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    CAMORRA – Fu il messaggero del clan dei casalesi: l’ex assessore di Casagiove, Gerry Casella condannato a 15 anni


        5 anni di carcere sono stati comminati anche ad Alfiero  e 2 a Brusciano. L’ex assessore di Casagiove accusato anche di essere stato il messaggero del clan CASERTA – Una pesante condanna è stata inferta al noto avvocato Girolamo Casella detto Gerry. 15 sono gli anni di reclusione che sono stati comminati all’ex assessore […]

     

    Nelle foto, da sinistra, Giuseppe Setola e Gerry Crisci

     

    5 anni di carcere sono stati comminati anche ad Alfiero  e 2 a Brusciano. L’ex assessore di Casagiove accusato anche di essere stato il messaggero del clan

    CASERTA – Una pesante condanna è stata inferta al noto avvocato Girolamo Casella detto Gerry. 15 sono gli anni di reclusione che sono stati comminati all’ex assessore del Comune di Casagiove, nonchè ex difensore del killer e capo dell’ala stragista del clan dei Casalesi Giuseppe Setola., al termine del processo con rito abbreviato,  Il gup Francesca Ferri lo ha infatti giudicato colpevole del reato di concorso esterno in associazione camorristica e ha accolto la richiesta di condanna avanzata dal pm antimafia Giovanni Conzo, titolare dell’inchiesta assieme ai colleghi Cesare Sirignano e Alessandro Milita. L’avvocato Casella, in particolare, avrebbe fatto da messaggero a Setola e avuto un ruolo nella redazione della falsa perizia medica in base alla quale il killer venne scarcerato perche’ ritenuto cieco. Il medico che firmo’ la perizia, Aldo Fronterre’, e’ a sua volta a giudizio, ma nel processo con rito ordinario.

    5 anni di carcere sono stati comminati anche ad Alfiero  e 2 a Brusciano.

     

    LA VICENDA – Poco più di un anno fa (il 21 dicembre) venne eseguita un’articolata operazione della Dda di Napoli, per arrestare, appunto i professionisti che avrebbero aiutato il boss stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola, a simulare una gravissima malattia agli occhi così da ottenerne il trasferimento dal carcere agli arresti domiciliari, da cui il capoclan sarebbe evaso successivamente, il 7 aprile 2008 per mettersi a capo di uno spregiudicato commando di assassini che in dieci mesi ha seminato 18 morti e otto agguati.

     In manette finirono l’oculista Aldo Fronterré, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e l’avvocato Girolamo Casella a cui l’Antimafia (l’indagine è condotta dall’aggiunto Cafiero De Raho e dai pm Ardituro, Conzo, Milita e Sirignano) contestarono direttamente l’appartenenza al gruppo criminale. Il legale, dicono le indagini, avrebbe fornito un «consapevole e stabile apporto all’organizzazione» trasformandosi di volta in volta in messaggero e postino del boss latitante e i suoi uomini di fiducia rimasti ancora in libertà. Del ruolo border line di Casella (che ricopriva fino al giorno dell’arresto nel Comune di Casagiove il doppio incarico di consigliere e assessore comunale) aveva parlato, il 17 ottobre 2008, il boss pentito Emilio di Caterino a proposito dei suoi contatti con l’allora latitante Giuseppe Setola: «Un terzo incontro l’ho avuto con Setola verso la fine di luglio. Setola mi voleva chiedere perché non avevo portato a termine l’omicidio di Cantelli. Ed io gli risposi con sincerità che per il modo con cui me l’aveva chiesto mi ero molto impaurito. L’incontro avvenne a casa di Raffaele Parente a San Marcellino e vi presero parte anche Massimo Alfiero, Massimo della Big Auto, ed un altro Massimo che potrebbe essere Amatrudi. Nel corso di questo incontro si presentò l’avvocato Gerry Casella, che avevo già incontrato a casa di Alessandro Cirillo. È un avvocato che difende gli affiliati del clan Bidognetti. Peppe voleva essere spiegato il processo a carico di sua moglie. Fu lo stesso Peppe Setola ad avere l’idea di mandare una sua foto con una benda ed un bastone, in modo da rappresentarlo come semicieco. L’avvocato disse di sì e consigliò di mandarla ai giornali. Ad un certo punto l’avvocato chiese a Setola di farci allontanare per parlare di una cosa delicata. Setola disse che avrebbe potuto parlare tranquillamente perché eravamo amici. L’avvocato disse che aveva saputo che la Dia aveva ordine di sparargli a vista. Setola scattò, e rivolgendosi a me disse: “Miliò, se è così allora noi dobbiamo uccidere un paio di poliziotti”. Io gli risposi che queste cose non ero disposto a farle».

    PUBBLICATO IL: 11 dicembre 2013 ALLE ORE 16:20