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    Caserta e Napoli le muove Sodoma: uccidono i sogni dei nostri giovani/ Il romanzo di Stefania Modestino


    Nella parabola del giovane ingegnere, prima costretto ad emigrare per realizzarsi professionalmente e poi, costretto a fare i conti con la desolante ignoranza di apparenti luminari, si riconoscono decenni e decenni in cui i disvalori di una società corrotta e immeritocratica, hanno distrutto non solo le speranza di uno sviluppo autentico ma anche i tessuti […]

    Nella parabola del giovane ingegnere, prima costretto ad emigrare per realizzarsi professionalmente e poi, costretto a fare i conti con la desolante ignoranza di apparenti luminari, si riconoscono decenni e decenni in cui i disvalori di una società corrotta e immeritocratica, hanno distrutto non solo le speranza di uno sviluppo autentico ma anche i tessuti sociali di intere famiglie. SECONDA PUNTATA

     

    Lo nostro scender conviene esser tardo,

    sì che s’ausi un poco in prima il senso

    al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”.

    (Inferno, Canto XI vv.9-12)

     

    Puossi far forza nella deitade,
    col cuor negando e bestemmiando quella,
    e spregiando natura e sua bontade;

    aa

    e però lo minor giron suggella
    del segno suo e Soddoma e Caorsa
    e chi, spregiando Dio col cor, favella.
    (Inferno Canto XI vv 47-51)

     

     

     

    Stefania Modestino

    I giovani e i vecchi  Licantropi: vite tradite.

    A tavola non riusciva a mettersi in sintonia con il resto della famiglia. Da tempo si sentiva come ripiegato in se stesso e scorgeva in sé la vertigine del vuoto. La sensazione di paura era l’unica cosa che faceva vibrare in lui la vita. Ma non ne poteva parlare. Come fare? Forse avvertiva che ovunque intorno a lui  si profilava quel vuoto. Non una vertigine dell’altezza, ma lo spaventoso brivido dell’abisso.

    Stretto nei suoi jeans, aveva da poco perso quell’aria da ragazzino eppure aveva solo diciannove anni. Aveva frequentato il liceo e si era avviato all’Università. Un impegno e una sfida. Avrebbe voluto camminare da solo, riuscire ad essere autonomo presto.

    Molti dei suoi compagni si erano iscritti fuori, al nord o a Roma. Lui non avrebbe potuto. Ci aveva anche provato, ma sua madre , fatti due conti, aveva chiuso ogni discorso.

    Restare gli era sembrato essere escluso dal futuro. Per i ragazzi di provincia l’Università è una sfida, prima di resistenza fisica e, poi,  d’impegno culturale.

    Così iniziò la sua vita di pendolare della cultura.  Diciotto ore di viaggio alla settimana per essere in aula. Difficile studiare con la stanchezza sulle spalle. Ogni mattina alle sei, seduto sui vagoni consumati e sporchi del treno, osservava, con il sonno negli occhi e il freddo sulle mani, la diversificata gamma dei viaggiatori. Alcuni studenti, poco loquaci a quell’ora, chiusi nei loro pensieri spaventati, sembravano rianimarsi solo a destinazione. Si comunicavano gli orari delle coincidenze, cumana , metropolitana… – Noi andiamo ai pulmann.- Noi abbiamo la cumana. E si disperdevano.

    Gli altri, per lo più immigrati, erano a gruppetti e parlavano tra loro. Voci d’Africa…d’Asia e dell’Europa dell’est. Durante quei viaggi , coglieva il surreale di quella situazione. Un terzo mondo cosmopolita ,una globalizzazione del disagio. Tanti giovani, ognuno con il proprio fardello. Speranza amara.

    Una terra incapace di far crescere i suoi figli che accoglie altri figli  e tiene tutto insieme nel dolore, lì, in quel treno dai vecchi vagoni  con i sedili distrutti da cui spuntano lingue di gommapiuma indurita, rifiuti nelle griglie del riscaldamento, chewing gum  e  sputi calcificati sui residui di linoleum rigati, lo strano odore di grasso e di fumo vecchio, le macchie di ruggine sui vetri dei finestrini opachi da cui si affacciano spettrali stazioni dai nomi improbabili, brutti, che evocano violenza e miseria, che portano voli roteanti di gabbiani snaturati,  belve rapaci, su cumuli ribollenti di immondizia.

    Quelle immagini negli occhi, quelle sensazioni nel cuore. Il brutto e l’osceno proprio di una terra di scempi. Scendeva alla stazione e l’odore del caffè e delle graffe fritte sapeva distrarre il suo giovane stomaco. Una dose di buon umore e l’esercizio di abitudine al brutto.

    Alla fine erano passati quegli anni, ma era anche andata via la spensieratezza. La laurea arrivò presto e con brillanti risultati. Partì. Andò a lavorare lontano. Se fosse stato un giovane ingegnere di Torino o Milano avrebbe potuto lavorare nella sua città. Ma per chi nasce a Zaboim è sempre tutto più difficile.

    Bisogna emigrare. Andar via per un giovane agli inizi è proprio così. Si continua a far sacrifici.

    La precarietà a casa propria nella città dove volti, strade, chiese e palazzi sono familiari,  si limita al lavoro, c’è  la possibilità di incontrare gli amici,di avere un amore… di aprire un cassetto e trovare biancheria pulita, di svegliarsi la mattina con l’odore del caffè…di avere un’aspirina quando si è malati.

    Quando invece un giovane va incontro alla vita con un contratto da precario a 800 euro al mese, deve fare i conti con la difficoltà. Allora precarietà diventa   stile di vita. Un materasso scomodo, un letto corto, uno stendino al posto di un armadio. Due pentole e una padella. Pasta al sugo e hamburger.

    Significa non avere “moneta” per socializzare. Una pizza, un aperitivo diventano lussi, forse possibili una volta al mese. E vuol dire anche non poter tornare a casa. I ritorni ridotti alle feste e alle ferie.

    E di nuovo la scelta di treni dove i vagoni raccolgono aliti di speranze amare.

    Alle quattro del mattino la madre lo accompagnò alla stazione.

    -Sono felice per te.

    Così disse, pensando che tutto fosse funzionale al futuro del figlio. Non c’era stato tempo per parlare a fondo. Quel piccolo spostamento era, ora, l’occasione di un po’ di intimità.

    -Sono contenta perché stai facendo tutto per bene. Vedrai hai solo 25 anni. Già sei ingegnere. Lavori da due anni. Tutto procederà bene. Questo sai … sarà per te curriculum. Lavorare così presto. Sono convinta…

    Lui la guardò. Incrociarono lo sguardo. Su quel viso, troppo giovane per essere così teso e sciupato, le lacrime sgorgavano dagli occhi fieri, ma feriti.

    -Mamma, lo so che devo farlo. Questa è la mia vita. Lo so. Ma sapessi quanto è dura. Mi sembra una salita che non debba finire mai.

    -Ma tu sei un ingegnere da 110 e lode… giovanissimo …vedrai svolterai. Anche io sono stata precaria. Poi improvvisamente … tutto si è sbloccato. Poi io..figurati..sono solo un’insegnante…poca roba..ma tu..tu..vedrai! Ora sei solo dispiaciuto di dover partire.

    Invece il cuore le si strinse in una morsa. Come poteva fare? Questa era la via giusta?

    Stettero in silenzio. Lei accese una sigaretta. Mandava giù il fumo.

    -Mamma…non ti voglio far preoccupare..solo voglio riflettere con te. Il tempo per parlare è sempre così poco. Torino è una città strana e difficile. Per il lavoro va tutto bene. Ora ho un progetto per me, c’è un vecchio tecnico  ed io,  sono riuscito a risolvere un problema sospeso da tempo. Ma lì, è difficile. Appena sentono l’accento del Sud…persino in lavanderia sono scortesi.

    -Vedrai. Devi avere pazienza. Ti comprendo…sai. Tieni duro. Già ti hanno aumentato a 1000 euro…

    Alla stazione volle scendere con il figlio. L’umido della notte piovigginosa attutiva il freddo. Entrarono. Una folla di  operai aspettava il treno. Erano tutti seduti sulle scale al coperto. Era uno di quei treni che porta a Torino con pochi euro, forse 15. I suoi compagni di viaggio erano padri di famiglia con borse piene e deformi. Si sedettero sulle scale. Prese quel treno, scomodo ed economico. La madre rimase a guardare. Sapeva che il viaggio sarebbe durato più di dodici ore. La rincuorò pensare alla piccola borsa di vettovaglie preparata al figlio. Ma il cuore non le dava pace, sapeva…sapeva…ma il figlio era forte. Anche lei lo era stata.

    Furono giorni, mesi…di timore. Una sorta di attesa, una sospensione del cuore…rifletteva su quell’emigrazione essenziale del figlio. Ripensava alle parole del padre.

    -Voi non l’avete capito. Da qui bisogna andar via.  Questo è un luogo maledetto. Non è più una terra..è una cloaca a cielo aperto…o si è pantegane o si annega inesorabilmente.

    -Ma papà se tutti facessimo così…questa è la nostra città…tu sei esagerato. Perché lasciar tutto?

    -Perché qua è tutto corrotto. A voi non risulta ancora evidente. Esistono le pre-condizioni della catastrofe..io non ci sarò…ma voi la vedrete.

    Capì quelle parole, tardivamente. Suo padre davvero non ci fu più. Una vittima della malasanità del governo del Lupo. Una vittima del sistema gestito dall’alter ego di Shemeber… il potente Nucos che come un vampiro aveva nutrito con i cadaveri la sanità di Zaboim…storie  di  carriere e di  business, di soldi e di corruzione…le nebbie di Sodoma sulle disgrazie  e sulle sofferenze…la violenza sugli inermi.

    Giunse, dopo qualche mese un nuovo contratto a Milano. Da Torino a Milano. Al Politecnico. Un incubatore di impresa. Dopo un anno, un altro contratto: il Politecnico di Sodoma.

    All’Università…la sua Università…ci arrivava da consulente esterno per risolvere un problema di una ricerca bloccata da quattro anni. Ma perché allora lo avevano fatto andare via? Quei quattro anni d’inferno…di sacrifici.

    Si presentò  uno dei professori responsabili del progetto.

    -Senti, qua siamo in ritardo. Abbiamo sei mesi per far tutto. Ho letto le tue referenze. Ottime….Domani si inizia.

    Eppure non era contento. Era stato ricevuto nell’ufficio del professore. Nemmeno una parola sul lavoro da fare. Obiettivi? Tempi..spazi…risorse..pianificazione?

    Avrebbe scoperto dopo poco cosa significasse  lavorare a Sodoma.

    Il giorno seguente alle 8,30 era già al Dipartimento. Il professore arrivò alle 11.

    -Ah stai qua. Senti ora ti faccio vedere dove puoi metterti a lavorare.

    Lo guidò lungo il corridoio. Aprì una porta…era uno sgabuzzino senza finestra.

    - Tu hai portato il computer? No perché..non te l’ho detto? Noi non abbiamo nemmeno quello!! Senti per oggi ..vieni con me..ecco ti do il faldone dei documenti. Qua c’è quello che dovremmo fare entro novembre…diciamo pure dicembre…ma io dal 16 voglio chiudere. Sai..tu sai sciare? Vado a sciare…e dobbiamo chiudere.

    Malissimo! Prese il faldone e se ne andò nel suo ufficio-sgabuzzino. Arrivò anche  un altro ingegnere di Firenze e insieme misero in ordine le carte, iniziarono a lavorare e si resero conto che per quel progetto avevano speso tutti i fondi tra consulenze e incarichi. Nulla era stato fatto. Sistemarono la pianificazione delle azioni e impostarono il lavoro.

    - Ma mica possiamo lavorare così!

    Il fiorentino aveva ragione. Si presero una pausa.

    Al bar del Dipartimento, lui incontrò il  professore con il quale aveva fatto la tesi sperimentale.

    -Che ci fai qui? Che piacere vederti!!

    -Stiamo lavorando al Dipartimento per quel progetto regionale…

    -Ah..avevo segnalato quattro anni fa il tuo profilo. Presero poi… prima il figlio di un collega. Un incapace. Allora sono stati incaricati due professori responsabili. Dopo due anni un ingegnere segnalato dalla regione…uno che si è portato lo staff…finiti i fondi senza combinare nulla. Ora siamo stati noi a insistere per avere i report su quanto fatto. Questo progetto serviva al Dipartimento. Io vado in pensione…ma tu…uno bravo come te…ma che ci fai qui? Scappa!!! Ridammi la tua mail…vabbene . Mi faccio sentire .

    I due giovani erano rimasti senza parole, ma con tutte le conferme alle osservazioni che si erano scambiati.

    Trovarono la notizia di una riunione nel pomeriggio. Arrivò l’altro responsabile. Fece un lungo discorso inconcludente e rimandò la questione all’indomani. Un’altra riunione… un briefing…Insomma…il professore responsabile del mattino non sapeva quello che diceva l’altro responsabile del pomeriggio.

    Era trascorsa una settimana. Arrivò una mail.  Ti trasmetto in elenco le realtà multinazionali dove i “veri” professori di questo Politecnico sono andati a dirigere progetti. Vedi che ci dovrebbe essere qualcosa…aspetto tue notizie. Mi raccomando..scappa!!

    Non le sembrava vero, quella domenica, prendere il caffè con il figlio.

    -Mamma, te lo ricordi il mio professore? Mi ha mandato una mail con tutte le realtà che richiedono il mio profilo…qua non si può stare…mi sento leso nella dignità. Guarda ..sembra che abbia studiato per nulla…sai come si esprime il prof responsabile del progetto? Sposta le bandierine dicendo…qua c’è Tizio e qua Caio… che saremmo io e il collega di Firenze…vedo che state sistemando questo labirinto di carte e calcoli..ma se Caio..domani lo chiama Naomi Campbell e Caio accetta…deve sempre comunicare i suoi nohau…mamma un imbecille!!! Ma poi hanno speso 4 milioni di euro senza fare la ricerca…non c’è un laboratorio, un computer…nulla di nulla…ma come si fa a stare qua? Domani vado a Roma. Ho scritto ieri e mi hanno convocato. Che ne dici?

    - E che devo dire…hai ragione..vedi un po’ Roma che ti offre…e decidi…

    Fu selezionato. Roma…estero…Paesi Arabi…quelli bravi se li prendono eccome…poi nulla è perfetto in Italia…ma nulla è come a Sodoma anche se…la politica sposta a suo piacere i confini di questa città, anzi dell’alleanza di Sodoma e Gomorra…e spesso ne utilizza le nebbie…

    Qui …su tutto il  Lupo…la sua ombra occupava minacciosa  il cielo della  Regione delle cinque città, Zaboim e, mentre si divorava il presente,  iniziarono a ingoiare anche il futuro…nulla per  le generazioni a venire.

    Le strategie furono lente e inesorabili. Non sarebbe dovuto restare un filo d’aria per la speranza.

    Tradire il popolo fu il vero delitto di Sodoma nella Bibbia e  l’oltraggio agli angeli diventa, nella nostra Sodoma, l’eccidio bianco  dei giovani. Qui il tradimento si realizza con un  governo dell’usura, questo il metodo. Lo stupro degli angeli è la metafora biblica della violenza sui giovani.

    La  più sporca e crudele violenza. La disposizione di un sistema dove si produce la morte senza armi, in modo occulto.

    Nella regione di Zaboim ogni azione venne pensata per estorcere risorse. Mentre i giovani affrontavano difficoltà e disagi non ammissibili alle soglie del terzo millennio, si dispose il perfezionamento e l’implementamento…non di politiche dello sviluppo o della promozione culturale e nemmeno dell’innovazione tecnologica… ma  della “strategia della spartenza”.

    Le risorse, i fondi, la stessa politica, tutto  venne  diretto solo per l’interesse di pochi oligarchi criminali e della classe dirigente a loro omogenea.

    Utilizzando i suoi “banditori” il tiranno invase  i cervelli, oltraggiò la morale, comprò le coscienze.

    Nella logica dell’agguato, a lui congeniale, il Lupo si muoveva con il suo branco.

    Il braccio di Shemeber divenne la  gente nata ai margini della città, nei quartieri dai nomi rassicuranti “Amico”, “Primavera”, “Nuova isola”, emergevano inquietanti figure, personaggi che portavano dentro la rabbia e il cinismo della loro miseria e dell’ignoranza  figlia di altri tempi tristi della Terra felix, di altri rapaci che, abusando dello scudo di Cristo, avevano prefigurato l’avvento del Lupo diventando i suoi alleati.

    Una parte della classe dirigente-operativa più vicina a Shemeber, i suoi stretti collaboratori, aveva questo imprinting. Erano  quelli che si sapevano muovere nella zona grigia. Venivano dalla strada.

    Tra questi, alcuni , nel voluto equivoco di una superiorità culturale direttamente scaturente dall’appartenenza politica, avevano anche rosicchiato qualche titolo di studio. Negli anni precedenti strane commistioni dell’alchimia politica, da cui derivavano incarichi e nomine in alcune facoltà, avevano prodotto con “benevola tolleranza” e radicale ingiustizia, una generazione di laureati  che sarebbero stati i demolitori dell’etica e della deontologia professionale. A loro sarebbero state destinate posizioni e ruoli funzionali al piano del tradimento del popolo di Zaboim. E furono carriere veloci  tra le spinte del vecchio potere che  oramai  si rinnovava nell’alleanza con la forza  del  Lupo.

    Molti di loro gestivano enti, sistemavano cose, sapevano  come fare…nell’interland erano i collettori di tangenti, i disseminatori della corruzione. Erano semplicemente passati da un capo all’altro, una carriera nel crimine.  Ora  erano i filtri del Lupo e ne condividevano il freddo cinismo. Avevano in comune  anche l’odore del male e del brutto. L’istinto del branco.

     

    Nel piccolo bar che serviva il Palazzo, un solo tavolo che veniva spesso utilizzato per incontri preliminari.

    Si chiudevano le porte e lì venivano filtrate alleanze e richieste. Al  tavolo,uno degli  abituè, coordinava un incontro. Molti gesti e poche parole. Segni. Intese. Seduto nell’angolo dietro alla vetrina in modo da avere il controllo sull’entrata,  aveva  un aspetto mefistofelico,muoveva gli occhi velocemente spostando le iridi da un angolo all’altro. Beveva  vermuth. Un toscano bruciato, stretto tra le labbra sottili, spuntava da un’ispida e crespa, ma rada barba rossiccia. Inutilmente le griffe o gli sforzi di un sarto coprivano sgraziatamente, senza vestirlo, quel corpo vistosamente sformato dal vizio ,un demone. Il volto a chiazze paonazze, era sguarnito di capelli  di cui spuntavano, dietro le orecchie, due ciuffi crespi e anch’essi rossastri forse sopravvissuti alla evidente alopecia.

    Sul bavero del paltò di cachemire grigio , vistose tracce di forfora. Lo precedeva, di molto, un puzzo misto di vermuth, tabacco e di sporcizia. Brutto fino alla repellenza, quell’omone completava il suo style  con delle mani così piccine  che, non differenziandosi dai polsi,sembravano zampe. E così le muoveva e le usava. Spesso, mentre parlava, con la lunga unghia scura del mignolo  puliva le orecchie o ispezionava le narici. Tramec, il suo nome, ed era il consigliori preferito di Shemeber. Con lui trovava una sintonia naturale.

    Tra belve basta un segnale. Ed era tra quelli con i quali il Lupo preferiva decidere le strategie politiche.

    Gli agguati.

    Poi venivano gli altri.

    In effetti , Shemeber aveva al suo seguito una folta corte  affamata. L’alchimia della corruttela aveva favorito un miscuglio di gentaglia, senza scrupoli e con una ferina fame atavica , e di intellettuali, tra professionisti, giornalisti, scrittori, artisti ..etc..che, conquistati dal potere del tiranno, giocavano il ruolo di comunistelli radical-chic tra le terrazze panoramiche della città  e quelle rivierasche o isolane incassando ristori.

    Un rinnovato cortigianesimo  della peggior fatta in cui si rincorrevano interessi e giochi pericolosi . Ma tale corte aveva anche il compito di essere l’alibi per il Lupo. La sua copertura. E  la forza orrenda del potere si muoveva, secondo i piani di Shemeber, come uno tsunami invisibile  e si preparava a travolgere e annegare lo spirito dell’antica regione felix.

    Lenta la strategia, un andamento lento che pian piano faceva abituare al peggio..senza evidenti traumi.

    Così, , a Sodoma si iniziò a rendere la vita gradualmente sempre più  difficile fino all’ impossibile.

    Per colpire nel cuore un territorio e disorientarlo lo devi paralizzare. Fu inizialmente reso ingestibile il sistema dell’Istruzione e della Sanità. Mai adeguato quello dei trasporti e dei servizi. Lasciate morire altre cose. A macchia d’olio si alternavano le politiche della destabilizzazione.

    All’aumento delle utenze scolastiche corrispose una graduale contrazione dei servizi e delle risorse.

    Negli anni 2000 a Zaboim, essere uno studente era molto più disagevole che per le passate generazioni.

    Il decentramento dei servizi venne convertito  lentamente in accentramento nella regione in cui , però, gli uffici erano dislocati in sedi improbabili e dispersi  lungo tutta la città, alcuni in sedi fantasma dai fitti vertiginosi. Alcuni immobili risultavano sede di più CdA, di Enti con vocazioni diverse, di ambulatori. Risultavano contemporaneamente sedi di attività diverse. Salvo poi a trovarle vuote, nella maggior parte dei casi.

    Fu impiantato un sistema di enti con obiettivi di gestione, dai rifiuti alle bonifiche, dall’istruzione ai trasporti fino alla sanità. Esternalizzazione fu sinonimo di rapina al popolo di Zaboim. Ma la strategia veniva resa perfetta dal disagio. Per non far sì che i cittadini avessero tempo ed energia di pensare, la forma più drammatica e capillare di disagio fu messa in opera dalla politica di Shemeber. E fu tarato il più ingiusto sistema sociale.

    Scientemente fu messo a punto il piano.

     

    Le  deportazioni nelle periferie ghetto avevano favorito il generarsi di una nuova delinquenza.

    I luoghi sembravano essere pensati per istigare al crimine. Eppure costituivano una delle bandiere di quella sinistra parte che aveva , da anni, il controllo del territorio. Nacquero le generazioni del ghetto. Nulla in loro della città originaria. Mancava su quei giovani volti il segno del sole, l’impronta del mare e la nobiltà popolare che ancora si trova tra i volti del presepio. Nel  ghetto , tra la radicale deprivazione, non fu difficile fare dei giovani , il popolo dello spaccio e del consumo di droga. Compravano moto e macchine di lusso. Ma per anni furono bloccati, come prigionieri, nei confini di quell’area che innalza i suoi mostri tra le sterpaglie, tra l’incrocio di strade di dimensioni  non urbane, dove, ancora,  si susseguono stecche di cemento, veri labirinti di umanità perdute. Gente  che, anche nell’aspetto, aveva perso i connotati tipici dell’antica città in cui i mestieri avevano per generazioni garantito, anche nella povertà, identità e dignità. A questi  giovani il primo diritto negato è stato quello alla storia. Per loro nessuna tradizione. Nessun mestiere. Nessuna guida. Solo la strada all’ombra dei mostri. E cumuli di siringhe raccontavano la tragedia di vite negate.

    Teste selvagge, occhi vuoti di bellezza, animi spenti. L’eccesso e la violenza come divertimento.

    L’urlo sguaiato  al posto della parola. Perduta anche quella lingua meravigliosa di cunti e poesie. Sparita la musica. Assente il ritmo. Sottratti ai luoghi naturali, allontanati dalla vecchia città, da quel luogo cantato nel tempo  “ Illo …..me tempore dulcis alebat” , dal vento dolce e dal linguaggio esoterico dell’amore.

    Ora loro erano lì, nel ghetto, monumento dell’odio, e nulla avevano potuto respirare dei profumi dei miti e delle vergini dell’amore da cui era nata la città da cui erano stati strappati e che, poi,  era stata ingoiata dalle nebbie scure di Sodoma . E nelle nebbie si erano disperse le danze delle ninfe gioiose e feconde madri della nobile e antica città.

    Procurarono di far arrivare armi e droga. I giovani delinquenti diventavano vittime parte del piano.

    Costruire piaghe e renderle purulente. Generare cancrene.

    E mentre  i responsabili di tale politica, il Lupo, Tramec e altre belve malvagie, si arricchivano nella gestione di Enti fantasma o di  carrozzoni utili solo a far girare denaro, a tutti i giovani di Zaboim veniva negato ogni diritto.

    Il nostro ingegnere diventa l’emblema di una generazione tradita. Con lui ,più drammaticamente,i  suoi coetanei del ghetto. Con lui, i bambini che  vivono un’infanzia arrangiata in scuole fatiscenti. Con lui ragazzi adolescenti  nei licei con i giornali attaccati sui vetri. Per tutti. la città dove la storia viene scalzata dai pub e dai bar.  Per tutti, famiglie affannate divise tra casa e lavoro,  strette dalla difficoltà del territorio dove  anche la cosa più banale, costringe a capitolare, ad accettare il compromesso di una quotidianità da sopravvissuti.

    Diversamente per i politici , le cose, nell’assenza della legge e del merito, erano state sistemate  bene.

    Sodoma divenne il luogo dell’ingiustizia. Sovvertire, la parola d’ordine. Capillarmente venne messa in atto una vera e propria ragnatela del potere. La  miriade di Enti su cui vennero riversate risorse continue e costanti, divennero i contenitori dei complici del Lupo. In questi luoghi, accanto alle belve della politica, vennero ristorati parenti di notabili , una sorta di esercito funzionale alla rete .

    Tramec badava agli equilibri nel branco. Ora si doveva calibrare l’azione in tutta Zaboim. Si profilava l’affare più sporco ma anche più redditizio. Se fosse riuscito quel colpo … ma la strategia doveva essere perfetta.

    Vennero disposte alleanze. Ora serviva Gomorra. Ora si stringevano i fili del primo passaggio ed entravano in scena  i giovani di Gomorra.  Questa, nata dal professore , era stata poi alimentata e guidata  dalla politica.

    Si estendeva dai margini di Sodoma a tutte le terre di Zaboim. Le nebbie di Sodoma si coloravano del sangue dei giovani di Gomorra e questi morti-viventi andavano a costituire l’esercito di pretoriani del male. Colpevoli e vittime. Stirpe cresciuta tra droga e coltelli. Nella strada dove l’unica legge è la morte.

    Nei quartieri e nei paesi dove, nell’indistinto, il panorama è il cemento, quello imponente delle ville dei boss e quello povero e senza intonaco che contraddistingue le case del popolo. Ragazzi cresciuti nei miti sbagliati. Calcio e motori. Denaro. Il potere di uccidere. Le patenti di camorrista.

    Su di loro la beffa di un potere che, mentre li aveva programmati così, pubblicamente li denigrava e dispiegava finti programmi della legalità. Da una parte i fatti. Dall’altra le chiacchiere. Ma tutto rientrava nel gioco. Quella la falsa strategia dell’indignazione, urlata e non agita, che rientrava in quel disegno più grande. Nessuno lo aveva intuito? Il dubbio si aggiunge alle nebbie e il pensiero va alle voci zittite, uccise o comprate. Il dubbio porta alla politica della vendetta. C’è stato chi ha tentato di parlare. Chi ha intuito il teorema. Anche qualcuno nelle Procure. Ma le voci sono state disperse. Troppo il potere. Troppo alte le poste. Troppe le commistioni. Tra incarichi, nomine, favori, vantaggi e il suo potere indiscusso su Gomorra, il Lupo aveva legato a sé  altri responsabili  istituzionali che, da Zaboim, ricevevano appoggi e coperture nazionali. Carriere.

    Il Lupo conveniva al potere centrale. La sua ricchezza e la sua forza tenevano in ostaggio la regione cerniera del Sud. E questo serviva a disegni ancora più grandi. Infoltiva interessi ancora più forti. Il Lupo lo sapeva.

    Spettò a Tramec  l’organizzazione della rete territoriale. Allargare, annullare i confini, confondere tutto. Un caos apparente che rispondeva alla strategia propedeutica ai passaggi successivi.

    Organizzare e trovare emissari sui territori. La scelta seguiva i criteri di somiglianza. Branchi dispersi , di piccoli prepotenti locali, vennero compattati su postazioni di mero potere. Si inventarono settori di azione. Predisposero altri enti. Ed altre belve furono messe in condizione di danneggiare il territorio.

    Il  Sidicino MezzoCammino  con la terza media, per la sua complicità con il Lupo,  per una storia di veleni e di rifiuti, viene messo a presiedere l’Ente delle acque. Altri su enti diversi, la stirpe dei Tah, già scudo-cristiani  noti  alla legge, disseminati su posti di potere, c’erano anche gli accordi con il Santo, ma su tutti un altro fidato della zona dei monti, Ozìlan, anche lui dall’essenza  licantropa e simile nella deforme  figura a Tramec. Si allarga il sistema. Presidenti e CdA  innumerevoli. La lotta per il potere tra belve. Ognuno sistema emissari. I killer del territorio. Costoro uccidono ogni giorno, ma senza sparare. Hanno aderito naturalmente al piano del Lupo. Intanto tutto si immobilizza. Tutto degrada inesorabilmente.

    Spiagge, boschi, industrie, turismo, scuole, commercio… ovunque avanza solo il veleno dei rifiuti occultati, il tradimento tenuto segreto dai numerosi complici del Lupo. Un carosello di cifre accompagna le bande. Diecimila euro una presidenza, settemila al vicepresidente, tremila la sedia nel CdA. E poi, segretarie e autisti, pranzi e feste pagate e  mentre i licantropi accumulano ricchezze e trionfanti incassano il prezzo della loro bassezza lucrando e rubando,si dispiegano  destini  molto diversi per i giovani di Zaboim .

    E tornano , come echi stonati, quelle urla alla legalità. Lo sbandierare vessilli ideologici che nascondono teschi diventa la grancassa del rumore per seppellire le voci.

    Come si può non pensare al nostro ingegnere? Come si possono dimenticare quei giovani derubati di tutto? Come si fa a non capire che i giovani di Gomorra sono stati cresciuti volutamente nell’integralismo del crimine? Come non vedere nella microcriminalità la stessa impronta del teorema del Lupo? Come si fa a non sospettare di tanto potere arrogante?

    Intanto, qui a Zaboim, ovunque giovani deprivati e derubati. Laureati costretti alla difficile condizione di figli disoccupati, dividono con i coetanei l’impossibilità di vivere un amore con un progetto di vita. Sentono sulla pelle il bruciore scottante di anni perduti a studiare, di idee  e di valori derisi e beffati, di sogni trasformati in chimere.  E sono tanti, in una storia si trovano e si riconoscono tante storie. Per chi è rimasto qui  è pesato, come scomoda condizione, non essere parte del sistema del Lupo. L’onestà qui non ha avuto spazio per esistere se non per soccombere ogni giorno sempre più amaro.

    Tutto racconta la vita al contrario. Anche i bambini vengono sporcati dal regno di Shemeber. Intorno a loro il commercio dei falsi. Falsi giochi per Play staction truccate. Falsi video. Giocattoli cinesi. Nei mercatini piccole griffe false per giocare ad un lusso inutile quanto pericoloso.

    Gomorra rivendicò a Sodoma i propri domini. E li ottenne. Gomorra divenne  oramai il braccio di Sodoma.

    E mentre ai nostri ragazzi veniva negato un Conservatorio, Scuole moderne, Biblioteche,  Campus universitari , Centri Sportivi… e, soprattutto, veniva negato il futuro,  cancellato con mille opportunità mancate, con  progetti mai fatti, con  risorse mai impiegate, ai  licantropi Sidicino, Tah , Ozìlan e altri veniva concesso il bottino del crimine.

    E si preparava la notte. Una notte lunga e crudele, nel cielo di Zaboim, tra le nebbie scure di Sodoma e il sangue di Gomorra. Tenebre abitate da nuovi mostri che andavano a infoltire il branco del Lupo. Scesero dai monti Cinghiale e Lonza. Le ombre si allungarono e  tutto fu avvolto da un’aria di apocalisse.

    E venne la notte.

     

    PUBBLICATO IL: 3 febbraio 2013 ALLE ORE 18:29