i segmenti preziosi della città. Fu la volta dell’Università delle dinastie. Del mercato editoriale. Del giornalismo. Ancora qualcosa sfuggiva. Non era facile imbrigliare una città come quella. Eppure ci riuscirono. Cambiarono gli assetti degli Ordini, cambiò la scuola, cambiarono i vertici della Curia. Sodoma si stava definendo e le sue nebbie proliferavano.

     

    La nuova classe dirigente favorì la crescita della camorra. E non è un racconto, è purtroppo la storia.

    Il salto di qualità della camorra viene collegato dal Rapporto alla crescita di potere di una specifica classe dirigente, quella della Democrazia Cristiana” così nel Rapporto sulla Camorra. Relazione approvata dalla Commissione Antimafia il 21 dicembre 1993.

    La camorra contemporanea è figlia della storia di Napoli e della Campania degli ultimi venti anni, è figlia della trasformazione sociale ed economica che ha interessato Napoli e la Campania e i loro rapporti con il contesto nazionale. Ed è stata questa particolare “modernità” a ridarle la forza e le ha consentito di andare, senza ostacoli e resistenze, oltre la propria tradizione. La camorra, infatti, rispetto alla mafia, non ha avuto una lineare continuità storica; ha conosciuto, invece, significative interruzioni drastiche cadute di ruolo in diversi periodi storici. Proprio per queste diverse connotazioni e qualità la camorra sembrava essere un fenomeno criminale più attaccabile e più facilmente sconfiggibile rispetto alla mafia. Ma così non è stato. Perché? Perché la camorra, come si dice giustamente, nella relazione della Commissione, è un fenomeno criminale di massa fortemente “reattivo” alle particolari condizioni economiche e sociali che di volta in volta si determinano. L’affarismo politico degli anni Ottanta è stata la sponda più forte alla crescita della camorra imprenditrice; senza questa sponda, consolidatasi grazie ai fondi del terremoto, agli intrecci del caso Cirillo e grazie al ruolo nazionale conquistato da alcuni esponenti politici napoletani nella regolazione delle risorse pubbliche, la camorra non avrebbe potuto compiere quel salto di qualità che non era riuscita a compiere in più di un secolo e mezzo. (Isaia Sales da documentazioni estratte dalla Biblioteca digitale sulla Camorra- Università Federico II-Napoli)

    Se da una parte restavano le belve utili all’assoggettamento del territorio oramai era pronto l’avvento del Lupo. Con lui la camorra diventa organica al potere , occupa posti dirigenziali. Si confonde con lo Stato. Infatti nella sua magmatica fluidità, la camorra inizia a penetrare nella società. Diventa contigua al potere fino ad occupare anche le istituzioni, ma mantiene contemporaneamente l’altra parte criminale. Dopo i 3.500 omicidi in un trentennio di lotte , la camorra si presenta oggi articolata in 40   clan a Napoli, di cui 35 egemoni e 5 minori; 41 egemoni e 14 minori nella Provincia; 9 a Benevento e provincia, tra i quali 6 egemoni e 3 minori; 4 ad Avellino; 13 a Salerno. Un unico cartello a Caserta e provincia: quello dei Casalesi.(dati Biblioteca digitale sulla Camorra- Università Federico II-Napoli)

    Impossibile convivere con tutto questo. Eppure questa ingiustizia fu perpetrata ai cittadini. La vita era ridotta a tali condizioni che si perdeva la visione d’insieme per guadagnare il quotidiano.

    L’Avvocato ne possedeva l’analisi completa e scongiurava i figli di andare via.

    -Via da questa cloaca, ma non vedete che nulla è più possibile. Non abbiamo più la libertà. Siamo oppressi, è un sistema perverso. Credetemi non c’è una forza che possa opporsi a tutto questo. Unica via è la fuga.

    Molti i rumor anche in Tribunale. Troppe cose e troppe coincidenze anche lì. Del resto o’ sistema era in piedi e operava in ogni  settore. Grazie alla politica e al benestare di molti esponenti istituzionali tutto era disgraziatamente pervaso. Alla giustizia si era sostituito il giustizialismo. L’Avvocato fece del caso Tortora l’esempio madre di una giustizia malata e incompetente che si rivelava pericolosa. La distanza tra il potere e la gente, il mondo del lavoro e delle professioni, diventò abissale. Una terra in cui era difficile anche curarsi oltre che andare a scuola, all’Università, o trovare un lavoro o uno sbocco professionale. Tutto compromesso.

    Ma ancora non era finita.

    Una febbre improvvisa, una polmonite acuta virale e il ricovero d’urgenza. Mentre lo intubavano prendendo delle cannule da sotto il letto, la figlia non fece in tempo a dire all’infermiere che c’era del sangue in quei tubi che già erano nei polmoni dell’Avvocato.

    Una signora parente di un altro ammalato la informò che due ore prima era morto un paziente in quel letto. Quel sangue…quel momento…fu l’inizio della fine. L’Avvocato uscì bene da quell’avventura, ma dopo due mesi iniziò a deperire vistosamente. Aveva contratto un’epatite C. Il sangue di quelle cannule… E si evidenziò in poco tempo una cancro-cirrosi infettiva. Resistette quattro anni. Ma fu una lotta tra lui e la morte. Più questa voleva prenderlo più lui resisteva. Continuò a lavorare con la tenacia che contraddistingueva il suo saper essere e scandiva il suo dover essere. Ma il cancro lo divorava ogni giorno di più.

    -Avvocato caro vi hanno fatto il delitto perfetto. Meglio di così non ve la potevano fare la beffa.

    Così il professore che lo curava. Un luminare che gli consentì di vivere quei quattro anni alleviando le sofferenze. Ma la cirrosi è una malattia subdola e inesorabile. La cancro-cirrosi colonizzò il suo corpo. Dal fegato all’intestino. Poi fu la volta del pancreas. Ma lui resisteva. L’ultimo anno il cancro si estese alle ossa e lo costrinse alla sedia a rotelle. Poi i polmoni. Si consumò lottando con un coraggio titanico. Ma giunse la fine. E i suoi occhi  si chiusero nella pace della preghiera.

    Era stata una vittima del sistema. La corruzione della politica. L’incompetenza dei sanitari. La tracotanza dell’infermiere. Lo avevano ucciso. Un delitto tra tanti. Quando o’ sistema entra nelle vite attraverso l’incompetenza dei suoi raccomandati. E dentro si sente qualcosa che grida e pretende una giustizia che non esiste. Delitti senza castigo.

    La morte calata sull’Avvocato, iniettata nei suoi polmoni. Il cancro che ne ha divorato ogni parte, è il segno e il presagio della morte della città e di Zaboim stretta nell’alleanza tra Sodoma e Gomorra.

    Quando ammazzano un padre, sradicano la tua quercia.

    Con l’avvento del lupo a Zaboim si consolidò il più tremendo patto di morte.

    E fu deciso l’affare più sporco. Le nebbie ora coprivano i traffici dei rifiuti. Fu generata l’emergenza. La morte veniva sepolta nelle terre. Disseminato il cancro. Poi iniziarono a innalzarsi le montagne. Ma non uscirono dalla terra. Cumuli di rifiuti iniziarono a stendersi tra Sodoma e Gomorra. Su tutto il governo del Lupo che allargava sempre più i suoi confini. Ad agire le belve di Gomorra.

    E vennero anni in cui i controlli si persero. Alle montagne di rifiuti che avvelenavano le terre corrisposero montagne di denaro per il Lupo e i Licantropi.

    La politica incarnò o’ sistema e pianificò il caos. Solo così avrebbe potuto regnare Shemeber.

    Proliferarono affari e interessi. Furono creati Enti. Le gestioni tra camorra, politica e parenti di nomi importanti. Interessi e commistioni. Piaceri. Raccomandati. Tutto compromesso ovunque. E accanto all’emergenza rifiuti furono generate le altre truffe connesse allo smaltimento e alle bonifiche.

    Affari miliardari per la politica e i loro servi. Cancro per la terra. Veleno per i cittadini.

    E oramai le tenebre calavano inesorabili su Zaboim. Nel residuo di qualche bagliore voci che chiedevano giustizia. E la lunga notte di Zaboim, avvolse nell’ingiustizia più cupa i figli di una terra sepolta e snaturata dove, come lugubri avvoltoi, volavano famelici gabbiani sulle discariche ribollenti di veleni.

    E si spersero le voci disperate e rauche dal troppo invocare…per anni coperte dalle voci dei menestrelli del potere. Per anni tutto è stato sommerso dalla corte di Shemeber. Quelle voci pasciute e sazie subornavano ogni grido di indignazione. Erano i padroni della cultura, l’intellighentia della morte. Sono stati i peggiori tra i servi e i complici del Lupo ed hanno utilizzato tutte le commistioni e le connivenze possibili. I menestrelli scrittori e giornalisti utili a indurre letture distorte. Cantanti e attori, guitti del teatro del tiranno, sdoganavano il Lupo come un Mecenate e questo li ripagava sistemando parenti sugli assessorati delle province. Ma c’erano anche magistrati, avvocati, medici, notai…tromboni e trombette a far da grancassa al crudele tiranno. E i ladri. I Licantropi improponibili nei salotti radical-chic dominavano i territori. Altri rubavano e si inserivano alla corte. Qui, essere ladro era un titolo. Una prerogativa. Tutto lecito. Tutto fu reso lecito.

     

    A vizio di lussuria fu sì rotta,
    che libito fé licito in sua legge,
    per tòrre il biasmo in che era condotta.

     

    Ell’ è Semiramìs, di cui si legge

                                                  ( Inf V,vv55-58, Dante)

     

     

    E venne la notte. Una lunga notte nera. Un buio così privo di speranza da non far credere che ci potesse essere un altro giorno. Tenebre che generano tenebre. Cancri che generano metastasi.

     

    PUBBLICATO IL: 10 febbraio 2013 ALLE ORE 19:00