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    L’EDITORIALE – CAMORRA E TONACHE, casi come quelli di don Carmine Schiavone disorientano noi cattolici che aspettiamo una parola dal vescovo Spinillo


        A fronte di una richiesta di arresto formulata dalla Procura ai danni del giovane parroco e dalla lettura degli incisi scritti a mano dal sacerdote indirizzati a Nicola Panaro non traspare nessuna richiesta di conversione al boss. Di fronte a tale atteggiamento del consacrato verrebbe meno il messaggio salvifico di Cristo, che pur […]

     

    Nelle foto, da sinistra, Don Carmine Schiavone, Angelo Spinillo e Nicola Panaro

     

    A fronte di una richiesta di arresto formulata dalla Procura ai danni del giovane parroco e dalla lettura degli incisi scritti a mano dal sacerdote indirizzati a Nicola Panaro non traspare nessuna richiesta di conversione al boss. Di fronte a tale atteggiamento del consacrato verrebbe meno il messaggio salvifico di Cristo, che pur mangiando con i peccatori e i pubblicani li esortava “a seguirlo” ad essere uomini nuovi, lasciando tutto e tutti 

    di Massimiliano Ive

    E’ molto controversa e anche spigolosa la vicenda giudiziaria che coinvolge don Carmine Schiavone, il giovane ex parroco 37enne della chiesa dell’Annunziata di Villa Literno, indagato anche per il contenuto di alcune lettere scritte e indirizzate al boss, Nicola Panaro, durante il periodo della sua latitanza.

    Da quanto emerge dalle indagini condotte dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, coordinati dai magistrati della Dda di Napoli, una missiva del sacerdote sarebbe stata rinvenuta, a seguito di una perquisizione, nel covo di via Goldoni a Lusciano.

    In un inciso del parroco estrapolato dal suo epistolario viene anche lanciato un messaggio: “Ti auguro tutto il bene che un prete può augurare a un uomo…“. Oggi, mercoledì, il giorno dopo gli arresti che sono stati eseguiti a carico di 14 fiancheggiatori del clan Panaro, al di là di alcuni episodi descritti nella lettera del giovane prete e nel capitolo dell’ordinanza, che la direzione distrettuale antimafia gli ha dedicato a margine di una richiesta di arresto formulata dai pm, ma non concessa dal gip,  quali il fatto di essere divenuto la guida spirituale del figlio di Nicola; nonchè di pregare per lo stesso Nicola ogni giorno durante la Messa; di frequentare la casa della famiglia del boss anche dopo l’arresto e di conoscere molto bene il contesto familiare del reggente dei Casalesi, dicevamo, risalta l’accusa più pesante quella di aver intralciato le investigazioni”.

    Un comportamento, che se sarà confermato, comprovato e avvalorato da una sentenza di condanna in fase processuale, non può essere riconducibile nella maniera più assoluta alla missione salvifica di un consacrato, mediante il perdono dei peccatori e la misericordia del cristiano verso quel figliol prodigo che ha deciso di pentirsi.

    Un comportamento, fino a prova contraria, quello di don Schiavone che non può essere riconducibile all’episodio cristiano raccontato nel Vangelo (Marco 2, 13 – 17), nel quale Gesù mangia con peccatori e pubblicani, nonchè invita l’esattore Matteo a seguirlo sostenendo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”, in quanto dalla lettura delle cronache di oggi riferite al caso don Schiavone, pare che il sacerdore racconti una parabola diversa.  Nelle lettere dello stesso consacrato, infatti, non c’è nessun passaggio in cui sussiste un invito esplicito rivolto al boss Panaro di “convertirsi”, di “alzarsi e seguire la via del Maestro”. Di pecorelle smarrite non se ne intravedono, neppure di striscio.

    Un comportamento, ripetiamo noi di Casertace, fino a prova contraria, che appanna, che svilisce e che depaupera il messaggio della Chiesa, la quale, essendo espressione in terra del Verbo che si è fatto carne, difende la vita e proclama l’Amore tra gli uomini espressione di quell’Agape che va ben oltre i confini delle espressioni umane dell’amore, che varca la soglia delle passioni e dei sentimenti umani e che condanna, invece, la non conversione dei peccatori. Ricordate il grido, anzi l’anatema di Papa Giovanni Paolo II lanciato nella Valle dei Templi di Agrigento circa 20 anni fa (CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO)? Bene in tal caso don Schiavone non ha tenuto conto dei motti cristiani di Gesù che mangiava con i peccatori, viveva tra i pubblicani, ma li invitava a salvarsi, ad avere fede e a seguirlo, qualsiasi cosa accadesse, lasciando tutto e tutti.

    Di fronte a ciò che abbiamo sino ad ora scritto e messo in evidenza nella nostra nota, sorge una riflessione che si conclude con una domanda rivolta al vescovo della diocesi di Aversa, Angelo Spinilo.

    Nel credente, nel cristiano per essere più precisi, che segue e apprende questo tipo di notizie,  spesso sorge un dubbio sul cosa pensare e come reagire di conseguenza…: il comportamento tenuto da don Schiavone è configurabile con quello di un missionario di Cristo? Come intende procedere in tal caso la diocesi di Aversa? Perchè può accadere che ciò che abbiamo scritto in precedenza sia solo il frutto di una visione distorta del Vangelo.

     

    PUBBLICATO IL: 23 ottobre 2013 ALLE ORE 17:32