Commenti recenti

    CERCA ARTICOLI PER MESE

    Categorie

    LA DOMENICA DI DON GALEONE: “Il Vangelo è liberatore, ma non può essere imposto!”


    Il commento domenicale del sacerdote e docente salesiano *  Una  prima attenzione va data ai numeri 72 e 2, a motivo del valore simbolico dei numeri in Oriente. “Il Signore designò altri 72 discepoli”. Sono chiamati in causa non i 12 apostoli ma i 72 discepoli, per dire la chiesa intera. E’ già evidente la […]

    Nella foto don Franco Galeone

    Il commento domenicale del sacerdote e docente salesiano

    *  Una  prima attenzione va data ai numeri 72 e 2, a motivo del valore simbolico dei numeri in Oriente. “Il Signore designò altri 72 discepoli”. Sono chiamati in causa non i 12 apostoli ma i 72 discepoli, per dire la chiesa intera. E’ già evidente la distinzione tra i Dodici apostoli e questa più vasta assemblea di discepoli, 72, tante quante erano le nazioni della terra, secondo la tradizione giudaica (Genesi, 10).  “Li inviò a due a due”. Nella Bibbia ritorna sovente questo elemento numerico della coppia. Giovanni invierà due discepoli dal Signore, Gesù incaricherà due discepoli a preparare il suo ingresso in Gerusalemme, due saranno gli angeli che annunziano alle donne la risurrezione. Il significato è chiaro: nella doppia testimonianza c’è garanzia di verità come stabiliva la legge del Deuteronomio (17, 16). Il cristianesimo non è un’esperienza intimistica, ma una testimonianza fondata su un evento; comporta certamente rischio e fiducia, ma non è mai cieco abbandono; la fede è ragionevole anche se non è razionale. Cosa devono fare i discepoli lo indica lo stesso Gesù: “Curate i malati e dite: E’ vicino il regno di Dio”. Appaiono qui le due dimensioni fondamentali del cristianesimo: quella orizzontale (il servizio fraterno) e quella verticale (annunciare il Vangelo). Questo è in vero ritratto della chiesa così come la vuole il Signore; in questa pagina dei 72 discepoli, la chiesa trova le sue radici, per essere fedele a Dio e agli uomini.

    *  Le navi che un giorno salparono cariche di missionari oggi ritornano nei nostri porti con nuovi missionari di colore. Perché il Primo Mondo è diventato ultimo nella fede. La terra di missione non è più oltremare, è qui, fra noi, uomini e donne dell’occidente, che abbiamo smarrito anche l’alfabeto del sacro. Terra di missione sono i condomini delle metropoli dove si respirano drammatiche povertà e invincibili  indifferenze; sono i quartieri a rischio dove i bambini crescono in fretta e molto male, e i giovani sono già vecchi di disperazione e senza futuro; sono le tante famiglie, dove non c’è più amore e tenerezza, dove si dà tutto ai figli in beni materiali, ma non si è capaci di dialogo, dove si ha paura di interrogarsi sulla vera vita. In queste nostre contrade, l’uomo vive quasi dimenticato, sepolto sotto cumuli di compromessi, tradimenti, bugie, miti falsi e illusioni pericolose. Le parole serie, i messaggi educativi scivolano via nel grande fiume della chiacchiera universale. Testimoniare! E’ questa la grande scommessa dell’occidente, che duemila anni di cristianesimo non sono riusciti a convertire.

    *  “Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Molti cattolici considerano il mondo come una immensa regione oscura in cui mandare i missionari a diffondere la luce del Vangelo. Da questo mondo, avvolto nelle tenebre del peccato e della morte, emerge ai loro occhi, bianca vetta luminosa, la chiesa, alla quale tutti devono guardare, se vogliono salvarsi, perché “nulla salus extra ecclesiam”. Il segno dell’amore di Dio nel mondo sarebbe la chiesa e solo la chiesa. Questa concezione teologica provoca nei credenti forme di narcisismo collettivo, di superbia storica, di rifiuto dello spirito eucaristico, di aggressività polimorfa. Da qui intolleranza, fanatismo, guerre sante, inquisizione, ghetto, scomuniche, censure, elenchi di libri proibiti, rifiuto del diverso … Esiste un altro modo di concepire la salvezza del mondo, che a noi pare più evangelico: Dio ama tanto il mondo intero da mandare suo Figlio, e illumina “ogni uomo che viene in questo mondo”.

    *  Si tratta di prendere nel loro evangelico spessore le parole di Cristo: “Quando sarò sollevato da terra, attirerò tutti a me”. Il vero punto di riferimento non è la chiesa e nessuna istituzione umana, ma il regno di Dio. Noi invochiamo l’avvento del regno ogni volta che preghiamo con le parole di Gesù. E nessuno conosce il perimetro di questo regno che viene. Esso è un mistero: “Alcuni che sono dentro, in realtà sono fuori; invece sono vicino altri, che sembrano lontano” (s. Agostino).  Gli operatori di questo regno sono tutti quegli uomini e donne di buona volontà che, in silenziosa operosità, costruiscono la civiltà dell’amore. Questa “società aperta” rompe in noi ogni orgoglio cattolico, perché ritroviamo l’umiltà evangelica, la solidarietà con gli uomini; diventiamo, secondo la bella espressione di Origene, “amici del genere umano. Gli uomini non sono divisibili  in due gruppi, dentro o fuori, buoni o cattivi, eletti o dannati, credenti o atei. Quanta gente non è in grazia, ma è impregnata e minacciata dalla grazia, percorsa dall’immenso e paziente amore di Dio. E’ una tentazione ricorrente, quella di sequestrare Dio a proprio uso e consumo, rinchiudendolo nelle proprie certezze teologiche, nelle proprie istituzioni gerarchiche, dimenticando che Dio sfugge ad ogni forma di provincialismo ecclesiastico, e sorride delle nostre piccole astuzie. Soprattutto i preti corrono questo rischio, perché le loro opere si possono presentare in termini oggettivi come la realizzazione fedele del piano di Dio, e invece sono a volte una maschera che contrabbanda per divino quello che è umano, per volontà di Dio quello che è ambizione umana. Una crociata contro gli infedeli al grido di “Dio lo vuole” è di sicuro una iniziativa che Dio non vuole

    * Non domanderemo mai se gli altri sono con noi o contro di noi, se credono o non credono. Dobbiamo imparare a sedere alla mensa della pace, condividendo il pane degli altri. Dobbiamo ancora scendere molti gradini dal nostro piedistallo, per riprendere questo filo semplice del viaggio evangelico nel mondo. Che è stato, purtroppo, tante volte una crociata sanguinaria, una forzata acculturazione, un’orgogliosa propaganda. Ricordiamo una scena del Vangelo: sul calvario, accanto alla croce di Gesù c’erano due crocifissi che erano non ladroni generici, ma zelanti fanatici, che lottavano contro i romani. Gesù era con loro, sembrava. In fondo, anch’essi volevano la pace, e questa non poteva esserci senza cacciare i romani. Eppure Gesù era diverso. Era con loro, ma non era di loro. Era dalla parte degli uomini che lottavano per la liberazione.  La differenza è qui: quei due partigiani sono morti per qualcuno ma contro qualcuno. Gesù è morto contro nessuno, è morto per ognuno.

    NB. Se vorrai contattarmi, la mail è francescogaleone@libero.it

    PUBBLICATO IL: 7 luglio 2013 ALLE ORE 11:14