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    L’EDITORIALE. Nicola Cosentino, Stefano Caldoro, il trio Arcobaleno, il sultano, il mendicante della “passera” e le “passere” di serie A, serie B e serie C


    Quello che sta accadendo nelle ultime settimane è una caricatura declinante di un sistema di governo del berlusconismo da sempre fondato su regole solo apparenti

    Nella foto Carfagna, Cosentino, Rossi e Caldoro

    Nella foto Carfagna, Cosentino, Rossi e Caldoro

    CASERTA – Le regole. Nei partiti di Berlusconi non hanno mai contato e, forse, ancora oggi, non contano nulla. Incerte, sconosciute, scritte all’interno di statuti di cui nessuno aveva effettiva contezza. Diciamo che, come accadeva in certi partiti del Sud America, rivestivano la funzione, puramente decorativa e apparente, di strutture pro forma, visto che ogni decisione, grande, media o piccola, veniva assunta dal capo e da quelle dieci persone che, sui territori, il capo aveva delegato.

    Sentir parlare di regole, di rispetto degli ordinamenti e degli organigrammi del partito da parte di Stefano Caldoro, così come è accaduto in questi ultimi giorni, fa particolarmente specie, visto che Caldoro rappresenta, probabilmente, l’espressione più emblematica, l’archetipo di una evoluzione di un processo politico importante, come quello che lo ha portato alla candidatura a presidente della Regione Campania, attraverso una procedura che, con le regole, intese come complesso di prescrizioni normative, come cornice definitoria delle scelte di un partito, costruita sul consenso democratico dei gruppi e delle componenti interne, non ha neppure lontanamente a che fare.

    Le regole, nei partiti di Berlusconi, sono state sempre lo strumento di un pensiero debole, finalizzato regolarmente ad instaurare e consolidare sistemi di potere che avevano come unico obiettivo il potere fine a sè stesso.

    Le regole erano quelle che, volta per volta, servivano al favorito d’epoca e d’occasione del Cavaliere. Gli organismi interni apparivano e scomparivano, come le acque di un fiume carsico, in base alle convenienze di chi possedeva la leva di movimentazione degli ingranaggi. Una leva che è sempre stata l’unica fonte del potere e le cui chiavi erano fornite in copia unica da Silvio Berlusconi in persona.

    E’ stato così nel 2005, quando Cosentino ha perso le elezioni provinciali a Caserta. A quel punto, dentro ad una situazione ortodossa, collegata ad un processo politico democratico, mosso dal consenso popolare, dunque, da un sistema di regole, validato dalla storia che ha portato ad una matura civiltà politica, questo avrebbe dovuto determinare una fase di declino per lo stesso Cosentino.

    Democrazia attraverso le regole che consentono la sua esplicazione nel rispetto del principio del consenso.

    E invece no: nei partiti di Berlusconi non è mai esistita la forza di gravità. Se dal pero, appesantito dalle intemperie, la pera si stacca e cade a terra, in Forza Italia o nel Pdl, le cose non hanno mai funzionato così e dunque Cosentino, battuto inopinatamente da Sandro De Franciscis, dieci giorni dopo diventa coordinatore regionale con pieni poteri, ed effettivamente, approfittando con abilità indubbia anche del trend nazionale favorevole, del cortocircuito che brucia per combustione lo strapotere bassoliniano, conduce il partito del Cavaliere, in Campania, a percentuali stratosferiche.

    Cosentino viene trafitto dalla stessa spada che lo aveva salvato nel 2005, quando in tanti già si fregavano le mani di fronte al suo corpo morente, all’indomani della disfatta delle provinciali.

    La costruzione delle “regole apparenti”, messa in piedi nelle elezioni politiche del 2008, quando, al culmine del suo potere, costruisce, grazie anche al Porcellum, una delegazione parlamentare, completamente funzionale al suo disegno di candidarsi alla carica di governatore della Campania, viene demolita dalla negazione delle stesse “regole apparenti”.

    Questo avviene nel momento in cui, pur avendo incassato il via libera quasi unanime di quei parlamentari che Nicola aveva messo lì apposta, e che, appunto, in apparenza rappresentavano legittimamente i territori, ma che in realtà erano frutto soprattutto del Porcellum, Berlusconi, decide di candidare Caldoro, appoggiato da uno, massimo due, tra gli allora 50 parlamentari campani.

    Ciò succede perchè il Cav., proprio nel culmine delle sue serate spensierate e scavezzacollo di Arcore, attribuisce un peso specifico che una Carfagna qualsiasi si guadagna su un terreno diverso, decisamente complementare rispetto a quello politico stricto sensu da quello democratico delle maggioranze e delle minoranze.

    La regola effettuale, sostanziale, di Berlusconi, si riafferma, dunque, attraverso la negazione della regola democratica. Tutta la vicenda di Caldoro, ritornando al nostro assunto iniziale, sul “senti chi parla”, è proprio rappresentativa della quintessenza di questa dinamica decisionale che si basa sulla negazione delle regole.

    Caldoro, ieri, ed ancora oggi, non ha mai affermato, infatti, in maniera chiara, diretta ed inequivocabile, di sentirsi parte e classe dirigente prima del Pdl, e ora di Forza Italia.

    Ieri, intendendo per ieri, proprio ieri, lunedì, è entrato a far parte dell’Ufficio di Presidenza nazionale, ma tiene ancora in piedi strutture autonome di potere, quali sono il gruppo consiliare che in Regione reca il suo nome e, addirittura, un mini-partitino che stamattina, martedì 25 marzo, ha ancora, stiamo parlando del nuovo Psi, degli organismi regionali e provinciali, pur non esprimendo nessuna attività di tipo politico.

    Il problema, e insieme la novità del filo narrativo di quest’ultima fase, complicata dalla senilità del leader, da un rapporto con la “passera” non più dominante, coordinante, quand’anche debordante, ma sempre più pateticamente subordinato, che ha trasformato il Cavaliere dal rango di sultano, di fatto poligamo, a quello di implorante fruitore della medesima specie ornitologica, è rappresentata dal dato di fatto che lo schema delle “regole apparenti”, sistemicamente e sistematicamente annullate dalle regole sostanziali, si connota di nuove espressioni.

    Il Cavaliere non compie più una valutazione solida e pragmatica, collegando le proprie decisioni a ragionamenti del tipo “Verdini, Cosentino e poi Cesaro” oppure “Carfagna, che è una bella passera, ma quattro parole in televisione le sa dire, mi dice Caldoro e io scelgo Caldoro“.

    No, oggi non funziona più così. Ecco perchè nelle settimane scorse abbiamo immaginato il cupio dissolvi di Forza Italia come il finale di un film della Fenech, di Banfi e di Alvaro Vitale.

    Il sultano ha quasi 80 anni, e capita, come sta capitando, che una Francesca Pascale o quella tettona lì, come si chiama, la Rossi, determinino decisioni, così come è successo per la nomina di De Siano a coordinatore regionale e del pittoresco “trio Arcobaleno” Del Gaudio, De Lucia e Antropoli, che Berlusconi non riesce più a moderare, dando loro uno straccio di presentabilità politica.

    Il sultano, divenuto mendicante della “passera”, finisce per svolgere una funzione puramente acritica, dentro ad un sistema che non è più quello di un’oligarchia di pretoriani che si concedono ogni tanto qualche giro di “passera”, ma diventa una sorta di corte dei miracoli, dentro alla quale il re non riesce a cogliere un punto essenziale, fondamentale per un uomo intelligente, e cioè la comprensione sulla collocazione del confine che divide la pratica di un leader, pur giocoso, pur gaudente, pur impenitentemente proteso alla “passera” purchessia, e quello di un patetico vecchietto che paga la fregna a peso d’oro, e ad un peso non più tollerabile per tutti quelli, e sono stati proprio tanti, che hanno visto in Berlusconi una persona diversa, seppur difettosa, seppur piena di contraddizioni, ma diversa rispetto a quelle che hanno popolato la politica italiana dei mestieranti e dei ladroni.

    Cupio dissolvi.

    Gianluigi Guarino

     

    PUBBLICATO IL: 25 marzo 2014 ALLE ORE 12:35