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    TUTTE LE FOTO, TUTTI I NOMI e I BENI SEQUESTRATI – Retata di camorra, 19 arresti targati Casalesi tra Campania e Toscana. Decine di imprenditori taglieggiati a Viareggio e nel resto della Versilia


    Altri 4 affiliati arrestati per tentato omicidio. Operazione congiunta, su vasta scala delle questure di Caserta e di Firenze. Un enorme canale di collegamento tra gli uomini del clan e imprenditori della zona di Gricignano, che avevano trasferito le loro attività nelle rinomatissime aree rivierasche della Toscana. La vicenda della lite risolta dai clan per […]

    Nelle foto, da sinistra Antonio Cerullo, Francesco e Gianluca De Chiara

    Altri 4 affiliati arrestati per tentato omicidio. Operazione congiunta, su vasta scala delle questure di Caserta e di Firenze. Un enorme canale di collegamento tra gli uomini del clan e imprenditori della zona di Gricignano, che avevano trasferito le loro attività nelle rinomatissime aree rivierasche della Toscana. La vicenda della lite risolta dai clan per la costruzione di 29 appartamenti.

     

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    QUESTI I NOMI

    Questi i nomi degli arrestati in Versilia, dove sono state seguite nove delle 19 misure cautelari disposte dalla Dda di Napoli: Salvatore Mundo, residente a Viareggio, 45 anni, considerato il capo degli affiliati in Versilia; la moglie Maria Grazia Lucariello, 44 anni; Maurizio Di Puorto, 50 anni, Nicola Garzillo di 45; Franco Galante, 48 anni; gli imprenditori edili Giovanni Sglavo e Stefano Di Ronza, di 59 e 51 anni, Guglielmo Daniele De Chiara, 36 anni e Francesco Martino di 46.

    Inoltre nell’ordinanza che prevede le 19 misure cautelari risultano esserci:Agostino Autiero, Antonio Cerullo, Francesco, Gianluca e Guglielmo Daniele Di Chiara, Massimo Diana, Giuliano Martino, Marcello Mormile, Michele Pannullo, Costantino Russo, e Pietro Tessitore.

    Altri quattro presunti affiliati al clan sono stati arrestati questa mattina, con l’accusa di tentato omicidio, a seguito di misure cautelari disposte dal gip su richiesta della procura fiorentina.

     

    Nelle foto, Costantino Russo, Michele Pannullo e Raffaele Lucariello

    I BENI SEQUESTRATI 

    Nell’ambito dell’operazione diretta dalla Dda di Napoli in collaborazione con la Dda fiorentina, sono stati sequestrati in Toscana beni per circa 5 mln di euro di valore. In particolare sono stati apposti i sigilli a esercizi commerciali nelle provincie di Lucca e Massa Carrara e intestati o ad affiliati al gruppo camorristico, o a prestanome. A Viareggio (Lucca) gli agenti della Dia hanno posto sotto sequestro 4 societa’ edili, 10 appartamenti, 2 terreni agricoli, un negozio di alimentari e una ricevitoria del lotto. A Lucca e’ stata sequestrata una societa’ edile, a Camaiore (Lucca) ne sono state sequestrate due, in provincia di Massa Carrara sono stati posti sotto sequestro un’altra societa’ edile e un appartamento.

     

    CASAL DI PRINCIPE – Alle prime ore della giornata di oggi, giovedì,  Squadre Mobili delle Questure di Caserta e Firenze, coordinate dal Servizio centrale della Polizia di Stato, a seguito di una articolata e complessa attività di indagine denominata “operazione Talking Tree”, hanno eseguito 24 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dall’ufficio GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli  nei confronti degli affiliati al clan camorristico dei casalesi riconducibile alle famiglie Schiavone, Russo, Iovine.

    L’articolata e complessa attività di indagine, svolta in un arco temporale compreso tra il 2009 ed il 2012, finalizzata inizialmente alla cattura dell’allora latitante Antonio Iovine, detto “ o’ Ninn”,  tratto in arresto a San Cipirano D’Aversa, il 17 novembre 2010, si è successivamente incentrata sugli interessi economici gestiti dal gruppo camorrista nella provincia di Caserta, ed in particolare  nella zona di Gricignano d’Aversa, Succivo e comuni limitrofi, con diramazioni nel comprensorio della Versilia, con particolare riferimento al cittadina di Viareggio.

    L’attività d’indagine è stata quindi estesa anche alla regione Toscana fornendo, sin dai primi momenti, una serie di elementi altamente indicativi sulla presenza dei casalesi in quel territorio i quali, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva per la realizzazione di scopi illeciti, hanno fornito un rilevante contributo al rafforzamento del citato clan  mafioso, consentendo allo stesso,  di rafforzare il vincolo dell’assoggettamento nei confronti degli imprenditori di Viareggio originari di Gricignano di Aversa, ulteriormente soggiogati dal maggiore credito, prestigio ed autorevolezza – determinanti per ottenere ulteriori appoggi, coperture diffuse e per incrementare il proselitismo –  derivanti dalla dimostrazione del predominio, non solo criminale, dell’organizzazione sui territori sottoposti alla propria influenza.

    Particolarmente fondamentali si sono rivelate le attività tecniche di intercettazioni telefoniche e video/ambientali che, unitamente ai servizi di osservazione, controllo e pedinamento, hanno permesso di documentare la consumazione di numerose estorsioni ai danni di altrettanti imprenditori insediatisi in Toscana, tutti originari di Gricignano d’Aversa, costretti a concorrere ad una vera e propria contribuzione periodica o tassazione parallela a favore del clan dei casalesi.

    Nel periodo di tempo abbracciato dalle contestazioni, nel territorio casertano e toscano si è assistito ad una vera e propria contribuzione periodica o tassazione parallela da parte di alcuni, piccoli e grandi,  imprenditori casertani residenti in Viareggio a favore del clan dei casalesi. L’assoggettamento economico delle attività imprenditoriali e la ricerca di risorse strutturali per il sostentamento degli affiliati all’organizzazione criminale, hanno costituito, palesemente, il frutto di una scelta preordinata e funzionale, pensata in un contesto unitario e tendenzialmente gestita in modo omogeneo dai vari emissari, che – pur se succedutisi nel tempo – hanno evidentemente eseguito le indicazioni apicali da parte di uno o più  soggetti in posizione di comando.

    L’attività estorsiva è stata condotta nella prima fase dagli affiliati incaricati a svolgere il ruolo di “messaggeri”, che hanno effettuato repentine trasferte dalla Campania alla Toscana e si sono presentati agli imprenditori con espressioni dal tenore intimidatorio del tipo “PER FAVORE, PER CORTESIA, IL COMPARE MANDA TANTI SALUTI VEDETE CHE POTETE FARE”. Sono stati quindi costantemente monitorati una serie di spostamenti effettuati sull’asse Campania-Toscana dai vari affiliati, finalizzati alla pianificazione ed alla raccolta del denaro portata poi avanti dai referenti “toscani” con la collaborazione di uno dei maggiori imprenditori che si è trovato quindi, da una parte,  a corrispondere anche lui quanto richiesto dal clan e, dall’altra, a svolgere il ruolo di “procacciatore di affari”, ovvero a contattare e/o indicare altri imprenditori a cui avanzare le richieste estorsive. E’ stato altresì accertato come, in taluni casi, vi sia stata una contestuale “doppia” richiesta estorsiva, avanzata da soggetti del gruppo Iovine e del gruppo Russo, indicati in modo sarcastico dall’imprenditore vessato come appartenenti a “LA RUSSIA E LA GERMANIA” .

    Le indagini, oltre a rivelare come gli imprenditori gricignanesi insediatisi in Toscana avessero rappresentato, nel corso degli anni, un sicuro punto di riferimento per il sodalizio anche sotto il punto di vista logistico, ovvero per agevolare la latitanza dei propri affiliati e/o per favorire quest’ultimi nella concessione di misure alternative alla detenzione mediante assunzioni fittizie, hanno quindi evidenziato come l’organizzazione criminale sia ancora in grado non solo di controllare il proprio territorio ma di espandere la sfera dei propri interessi anche in altre regioni.

    Oltre alla consumazione di numerose estorsioni ai danni di imprenditori, le indagini hanno posto in luce come il sodalizio casalese abbia avuto, nella propria disponibilità, arsenali di armi da impiegare nella risoluzione di conflitti con altre fazioni del clan. Nel corso del tempo, difatti, i rapporti tra le famiglie camorriste nella gestione delle  attività illecite e nel controllo del territorio non sono stati sempre di condivisione e di non belligeranza ed anzi, in alcune circostanze i contrasti si sono tradotti in scontri armati e violenti.

    Nel corso delle indagini non sono mancati momenti di criticità anche perché l’organizzazione criminosa al fine di detenere la supremazia su altri “gruppi” criminali interessati ai medesimi interessi e per la gestione delle proprie illecite attività, ha fatto ricorso all’utilizzo di armi da fuoco, comuni e da guerra.

    Le indagini hanno difatti svelato due separati atti intimidatori, culminati con l’esplosione di colpi di arma da fuoco verso automezzi e/o abitazioni degli affiliati, riconducibili alla ripartizione delle somme di denaro provento delle attività estorsive commesse nei territori controllati dall’organizzazione o ad invasioni di campo in attività gestite prevalentemente da una famiglia piuttosto che dalle altre.

    Sulla disponibilità di armi da parte del gruppo di casalesi residenti a Viareggio e sul loro impiego per il rafforzamento della efficacia intimidatoria delle condotte mafiose eseguite in quei territori finalizzate a favorire il clan dei casalesi, rendendone tangibile la pericolosità ed il potenziale offensivo, è risultato particolarmente emblematico l’intervento operato nell’ottobre 2011 dalla Polizia di Stato che, ad insaputa degli indagati, ha portato al rinvenimento di due pistole occultate all’interno di un terreno di proprietà di un affiliato, ove si sono svolte frequenti riunioni tra gli associati finalizzate a concordare le varie strategie criminali da intraprendere. Nello specifico, i sistemi di video-ripresa consentivano di documentare un tentativo di occultamento di un involucro, da parte degli indagati che, a seguito dell’intervento operato dalla Polizia in orario notturno, risultava contenere due pistole che venivano sequestrate con contestuale differimento della notifica dell’atto autorizzata dall’A.G. procedente. Nei giorni successivi si assisteva al tentativo di dissotterramento delle armi da parte del gruppo criminale, che rimaneva chiaramente sbigottito per la mancanza delle stesse senza riuscire peraltro a rendersi conto su cosa fosse potuto accadere.

    Anche in questa circostanza le armi sequestrate dovevano essere impiegate nella risoluzione di un conflitto con una fazione opposta, finalizzato a mantenere l’appalto dei lavori presso un cantiere edile ubicato a Livorno, evento ulteriormente scongiurato dal successivo sequestro di un’altra pistola che il gruppo criminale era riuscito a reperire in Campania.

    Nell’elenco degli indagati figurano anche due appartenenti alla Polizia Penitenziaria i quali, avvalendosi della qualifica rivestita, sono intervenuti a favore del loro fratello costruttore edile, compiendo una serie di atti idonei a costringere un imprenditore di Livorno a versare il denaro da loro preteso, nonostante per tale contenzioso fosse pendente una causa civile. Gli stessi hanno inoltre fatto ricorso all’uso delle proprie armi in dotazione, seppur a scopo intimidatorio, intervenendo presso il cantiere di Livorno, oggetto della diatriba, bloccando di fatto i lavori. I due fratelli hanno nuovamente fatto ricorso alle armi per fronteggiare la cellula criminale toscana oggetto dell’indagine che, nel frattempo, si era inserita nella vicenda con una serie di condotte minatorie finalizzate ad assoggettare l’imprenditore livornese, tra cui un incendio doloso appiccato presso l’agenzia immobiliare di Livorno a lui riconducibile, riuscendo di fatto ad aggiudicarsi poi l’appalto per la prosecuzione dei lavori.

    Particolarmente significative sono risultate poi le attività tecniche video/ambientali eseguite presso il Centro Penitenziario Napoli Secondigliano, che hanno svelato come gli affiliati, seppur detenuti, continuassero a svolgere il proprio ruolo all’interno del clan camorrista necessario al mantenimento in vita del sodalizio e questo sia all’interno dell’Istituto di Pena, provvedendo ad assicurare l’assistenza necessaria ai detenuti Casalesi e gestendo la circolazione delle notizie su eventi esterni riguardanti le dinamiche e vicende del clan.

    Un rilevante contributo per comprendere i fatti è stato offerto anche da alcuni collaboratori di giustizia, che hanno reso dichiarazioni sulle zone controllate dal clan dei casalesi, sulle varie estorsioni commesse in danno di imprenditori, sugli equilibri ed i rapporti di convivenza tra le varie famiglie, nonché sulle infiltrazioni del clan camorrista in Toscana, menzionando i referenti demandati a gestire le varie attività illecite e gli imprenditori originari di Gricignano d’Aversa che hanno svolto funzioni di supporto logistico.

    Tra le varie dichiarazioni particolarmente significative sono risultate quelle di Orlando Lucariello, elemento di spicco del clan dei casalesi per quanto riguarda la fazione riconducibile alla propria famiglia, Salvatore Laiso, referente diretto di Nicola Schiavone reggente della famiglia Schiavone nonché figlio di Francesco Schiavone detto Sandokan, leader indiscusso del clan dei casalesi e Giuseppe Quadrano, storico collaboratore di giustizia reclutato, già negli anni ’80, tra le fila dell’allora sorgente organizzazione criminale diretta dal noto Antonio Bardellino e denominata “Nuova famiglia”.

     

     

    PUBBLICATO IL: 28 febbraio 2013 ALLE ORE 19:00