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    L’EDITORIALE – CASERTA capitale… dell’incultura. Il perché di una candidatura senza speranze


      Abbiamo aspettato qualche settimana, in modo da far sfumare il chiacchiericcio banale e incompetente. E ora siamo qui ad argomentare una tesi che già da luglio avevamo più volte espresso: Caserta “non è stata mai a numero” Di pochi giorni fa è la notizia che Caserta è stata esclusa dalla corsa a “capitale europea […]

     

    Nella foto la Reggia, Del Gaudio e Cagnazzo

    Abbiamo aspettato qualche settimana, in modo da far sfumare il chiacchiericcio banale e incompetente. E ora siamo qui ad argomentare una tesi che già da luglio avevamo più volte espresso: Caserta “non è stata mai a numero”

    Di pochi giorni fa è la notizia che Caserta è stata esclusa dalla corsa a “capitale europea della cultura 2019”. La Commissione, formata da sette esperti nominati dall’Unione Europea e da sei nominati dal Ministero dei Beni Ambientali e Culturali, si è riunita nelle scorse settimane al Mibac, per assegnare il titolo a una città italiana che dimostri di essere degna di produrre sviluppo in vari campi del settore cultura.

    Un titolo non platonico, visto che chi se lo aggiudicherà riceverà un milione e mezzo di finanziamento, ma soprattutto avrà la possibilità di coprire il 60% degli investimenti con trasferimenti finanziari provenienti dalle casse dell’Unione Europea.

    La cultura che è fatta di monumenti e chiese, ma si alimenta anche di servizi ed eventi come l’apertura di un cinema, di un museo o di un teatro, a Caserta sembra essere completamente dimenticata. E stiamo parlando solo di servizi culturali di tipo ordinario, non certo di quella combinazione armonica e felice tra giovani, futuro e popoli che rappresentava il requisito d’ingresso per “stare a numero” nella prima selezione delle città. E se anche questa base di sensibilità socio-culturale non avesse rappresentato un fattore decisivo, anche la semplice valutazione del fulcro progettuale dell’offerta culturale e cioè la Reggia di Caserta non sarebbe riuscita a reggere il confronto competitivo.

    Oggi, il monumento distintivo della città versa in condizioni deplorevoli perché vessato da tanti anni di trascuratezza. Dunque, Caserta è una città che non produce sviluppo. Povera di idee e di intelligenze intraprendenti e capaci di proporre progetti adeguati al territorio. La causa di questo impoverimento culturale va ricondotta, in parte a un disimpegno dei cittadini che la abitano ma più in particolare alle Istituzioni: Regione, Provincia, Comune ecc. Risulta difficile, al limite del patetico, sforzare la nostra intelligenza in un’analisi dei motivi del fallimento, già scritto, in partenza, di Caserta nel concorso per capitale europea della cultura. L’idea, assolutamente insufficiente e inefficiente, di connotare il progetto presentato come una sorta di bignamino illustrato contenente l’elencazione dei beni culturali e ambientali del territorio come se l’evento del 2019 fosse una mastodontica gita scolastica realizzata attraverso escursioni guidate. Ben altro respiro aveva questo bando.

    Già a giugno e a luglio avevamo tentato invano di mettere sull’avviso chi si stava occupando della candidatura di Caserta. Ma l’incapacità dei presentatori di concentrare la propria attenzione su quello che Casertace scriveva implementando, contestualmente, il proprio bagaglio cognitivo ha trasformato l’iniziativa in una scontata corsa a schiantarsi contro gli scogli, a cui abbiamo assistito con divertita rassegnazione.

    Se Donatella Cagnazzo, non diciamo il sindaco, dato che li il discorso è strutturalmente radicato, si fosse applicata maggiormente nella lettura dei nostri articoli e un po’ meno nella produzione stucchevole di un rituale di relazione salottiera, figlia di prassi che un tempo premiavano, oggi meno, probabilmente Caserta avrebbe evitato questa brutta figura. Va bene i monumenti, va bene la storia incastonata nel tempo e rappresentata dalle sue meravigliose vestigia, quando queste, però, sono ben curate, ma non basta. Occorreva, infatti, connettere le idee non a una visione puramente contemplativa, ma a un’attività dinamica, “in cammino” che determini e dia corpo materiale a un economia della conoscenza dentro al territorio. Un sistema di cui la città è fulcro, baricentro, ma certamente, non unico fattore dell’offerta. Occorrevano visioni, occorreva coraggio, estro creativo collocato dentro a cognizioni solide e non certo dentro a pratiche da apprendisti stregoni. Due erano i criteri fondamentali da intersecare. E siccome era impossibile farlo, dato che cose come queste non avvengono per caso e all’improvviso ma sono frutto di una coscienza civile, prima ancora che economica, politica e istituzionale, Caserta avrebbe fatto bene a non presentarla proprio la sua candidatura ma ad aver l’umiltà di partire dal suo foglio bianco, dal deserto delle conoscenze e dei saperi che la connotano nel tempo presente.

    Altro che dimensione europea e l’osmosi vitale tra la città e i suoi cittadini. Gli enti pubblici territoriali dovrebbero quantomeno collaborare al fine di realizzare un cambiamento significativo che possa promuovere e valorizzare il settore culturale di Caserta. Eppure sembra prevalere il disinteresse generale, l’arte del sapersi arrangiare e tanta mediocrità. Va da se che non esistendo una minima percezione di quella che la cultura è come essenza del vivere civile, non potrà certo accadere che la cultura venga utilizzata attraverso lo strumento delle sue subordinate. Né cultura di tipo contemplativo, men che meno cultura come strumento di sviluppo economico e di incremento del reddito territoriale disponibile, attraverso un’economia del turismo che si manifesta solo in forme rudimentali e senza alcuna possibilità di evolvere e di assomigliare minimamente ad un sistema. E va pure da se che quel poco di sopravvivenza monumentale finisca per essere consumata come si fa con un panino al fast food, da visitatori che arrivano, guardano, sogghignano davanti al degrado dei monumenti e che dopo un’oretta risalgono sul loro autobus e vanno via.

    Infatti, i turisti italiani e stranieri che restano in città attirati da Palazzo Reale – che nonostante il degrado resta ancora il sito più apprezzato – trascurano di visitare luoghi della nostra provincia altrettanto suggestivi. In questo senso le Istituzioni incaricate di gestire e promuovere iniziative culturali sono limitate, non solo dalla poche risorse finanziarie disponibili – che seppur ci fossero non sarebbero di certo destinate alla cultura perché questa non è considerata fra le priorità dalla pseudo-classe dirigente casertana – ma anche dalla mancanza di proposte che non possono continuare ad essere solo espressione della routine dei convegni fini a se stessi, ma praticabili e continuamente verificabili attraverso crono programmi spietati nella loro chiarezza temporale.

    Non bisogna meravigliarsi allora se Caserta non ha i requisiti necessari per poter essere annoverata tra le città della cultura. Aver armato un’attesa, una speranza, utilizzando anche la superficiale complicità dei mezzi di informazione locali sa tanto di mistificazione a buon mercato, utile solo allo stucchevole presenzialismo di chi questa candidatura ha velleitariamente presentata e portata (avanti). Anche perché Caserta concorreva con città prestigiosissime come Lecce, Perugia, Siena e Ravenna che da sempre hanno puntato tutto sulla politica della cultura e dello sviluppo facendone il loro punto di forza. E il fatto, l’obiezione ovvia rispetto a città quali Cagliari e Ravenna scelte nella sestina relativamente alla loro assenza dalla graduatoria dei centri più visitati dai turisti culturali, si smonta in un secondo, ritornando esattamente al punto nevralgico che marchia lo spirito di questo concorso: non conta la  cifra della somma finale dei monumenti e delle bellezze storiche, ambientali, archeologiche, ma conta come queste rappresentano gli strumenti di eccellenza di un sistema fatto di conoscenze, di innovazioni, di strutture che diventano agenzie della promozione civile e culturali soprattutto sul terreno della convivenza.

    Valentina Musella

    Gianluigi Guarino

    PUBBLICATO IL: 28 novembre 2013 ALLE ORE 19:18