Commenti recenti

    CERCA ARTICOLI PER MESE

    Categorie

    ESCLUSIVA / CASERTA – SONORA BATOSTA AL TAR: dirigenti e Comune dovranno risarcire i danni arrecati alla società che gestisce la Caffetteria del Belevedere


        Gli atti sono stati inviati anche alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Caserta. IN CALCE ALL’ARTICOLO LA SENTENZA E IL DISPOSITIVO DI PREMESSA     CASERTA – Vi ricordate l’intricata e particolare storia della gestione della Caffetteria presso il Belvedere di San Leucio? Ebbene la società che si era aggiudicata […]

    Nella foto, il Belvedere di San Leucio

     

     

    Gli atti sono stati inviati anche alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Caserta. IN CALCE ALL’ARTICOLO LA SENTENZA E IL DISPOSITIVO DI PREMESSA

     

     

    CASERTA – Vi ricordate l’intricata e particolare storia della gestione della Caffetteria presso il Belvedere di San Leucio? Ebbene la società che si era aggiudicata la procedura di gara aperta per il servizio di ristoro offerto nella cosiddetta Buvette del Belvedere, l’Angelica Real Sito Scarl è riuscita a far valere le proprie ragioni, avverse rispetto alle tesi del Comune di Caserta e dei suoi funzionari apicali, innanzi al Tar Campania.

    Con la sentenza del tribunale amministrativo della Campania, n 2227 del 29 aprile 2013, i giudici non solo hanno dato ragione alla ditta aggiudicataria del servizio di ristoro del reale sito casertano, ma addirittura, come è citato nella premessa del dispositivo che alleghiamo in calce all’articolo, il collegio giudicante entra nel merito della vicenda e delinea le reali responsabilità dei funzionari del comune di Caserta, i quali nonostante il decreto di sospensione adottato dalla Camera di Consiglio che annullava, sia il verbale elevato dai vigili urbani di Caserta, nel quale si contestava, per mancanza delle dovute autorizzazioni, l’esercizio dell’attività di somministrazione di bevande presso il suddetto complesso; sia il provvedimento del Dirigente del settore attività produttive; avevano eseguito ulteriori azioni amministrative per sanzionare l’Anglica Real Sito.

    Il Tar Campania, pertanto, ha accolto  la domanda risarcitoria della suddetta azienda e ha condannato il Comune di Caserta a corrispondere alla società ricorrente la somma di € 32.357,00 oltre interessi legali e oneri vari.

    Inoltre, ed è un caso eccezionale nella fattispecie, lo stesso tribunale amministrativo ha disposto che l’intera sentenza e gli atti in essa contenuti siano inviati alla Procura Regionale presso la Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica del Tribunale di Caserta, al fine di consentire l’individuazione dei funzionari che dovranno rispondere non solo del danno arrecato all’azienda, ma anche delle azioni consumatesi durante il periodo di sospensione delle azioni dei provvedimenti amministrativi, senza tener in alcun conto delle pregresse disposizioni adottare in via cautelare dal tribunale amministrativo.

    Max Ive

     

    QUI SOTTO LA PREMESSA DELLA SENTENZA DEL TAR CAMPANIA

     

    QUI SOTTO LA SENTENZA DEL TAR

    REPUBBLICA ITALIANA

    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

    Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

    (Sezione Terza)

    ha pronunciato la presente

    SENTENZA

    sul ricorso numero di registro generale 2249 del 2012, proposto da:
    Angelica Real Sito Scarl, rappresentata e difesa dagli avv. Gianni Scarpato, Armando Alfieri, Salvatore Cino, con domicilio eletto presso Salvatore Cino in Napoli, via Medina N. 17;

    contro

    Comune di Caserta, rappresentato e difeso dall’avv. Giuseppe Patierno, con domicilio eletto presso Carmine Di Cerbo in Napoli, via S. Maria A Cubito, 532;

    per l’annullamento

    dell’ ordinanza n. 12415/2012 con la quale si ordina la cessazione immediata dell’attività di pubblico esercizio di somministrazione bevande esercitata in via atrio superiore;

    nonché per il risarcimento dei danni causati dall’illegittimo provvedimento di cessazione dell’attività.

     

     

    Visti il ricorso e i relativi allegati;

    Visto l’atto di costituzione in giudizio di Comune di Caserta;

    Viste le memorie difensive;

    Visti tutti gli atti della causa;

    Relatore nell’Udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2013 il Primo Referendario Avv. Alfonso Graziano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

     

     

    FATTO e DIRITTO

    1.1. Con il ricorso in epigrafe la ricorrente società, concessionaria della gestione del servizio caffetteria presso il Belvedere di San Leucio (CE) in esito a procedura di gara aperta indetta dal Comune di Caserta, impugna il provvedimento prot. n. 12415 del 16.2.2012 del Dirigente del settore attività produttive del predetto Comune nonché il verbale di accertamento di violazione amministrativa n. 4 del 7.2.2012 con il quale la Polizia municipale contestava l’esercizio dell’attività di somministrazione di bevande presso il predetto complesso senza la prescritta autorizzazione.

    Spiegava altresì l’istante domanda di risarcimento dei danni sofferti a cagione dell’ordinata cessazione dell’attività, riservandosene la quantificazione in corso di causa.

    Si costituiva il Comune di Caserta con memoria e produzione documentale del 4.6.2012.

    Alla Camera di Consiglio del 7.6.2012 dedicata alla trattazione dell’incidente cautelare la Sezione accoglieva la domanda di sospensione dei provvedimenti gravati con Ordinanza n. 814 dell’8.6.2012 con la quale motivava diffusamente la sussistenza di fumus boni iuris del ricorso.

    1.2. La società deducente depositava l’11.1.2013 varia documentazione, tra cui l’ulteriore verbale di accertamento di ispezione elevato dalla locale Polizia municipale il 20.7.2012 (doc. 2) a carico dell’esponente, alla quale veniva nuovamente contestato l’esercizio dell’attività di somministrazione per cui è controversia, che essa aveva ripreso a svolgere in forza della predetta Ordinanza cautelare della Sezione, autoesecutiva, dagli agenti accertatori ritenuta ancora posta in essere in assenza di autorizzazione; produceva anche la ricorrente il verbale di irrogazione della sanzione amministrativa di € 5.000 redatto dalla stessa Polizia per la pretesa mancanza di autorizzazione, malgrado l’esponente avesse esibito quale titolo legittimante l’esercizio dell’attività in questione, copia dell’Ordinanza della Sezione n. 814/2012 debitamente notificata.

    La ricorrente depositava memoria difensiva il 18.1.2013 con la quale oltre a corroborare le censure già articolate nell’atto introduttivo, dava conto dell’ulteriore comportamento tenuto dall’Amministrazione comunale, esponendo che dopo l’emissione della citata Ordinanza di sospensiva e la sua notifica al Comune, l’Ente persisteva nell’azione inibitoria dell’attività della deducente, avendo infatti la Polizia Municipale proceduto ad un’ulteriore ispezione presso l’esercizio di somministrazione che la ricorrente aveva riattivato in forza della pronuncia cautelare, diffidandola dal continuare ad esercitare la gestione del servizio caffetteria, nonostante l’emissione della citata Ordinanza cautelare della Sezione.

    1.3. A seguito del sopralluogo del 20.7.2012 la Polizia municipale, pur avendo preso visione dell’esibita Ordinanza n. 814/2012, elevava a carico della deducente il verbale di violazione amministrativa del 23.7.2012 sull’assunto che l’attività venisse svolta in assenza di autorizzazione.

    In data 24.7.2012 il legale della ricorrente inviava al Sindaco e al Comandante della Polizia municipale del Comune di Caserta un atto di significazione e diffida (doc.6) dall’attuare ulteriori azioni interdittive nei confronti della ricorrente, contrastanti con il giudicato cautelare emesso dalla Sezione.

    La deducente sostiene infatti nella citata memoria che il descritto comportamento tenuto dal Comune sia violativo del giudicato cautelare emesso dal Tribunale e causativo di ulteriori danni patrimoniali dei quali formula una quantificazione.

    Alla pubblica Udienza del 21.2.2013, sulle conclusioni dei procuratori delle parti la causa veniva ritenuta in decisione.

    2.1. Va premesso in fatto che a seguito di procedura aperta la ricorrente risultava aggiudicataria della concessione della gestione del servizio di caffetteria presso il Belvedere di S. Leucio e nelle more della stipula del contratto l’amministrazione comunale e il legale rappresentante della prima sottoscrivevano in data 28.10.2009 un processo verbale di consegna dei locali in virtù dell’esigenza “urgente ed indifferibile di garantire il servizio caffetteria presso il complesso monumentale Belvedere di S. Leucio”, sulla ulteriore premessa che “l’aggiudicataria del servizio si è dichiarata disponibile (…) ad iniziare l’attività di gestione del servizio caffetteria” (doc.4 produzione ricorrente).

    La gestione del servizio per il quale la deducente aveva partecipato alla relativa gara risultandone aggiudicataria, prendeva dunque avvio dalla predetta data di redazione del citato verbale di consegna dei locali.

    Ciononostante, in data 7.2.2012 la Polizia municipale del Comune resistente, a seguito di sopralluogo, contestava alla ricorrente la violazione dell’art. 3, L. n. 287/1991 perché esercitava l’attività in mancanza della prescritta autorizzazione comunale e sulla scorta di siffatto accertamento di violazione il Dirigente del settore attività produttive ingiungeva alla Angelica Real sito scarl la immediata cessazione dell’attività con l’ordinanza del 16.2.2012 impugnata con il ricorso in scrutinio.

    2.2. Con il primo mezzo la ricorrente rileva di esercitare l’attività in questione sin dal 2009 senza che mai, prima dell’adozione dell’impugnato provvedimento, fosse stata contestata la carenza dell’autorizzazione amministrativa, evidenziando altresì come la stessa sia il frutto di un iter procedimentale che muove dalla partecipazione alla gara per l’affidamento del servizio e dalla conseguente aggiudicazione della medesima, che presuppone la presentazione da parte dell’impresa partecipante, di una complessa documentazione richiesta dal capitolato d’oneri e culmina con la positiva verifica del possesso in capo ad essa dei requisiti richiesti dalla lex specialis, verifica nella specie formalizzata con verbale di aggiudicazione del 24.8.2009.

    A tutto ciò ha fatto seguito il processo verbale di consegna dei locali del 28.10.2009 con il quale la deducente veniva formalmente autorizzata ad avviare l’attività oggetto della gara e della relativa aggiudicazione, oltretutto richiamata nel citato verbale di consegna.

    Dall’insieme dei predetti provvedimenti per la ricorrente si evince che il Comune ha assentito l’esercizio dell’attività di caffetteria che con il gravato provvedimento viene inibita.

    Dal che i dedotti profili di eccesso di potere per difetto di presupposti, contraddittorietà e sviamento denunciati con il primo motivo.

    2.3. Ad avviso del Collegio la censura è fondata ed assorbente, dovendosi confermare la delibazione di fondatezza del ricorso già tratteggiata nella sede cautelare.

    Invero, la ricorrente ha partecipato ad una gara con procedura aperta per l’affidamento della gestione del servizio caffetteria presso il complesso monumentale Belvedere di S. Leucio, dichiarando e documentando il possesso di una congerie di requisiti di capacità economica ad anche tecnica richiesti dal capitolato d’oneri versato in atti dal Comune di Caserta (doc. 7). Tra detti requisiti campeggia l’essere “in possesso dei requisiti per ottenere l’autorizzazione per la somministrazione di alimenti e bevande e le necessarie iscrizioni alla Camera di Commercio e quant’altro necessario per poter esercitare l’oggetto della concessione” (capitolato, Sez. III, punto III.2.3.).

    Ebbene, la società ricorrente è stata ritenuta dall’Amministrazione in possesso dei predetti requisiti – oltre che di tutta una serie di altri che sopravanzano gli stessi requisiti necessari al conseguimento dell’autorizzazione amministrativa di cui alla L. n. 287/1991 – essendo stata dichiarata aggiudicataria della gara in questione come da verbale di aggiudicazione del 24.8.2009 richiamato nel processo verbale di consegna.

    Nelle more della stipula del relativo contratto il Comune con il citato verbale dell’ottobre 2009 ha proceduto all’affidamento del servizio di caffetteria per cui è causa alla aggiudicataria odierna ricorrente, adottando quindi un provvedimento che sostanzia un equipollente della formale e sacramentale autorizzazione amministrativa della quale con gli atti impugnati si contesta alla deducente il mancato possesso.

    Emerge pertanto con palmare evidenza l’eccesso di potere per contraddittorietà e difetto dei presupposti denunciato dalla ricorrente, oltre che in considerazione del delineato effettuato accertamento del possesso in capo alla deducente dei requisiti necessari all’esercizio dell’attività di somministrazione, anche per effetto del rilievo secondo cui, come già posto in luce con l’Ordinanza cautelare n. 814/2012, il processo verbale di consegna dei locali del 28.10.2009 era finalizzato, per espressa ammissione del Comune, a “garantire il servizio caffetteria presso il complesso monumentale Belvedere di S. Leucio”, qualificato come “urgente ed indifferibile”.

    Il predetto atto promanante dal comune di Caserta, in uno all’avvenuto accertamento dei requisiti in questione, sostanzia dunque un equipollente dell’autorizzazione amministrativa della quale del tutto contraddittoriamente e irrazionalmente il Comune ha contestato la mancanza alla Angelica scarl.

    E’ dunque il Collegio al cospetto di provvedimenti interdittivi del legittimo esercizio da parte di quest’ultima dell’attività oggetto di aggiudicazione, gravemente viziati sotto il dedotto profilo del difetto dei presupposti, della contraddittorietà e dello sviamento.

    Vale la pena ribadire, onde rilevare l’emersione della delineata contraddittorietà provvedimentale, che la deducente ha dovuto dimostrare, a termini della riportata prescrizione del capitolato di gara, di essere “in possesso dei requisiti richiesti per ottenere l’autorizzazione per la somministrazione di alimenti e bevande” e che il Comune in sede di gara ha accertato il possesso di detto requisito aggiudicandole il servizio.

    L’atto di aggiudicazione sostanzia implicitamente il provvedimento autorizzatorio all’esercizio dell’attività di caffetteria, palesando la contraddittorietà del comportamento assunto dal Comune con l’adozione degli impugnati provvedimenti con cui si contesta alla ricorrente la carenza di detta autorizzazione.

    2.4 Rammenta al riguardo la Sezione l’esistenza di un indirizzo giurisprudenziale in ordine alla ammissibilità nel nostro ordinamento pubblicistico del provvedimento amministrativo implicito, nella ricorrenza di taluni precisi presupposti, sostanzialmente riconducibili ad una manifestazione concludente di volontà amministrativa equivalente ad un formale provvedimento, sempre che l’autorità che la esprime abbia la competenza all’emissione del provvedimento espresso e che dal comportamento si desuma in modo non univoco la volontà provvedimentale. Di recente si è infatti precisato che “I requisiti affinché possa configurarsi un atto amministrativo implicito sono: “a) deve esistere una manifestazione espressa di volontà (comportamento concludente o altro atto amministrativo ), proveniente dalla P.A. e a contenuto amministrativo , da cui desumere l’atto implicito ; b) tali atti o comportamenti devono provenire da un organo competente e nell’esercizio delle sue attribuzioni. L’atto implicito deve, a sua volta, rientrare nella sfera di competenza dell’autorità amministrativa emanante l’atto presupponente; c) l’atto implicito non deve essere un atto per il quale si richiede il rispetto di una forma solenne e devono essere rispettate le regole procedimentali prescritte per l’emanazione di un provvedimento del genere; d) dal comportamento deve desumersi in modo non equivoco la volontà provvedimentale, cioè deve esistere un collegamento esclusivo e bilaterale tra atto implicito e atto presupponente, nel senso che l’atto implicito deve essere l’unica conseguenza possibile di quello espresso”(T.A.R. Veneto, Sez. III, 7-2-2012, n. 180) .

    Orbene, pur non volendo in toto aderire alle delineate acquisizioni, rileva il Collegio che rispetto all’insieme dei concludenti comportamenti assunti dal Comune di Caserta nel quadro del procedimento di gara inteso all’affidamento della gestione del servizio caffetteria de quo, emerge una sequela procedimentale che delinea in modo univoco la volontà provvedimentale dell’Amministrazione di autorizzare espressamente l’aggiudicataria ricorrente allo svolgimento del servizio oggetto di gara, di talché si palesano contraddittori, sviati e carenti di presupposti gli atti successivi, impugnati con il ricorso all’esame, con i quali il Comune, pur dopo avere formalmente aggiudicato all’impresa la gestione del servizio previo accertamento in capo ad essa del possesso dei requisiti richiesti per l’esercizio dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande conformemente alla diposizione di capitolato più sopra riportata e pur dopo avere espressamente ed ufficialmente consegnato all’impresa i locali deputati allo svolgimento del servizio, inibisce alla medesima di esercitare l’attività oggetto della gara.

    Il ricorso si profila pertanto fondato e va conseguentemente accolto, disponendosi l’annullamento dei provvedimenti con esso impugnati.

    3.1. Deve a questo punto la Sezione scrutinare la domanda risarcitoria, spiegata dalla ricorrente contestualmente all’azione demolitoria e corroborata con la memoria per l’udienza pubblica prodotta il 18.1.2013.

    Lamenta in proposito l’esponente che, nonostante la rituale notifica dell’Ordinanza della Sezione n. 814/2012 di accoglimento della domanda cautelare con diffusa illustrazione dei profili di fondatezza del gravame, la Polizia municipale a seguito di sopralluogo del 20.7.2012 le ha ingiunto di sospendere l’esercizio dell’attività di caffetteria a cui l’aveva facoltizzata questo Tribunale, elevandole il verbale di ispezione di pari data con cui la diffidava a sospendere l’attività (doc. 2 produzione 11.1.2013) e successivamente le comminava la sanzione di € 5.000 con verbale del 23.7.2012 (doc. 3 stessa produzione).

    Siffatto comportamento, unitamente a quello posto in essere con l’impugnata ordinanza di cessazione dell’attività, ha arrecato alla deducente rilevanti danni economici, impedendole di svolgere per un intero anno l’attività per cui è causa, che negli anni 2009, 2010 e 2011 le ha prodotto incassi complessivi dell’importo di € 194.144,35.

    Per l’esponente siffatta somma, della quale produce una dichiarazione di incassi e prospetto fatture (doc. 7 produzione cit.) va “spalmata” nei tre anni precedenti l’adozione del provvedimento di sospensione della Polizia municipale del 7.2.2012 sulla cui base è stata poi assunta l’ordinanza di cessazione dell’attività gravata con l’azione in disamina, conducendo ad un importo annuo di € 64.714,78.

    Conseguentemente la Angelica scarl domanda al Tribunale la condanna del Comune a corrisponderle la predetta somma a titolo di mancati incassi per un anno, dal febbraio 2012 al corrente mese.

    3.2. Ritiene la Sezione che l’illustrata domanda debba essere accolta, benché limitatamente quanto all’ammontare del risarcimento richiesto.

    Invero risultano integrati tutti i presupposti che l’art. 2043 c.c. contempla ai fini dell’affermazione della responsabilità extracontrattuale dell’Amministrazione.

    In chiave ricostruttiva, rimarca il Collegio che recente giurisprudenza richiede al fine di predicare la responsabilità risarcitoria dell’Amministrazione da provvedimento illegittimo, la prova da parte del danneggiato, sia del nesso causale, sia del danno subito che dell’elemento psicologico della colpa o del dolo, avendo affermato che “in linea generale la domanda di risarcimento del danno è regolata dal principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., sicché grava sul danneggiato l’onere di provare, ai sensi del citato articolo, tutti gli elementi costituivi della domanda di risarcimento del danno per fatto illecito (danno, nesso causale e colpa). Tale principio trova applicazione anche nei casi di responsabilità civile della pubblica amministrazione che traggano origine da atti amministrativi illegittimi. Anche in casi simili, dunque, il risarcimento del danno non è una conseguenza automatica e costante dell’annullamento giurisdizionale, richiedendo, in virtù del su citato principio, la positiva verifica, oltre che della lesione della situazione soggettiva di interesse tutelata dall’ordinamento, della sussistenza della colpa o del dolo dell’ Amministrazione e del nesso causale tra l’illecito e il danno subito” (Cons. Giust. Amm. Sic., 22-11-2011, n. 890). Più di recente la giurisprudenza di prime cure ha ribadito che “il risarcimento del danno da parte della Pubblica amministrazione non è una conseguenza automatica dell’annullamento giurisdizionale del provvedimento amministrativo illegittimo, ma richiede la positiva verifica di tutti i presupposti previsti dalla legge, e in particolare di quelli di cui all’art. 2043 c.c. e, in tema di liquidazione del danno, all’art. 2056 c.c.; pertanto, oltre alla lesione della situazione soggettiva tutelata dall’ordinamento e alle conseguenze pregiudizievoli immediate e dirette di essa (il c.d. danno ingiusto), sono necessari, altresì, il positivo accertamento della colpa dell’ Amministrazione, la dimostrazione e la quantificazione di specifiche perdite di possibilità lavorative e di guadagno” (T.A.R. Friuli-Venezia Giulia, Sez. I, 22-03-2012, n. 109).

    Lo stesso Consiglio di Stato ha precisato che “Ai fini dell’ammissibilità (ed eventuale fondatezza) della domanda risarcitoria conseguente all’annullamento di un provvedimento amministrativo, non è sufficiente la sola rimozione dal mondo giuridico dell’atto stesso, dovendosi valutare la sussistenza dell’elemento psicologico quanto meno della colpa , in quanto la responsabilità patrimoniale della pubblica amministrazione va inserita nel sistema delineato dall’art. 2043 c.c.” (Cons. Stato Sez. IV, 19-01-2012, n. 239)

    3.3. Opina tuttavia la Sezione che in materia di responsabilità da provvedimento illegittimo, pur non potendo predicarsi una generalizzata presunzione di colpa a carico della P.A., il danneggiato non è gravato di un particolare onere probatorio ai fini della prova dell’elemento psicologico, potendo lo stesso trarsi in via presuntiva, alla stregua del modulo delle presunzioni semplici di cui all’art. 2727 c.c., secondo il quale dal concreto atteggiarsi della singola fattispecie ex lege aquilia, possono desumersi indici rivelatori della colpa dell’amministrazione, spettando a quest’ultima l’onere di provare che l’illegittimità provvedimentale causativa di danno è dipesa da errore scusabile.

    Del resto il Tribunale ha di recente aderito a siffatto indirizzo ermeneutico, avendo precisato che “Il danno ingiusto causato dalla p.a., ancorché riferito alla lesione di interessi legittimi, comporta una responsabilità di tipo extracontrattuale che, ai sensi dell’art. 2043 c.c., richiede comunque la verifica della sussistenza dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa . Orbene, pur non essendo configurabile, in mancanza di una espressa previsione normativa, una generalizzata presunzione relativa di colpa della p.a. per i danni conseguenti ad un atto illegittimo o comunque ad una violazione delle regole, ben possono operare regole di comune esperienza e la presunzione semplice, di cui all’art. 2727 c.c., desunta dalla singola fattispecie” (T.A.R. Campania – Napoli, Sez. I, 3.5.2012 n. 2012).

    Orbene, anche a non voler accedere al rassegnato indirizzo ermeneutico – che comunque il Collegio ritiene di condividere – che ritiene sufficiente che la prova della colpa possa essere fornita per presunzioni, evidenzia il Collegio come nel caso all’esame emerge a chiare note una consapevole volontà del Comune di Caserta – che appare integrare anche l’elemento psicologico del dolo intenzionale – di impedire alla impresa ricorrente di svolgere l’attività per cui è causa.

    Per il vero, l’intrinseca grave illegittimità del provvedimento di cessazione immediata impugnato, insita nel difetto di presupposti, nella divisata contraddittorietà rispetto alla sequela procedimentale delineatasi in sede di gara e nello sviamento nel quale il provvedimento alla fine ridonda, potrebbero già da soli costituire sufficienti presupposti affermativi della responsabilità aquiliana, siccome espressivi di una evidente colpa dell’apparato amministrativo da cui l’illegittimo provvedimento inibitorio promana.

    4.1. Ciò precisato, rimarca il Collegio come l’elemento della colpa (se non addirittura del dolo intenzionale) emerga a chiare lettere dal modus operandi dell’Amministrazione successivo all’adozione e alla notifica, ad opera della ricorrente, dell’Ordinanza cautelare n. 814/2012 resa dalla Sezione previa illustrazione diffusa dei profili di fondatezza del ricorso.

    Ebbene, come sopra avvertito, pur essendo stato debitamente notificato al Comune in data 25 giugno 2012 il predetto provvedimento di questo Giudice, il quale è da ascrivere al novero dei provvedimenti giurisdizionali c.d. auto esecutivi poiché abilitava eo ipso la ricorrente allo svolgimento della sua attività in virtù della motivata sospensione del provvedimento che la inibiva, la Polizia municipale, alla quale è stata esibita la predetta ordinanza come prova del possesso del titolo abilitante, ha completamente e frontalmente disatteso l’ordine giurisdizionale, obliterandolo e ponendolo nel nulla, in tal modo violando l’ordine di sospensione dell’impugnata ingiunzione di cessazione diramato dal Tribunale.

    Gli organi di polizia locale hanno infatti elevato il citato verbale di ispezione, con il quale hanno diffidato la deducente dallo svolgere l’attività di somministrazione, di poi comminandole anche una sanzione amministrativa di € 5.000 per l’esercizio asseritamente sine titolo dell’attività in questione.

    Siffatta perseveranza nell’illegittimo provvedimento di cessazione dell’attività di somministrazione svolta dalla ricorrente si iscrive con attitudine causale nella parabola disegnata ex lege aquilia de damno e acuisce il pregiudizio già prodotto all’esponente dall’illegittimo provvedimento gravato. Reca con sé anche un evidente profilo di colpa dell’apparato amministrativo, idoneo ad integrare il completamento della fattispecie aquiliana, fondando la pretesa risarcitoria avanzata dalla ricorrente.

    Gli atti assunti dal Comune in violazione del giudicato cautelare, ossia il verbale di ispezione del 20.7.2012 comminativo della sospensione dell’attività e quello n. 75/2012 irrogativo della sanzione pecuniaria, sono evidentemente nulli a norma dell’art. 21 – septies della L. 7.8.1990 n. 241.

    In ogni caso in forza di essi la ricorrente, già danneggiata dall’illegittima cessazione della sua attività ingiunta con il provvedimento gravato, è stata ulteriormente illegittimamente privata del suo diritto di esercitare l’attività di gestione del servizio caffetteria presso il complesso monumentale Belvedere di S. Leucio.

    4.2. Il comportamento di frontale violazione dell’ordinanza cautelare emessa dal Tribunale, perpetrato dagli agenti di Polizia municipale firmatari del verbale di ispezione del 20.7.2012 e di quello successivo di comminazione della sanzione amministrativa, si inserisce con consistente attitudine causale nella produzione del danno economico inferto alla società ricorrente, concausando la perdita economica da mancati incassi, quanto meno a partire dalla data di elevazione del verbale del 20.7.2012 irrogativo della sospensione dell’esercizio dell’attività che invece la ricorrente si apprestava a riprendere legittimamente in forza del’Ordinanza n. 814/2012 della Sezione.

    Il nesso di causa tra i provvedimenti gravati e il danno appare irrefutabile, atteso che la perdita economica lamentata dalla deducente è diretta conseguenza della inibizione all’esercizio della stessa recata dagli illegittimi atti amministrativi assunti dal Comune di Caserta.

    Quanto alla prova del pregiudizio sofferto, osserva il Collegio che la ricorrente ha assolto il relativo onere, avendo argomentatamente dedotto che in forza dell’intimata cessazione non ha potuto svolgere il servizio caffetteria in controversia per dodici mesi, ossia dal febbraio 2012 alla data di deposito della presente sentenza di annullamento.

    La quantificazione della perdita in analisi non può peraltro essere parametrata in toto ai mancati incassi, rispetto ai quali la deducente ha prodotto una dichiarazione del legale rappresentante, corredata del relativo prospetto delle fatture, relativamente ai tre esercizi antecedenti l’adozione dei provvedimenti censurati.

    Al riguardo si evidenzia che dal richiamato prospetto fatture del pregresso triennio e dalla relativa dichiarazione (doc. 7 ricorrente) si rileva che negli anni 2009 – 2011 la Angelica scarl ha conseguito incassi per il servizio caffetteria pari ad € 81.044,73 e incassi relativi al servizio banqueting (parimenti compreso nell’oggetto della gara aggiudicata alla ricorrente) per un importo di € 113.099,62, per un totale di € 194.144,35.

    Tale complessivo importo, diviso per i tre anni di riferimento, conduce ad individuare un incasso medio annuo pari ad € 64.714 che rappresenterebbe per la deducente la perdita economica subita dalla società istante per l’illegittima inibizione dello svolgimento della sua attività commerciale per un anno, vale a dire dal 7.2.2012 alla data della odierna pubblica Udienza.

    Al riguardo precisa l’esponente che il danno coincide con i mancati incassi poiché essa ha dovuto corrispondere comunque la retribuzione ai dipendenti ed affrontare le ulteriori spese di gestione.

    Tuttavia non offre al riguardo alcun principio di prova, quale ad esempio un prospetto di buste paga raffiguranti lo stipendio comunque erogato ai dipendenti e quant’altro.

    Ragion per cui il Collegio non può che far ricorso al criterio equitativo, ritenendo di poter riconoscere a titolo di ristoro dei danni subiti, una somma pari al 50% dei predetti mancati incassi.

    Conseguentemente il Collegio, in accoglimento della domanda risarcitoria formulata dalla ricorrente, ritiene di dover condannare il Comune di Caserta a corrispondere alla Angelica scarl la somma predetta, pari ad € 32.357,00, a titolo di risarcimento dei danni inferti con i provvedimenti illegittimi annullati con la presente decisione.

    5. Ritiene inoltre il Collegio che sul danno complessivo cagionato al Comune di Caserta, tenuto a corrispondere alla deducente l’importo predetto e quello pari alle spese legali che vanno parimenti riconosciute alla medesima nella misura indicata in dispositivo, debba provocarsi un’indagine della Procura Regionale presso la Corte dei Conti, la quale dovrà individuare i funzionari comunali che hanno prodotto il riferito danno erariale all’Ente locale che dovrà pagare alla Angelica scarl le somme portate dalla presente sentenza, al fine di accertare l’eventuale responsabilità dei funzionari comunali per danno erariale, atteso che l’ordinamento non può tollerare che l’esborso di danaro conseguente alla condanna del Comune a risarcire il pregiudizio inferto alla Angelica scarl debba gravare sulla collettività del Comune di Caserta.

    6. Osserva altresì il Collegio che il comportamento degli operatori della Polizia municipale, che hanno consapevolmente e frontalmente violato l’ordine giurisdizionale di cui all’Ordinanza cautelare n. 8214/2012 con cui il Tribunale aveva sospeso l’impugnata cessazione dell’attività, possa essere oggetto di valutazione da parte del giudice penale sia alla luce dell’art. 650 c.p.c. che punisce il fatto, anche del funzionario pubblico, che pone in essere un’inosservanza di un ordine dell’autorità, anche giudiziaria, sia alla luce degli artt. 388 del Codice penale, che prevede e punisce, con la reclusione fino a tre anni o con la pena pecuniaria, la mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice e dell’art. 323 che prevede e punisce il delitto di abuso d’ufficio da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato i pubblico servizio.

    7. In definitiva, alla luce delle considerazioni finora svolte, il ricorso e la relativa domanda risarcitoria si prospettano fondati e vanno conseguentemente accolti.

    Le spese devono accedere al generale criterio della soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

    Dovranno essere inoltre trasmessi alla Procura Regionale presso la Corte dei Conti della Regione Campania, perché valuti la sussistenza di ipotesi di responsabilità per danno erariale nei confronti di chi di dovere per i titoli sopra illustrati, copia autentica della presente sentenza e copia semplice del fascicolo d’ufficio, comprensivo delle produzioni di parte.

    Analoga trasmissione dovrà a cura della Segreteria essere effettuata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caserta perché valuti nel comportamento degli agenti della Polizia municipale redattori del verbale di ispezione del 20.7.2012 e di quello di irrogazione della sanzione amministrativa del 23.7.2012 la sussistenza degli estremi dei reati di cui agli artt. 650 e 388 e 323 del Codice penale.

    P.Q.M.

    Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza)

    definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, così provvede:

    Accoglie il ricorso e per l’effetto annulla i provvedimenti impugnati.

    Accoglie la domanda risarcitoria e per l’effetto condanna il Comune di Caserta a corrispondere alla società ricorrente la somma di € 32.357,00 oltre interessi legali e rivalutazione dal 7.2.2012 all’effettivo soddisfo.

    Condanna il Comune di Caserta a pagare alla ricorrente le spese di lite che liquida in € 4.000,00 oltre IVA,CNAP e rimborso del contributo unificato.

    DISPONE che a cura della Segreteria della Sezione vengano trasmesse:

    alla Procura Regionale presso la Corte dei Conti della Regione Campania, nonché

    alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caserta copia autentica della presente Sentenza e copia semplice del fascicolo d’ufficio, comprensivo delle produzioni di parte.

    Ordina che la presente Sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

    Così deciso in Napoli nella Camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2013 con l’intervento dei Magistrati:

     

     

    Saverio Romano, Presidente

    Paolo Carpentieri, Consigliere

    Alfonso Graziano, Primo Referendario, Estensore

     

     

     

     

    L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

    DEPOSITATA IN SEGRETERIA

    Il 29/04/2013

    IL SEGRETARIO

    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

    PUBBLICATO IL: 10 maggio 2013 ALLE ORE 15:32